Parola di
Gaijin
di Luigi Bernardi
Luoghi
estranei
Sono ormai otto o nove anni
che non vado a una fiera di fumetti. Non ci vado perché
ho sempre molto da fare, e anche per un motivo vago e allo
stesso tempo sottile: le fiere di fumetti mi fanno paura.
Mi fa paura la baldanza dei fan, e anche la generosità
con la quale si concedono allori, esposizioni e prospettive
ad autori, editori e personaggi dal fiato corto e idee di
conseguenza. Mi fanno paura quelle specie di mura medievali
che il fumetto si è costruito intorno, a rimarcare
la sua specificità, il suo voler essere un mondo a
parte. Mi fanno paura certi autori, molti addetti ai lavori,
la gran parte dei lettori. Mi fa paura la commistione, innaturale
se non sacrilega, con i giochi di ruolo e games elettronici.
Davvero il fumetto rischia di diventare un genere,
come frettolosamente molti intellettuali della prima ora lo
liquidavano. Un genere, vale a dire una visione ridotta -
sia pure rutilante - di faccende ben altrimenti raccontabili.
La serie B, insomma. Una serie B orgogliosa, spesso vanitosa,
quasi sempre millantatrice.
Ho un amico, Silvano Mezzavilla, che sta cercando di fare
una rivista dove del fumetto dare spazio a voci diverse, poco
conosciute, egualmente importanti. Mezzavilla le fiere le
sapeva fare, con le riviste se la cava altrettanto bene. È
comunque importante che ci possa provare, ci provi, anche
se poi litighiamo spesso ed è riuscito nella considerevole
impresa di censurare due volte su tre la mia rubrica. Il problema
è che in questo mondo del fumetto spesso si va travestiti
da supereroi, e che non di rado un Marco Marcello Lupoi (e
parlo del migliore, per altri è pure peggio) sia più
osannato di Al Capp o Alberto Breccia. Questo mondo del fumetto
una rivista come Orme non la capisce, non riesce neppure
a concepirla, la nasconde, fa di tutto per togliersela dai
piedi. E alla fine, quando probabilmente ci riuscirà,
a me farà ancora più paura andare alle fiere,
quella stessa paura che già adesso mi paralizza e mi
tiene a casa.