“Cosa
c’è dietro l’angolo?”, chiedeva anni fa Costanzo; “Un
altro angolo”, rispose qualcuno.
Brad Barron, l’attesissimo nuovo fumetto di casa Bonelli, firmato
da Tito Faraci, è l’altro angolo dietro l’angolo. Innovativo
nella formula (una maxiserie di 18 numeri), tradizionale nelle basi da cui attinge.
Almeno questo è quello che abbiamo letto nella varie interviste in questi
mesi. L’innovazione c’è, e per Bonelli è un bel passo
avanti mollare la filosofia della serie infinita. Fa specie che non ci abbiano
mai pensato prima (l’esempio di Hammer non lo notò nessuno).
Nel complesso l’albo rimane ancorato saldamente alla tradizione bonelliana,
osa ma non troppo.
Si parte con la bella cover di Celoni, di impostazione talmente classica da
schiacciarne la drammaticità, con l’occasione sprecata di quella
Statua della Libertà mutilata che avrebbe potuto creare un effetto sorpresa
simile alla scena finale del Pianeta delle Scimmie. Ottimi i colori “comic
style”; anonima, come da anni a questa parte, la grafica generale.
Brad Barron si presenta a noi con una guest star d’eccezione,
il dylandogiano Bruno Brindisi che qui offre con un’ottima prova, anche
se sostanzialmente non diversa da quelle dell’indagatore dell’incubo.
L’ambientazione è curata nei minimi particolari (vedi tavole iniziali)
ma nelle scene “catastrofiche” il segno di Brindisi non riesce ad
entrare nel profondo e a regalarci quel “sense of wonder” che la
serie si propone. Forse un layout che osasse maggiormente (anche se in alcune
tavole la gabbia bonelliana è stata infranta varie volte) avrebbe potuto
regalare più aria e maestosità a delle sequenze troppo chiuse.
La storia si fa leggere piacevolmente, nonostante qualche dialogo pomposo, e
il personaggio di Brad Barron si dimostra simpatico. Un uomo che non si arrende
là dove altri hanno gettato la spugna. L’odio per i Morb lo tiene
in vita, l’amore per la propria famiglia persa (ma non è detto)
lo fa andare avanti. Faraci ci descrive un personaggio complesso, solo superficialmente
“tutto d’un pezzo”. Non è un solitario, né un
cane sciolto, né tanto meno un eroe tenebroso. E’ un figlio della
guerra per forza, sempre trascinato dentro per i capelli ma pronto ad adattarsi
alla nuova situazione e agire di conseguenza. E’ un soldato per esigenze
superiori che difende lo scienziato che è in lui, altrimenti morto come
tutti gli altri.
I Morb appaiono brutti, e non solo esteticamente. Sono tutto ciò che
ci aspetteremmo da degli alieni cattivi (come molte -troppe- volte abbiamo visto).
Voluto o meno, risultano davvero poco affascinanti e piuttosto prevedibili.
Forse troppo umani nella loro stupidità, tanto che pare che Faraci tra
le righe ci dica “li ho fatti così idioti perché gli umani
capiscano che hanno ancora una speranza”.
L’albo si conclude con la “vestizione” di Barron, alla ricerca
della sua famiglia e di chi abbia il coraggio di opporsi ai Morb. C’è
qualcuno che ancora lotta e sapere chi è come ci fa venire voglia di
leggere il seguito. Di questi tempi non è cosa da poco.