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Diluente e Fucili: Il Mondo di George Pratt
di Antonio Solinas

 

     Ciao George. Vuoi presentarti ai tuoi lettori italiani? Quando è stato che hai iniziato ad interessarti ai fumetti?

     Sono sempre stato interessato ai fumetti, sin da quando avevo 5 anni. Sono stato introdotto ai comic books mentre ero all’ospedale per essere sottoposto ad una delle due operazioni a cuore aperto che ho avuto. Era il 1965 circa e allora veniva trasmesso il serial televisivo di Batman, di cui ero un grandissimo fan. La mia famiglia vide quanto mi piaceva quell telefilm ed iniziò a portarmi i comic books di Batman all’ospedale.
     Crebbi imitando I miei eroi artistici del fumetto - Joe Kubert, Neal Adams, Frazetta, Jeff Jones, Bernie Wrightson, Mike Kaluta, Barry Smith, Alex Raymond, Hal Foster, Russ Heath, etc. Ecco come ho imparato a disegnare, copiando questi artisti. Il mio primo lavoro nei fumetti fu attraverso la rivista Heavy Metal, mentre stavo ancora frequentando il Pratt Institute. John Workman era art director, a quell tempo, ed andavamo molto d’accordo. Dopo avere cercato qualcosa da fare, alla fine mi disse di scrivere qualcosa e di illustrarlo, e lo avrebbe pubblicato. Per cui riuscii ad ottenere di realizzare alcune strips di mezza pagina che scrissi e disegnai da solo. Fu un bel modo di iniziare, scrivendo dei piccoli poemi ai quali affiancare delle immagini.

     Quali sono le tue influenze?

     Le mie influenze sono alquanto diverse, soprattutto ora. Ma ho iniziato con comic books e strisce, per poi passare ai pittori. La lista è piuttosto lunga, per cui cercherò di dartene una versione condensata:
Pittori
Rembrandt, Jan Vermeer, Eugéne Delacroix, Théodore Géricault, Diego Velásquez, Giovanni Battista Tiepolo, Honoré Daumier, Francois Millet, John Constable, Camille Corot, Francisco Goya, Thomas Eakins, John Singer Sargent, James McNeil Whistler, Vincent Van Gogh, Camille Pissarro, Claude Monet, Edgar Degas, Camille Pissarro, Toulouse-Lautrec, Winslow Homer, Gustav Klimt, Egon Schiele, Paul Gauguin, John Twachtman, J. Alden Weir, Childe Hassam, Mary Cassatt, Edouard Vuillard, Pierre Bonnard, Edvard Munch, Thomas Wilmer Dewing, Edwin Austin Abbey, Howard Pyle, NC Wyeth, Harvey Dunn, Norman Rockwell, Frank Frazetta, Jeff Jones, Lucien Freud, Odd Nerdrum, Jules Pascin, Nathan Olivera, Fritz Scholder, Richard Diebenkorn, Arthur Rackham, Edmund Dulac, Maxfield Parrish, Dean Cornwell, Mead Schaefer, Odd Nerdrum, Brad Holland, Gary Kelley, Mark English, Edward Hopper, Edwin Dickinson, Fritz Scholder, Marshall Arisman, Frank Brangwyn, Russell Chatham, Frank Duveneck, Diebenkorn, Mark Rothko, Francis Bacon, Lucien Freud, Robert Rauschenberg, Matisse, René Magritte, Burt Silverman, David Levine, Skip Liepke, Milt Kobayashi, Robert Weaver, Emil Carlson, James Ensor, Franz Klein, Emil Nolde, George Bellows, Max Beckmann, George Grosz, José Clemente Orozco, Jasper Johns, Anselm Kiefer, Anders Zorn, Alberto Giacometti, Ernst Barlach, Lovis Corinth, Odilon Redon, John Berkey, J.C. Leyendecker, James Bama, Robert McGinnis, Alphonse Mucha, John Allen St. John.

Illustratori in generale
Rembrandt, Francisco Goya, Toulouse-Lautrec, Winslow Homer, James Abbott McNeil Whistler, Gustav Klimt, Egon Schiele, Kathe Kollwitz, Leonard Baskin, Jeff Jones, Pierre Bonnard, Edwin Austin Abbey, Jules Pascin, Edgar Degas, Frazetta, Harvey Dunn, NC Wyeth, Howard Pyle, AB Frost, Daniel Vierge, Edvard Munch, John Singer Sargent, Heinrich Kley, Lyle Justis, Bernie Krigstein, Alex Toth, Jack Davis, Joseph Clement Coll, Franklin Booth, Angelo Torres, Hokusai, Yoshitoshi, Hiroshige, Charles Dana Gibson, James Montgomery Flagg, John R. Neill, Edward Kemble, Alphonse Mucha, A.B. Frost, Eduard Thöny, Bruno Paul, Olaf Gulbransson, Otto Blix, Franz Masareel, Billy DeBeck, Rico Lebrun, Leonard Baskin, Hugo Pratt, Alberto Breccia, Dino Battaglia, Jacques Tardi, José Muñoz, Nicolas DeCrecy, Bob Peak, Mark English, Bernie Wrightson, Jeff Jones, Michael Kaluta, Barry Windsor-Smith, Milton Caniff, Noel Sickles, George Herriman, Winsor McKay, Joe Kubert, Bill Mauldin, Frank Miller, Will Eisner, Frank Robbins, Lisbeth Zwerger, Harvey Kurtzman, Bruce Bairnsfather, Wallace Morgan, Kerr Eby, Moebius, C.F. Payne, Attilio Micheluzzi, Russ Heath, Jack Kirby, Hermann, Josè Ortiz, Robert Crumb, David Sheridan, Gilbert Shelton, Hal Foster, Alex Raymond, Barron Storey, Robert Fawcett, Austin Briggs, John Thomason, Roy Krenkel, Ralph Steadman, Burt Silverman, David Levine.
      Sono entrambe liste incomplete, ma danno certamente un’idea di alcuni dei grandissimi artistic he ho seguito e continuo a seguire.

     Sei considerato uno dei migliori illustratori del mondo. Come hai sviluppato il tuo fantastico stile?

     Wow, non sapevo di essere tenuto in tale considerazione. È così strano il fatto che il lavoro ti porta tanto lontano, attraverso tanti paesi e raggiungendo così tanti paesi. È meraviglioso che abbia una tale portata, e ciò dimostra il potere di comunicazione globale da parte delle parole e delle immagini.
     È strano che tu creda che io abbia uno stile. Io non lo vedo, sebbene ci siano abbastanza persone che me lo dicono, per cui deve essere vero. A livello conscio, io non penso allo stile, quando sto lavorando: anzi, non ci penso mai, se è per questo. Penso che le mie influenze siano ovvie. Ero un grandissimo fan di Jeff Jones in particolare, ed ho lavorato sodo per imparare ad emulare i suoi disegni ed i suoi dipinti, durante il mio periodo alla art school. Mi emozionava sapere che qualcuno riuscisse a “vedere” che stavo facendo il Jeff Jones. Ma dopo che mi fu detto da molta gente quanto il mio lavoro somigliasse a quello di Jones, iniziai a sentirmi ferito dal fatto che nessuno stava riconoscendo invece che cosa stavo mettendo nel mio lavoro, ciò che sentivo mio. Per cui ho cercato di capire di che pasta io fossi fatto, e come vedevo il mondo alla mia maniera.
     Penso che sia ancora ovvio chi siano/siano stati i miei eroi, ma almeno non penso più in maniera conscia al lavoro di altri artisti quando disegno o dipingo.

     La tua formazione è accademica, ma lavori (fra le altre cose) in un medium (i fumetti) molto lontano dall’essere considerato “letterario”. Quali sono i tuoi pensieri in merito e cosa ti piace dei fumetti?

    Mi piacciono i fumetti per tanti differenti motivi. Non penso che non siano letterari, o che non siano arte, ma posso capire perché molte persone abbiano invece questa impressione. Penso che molte persone vadano avanti con i ricordi che hanno dei fumetti che leggevano da bambini. Non credo che abbiano provato a dare un’occhiata ai fumetti per vedere che cosa esce oggi, e quanto è diversificato e ricco il campo. E (i fumetti) hanno anche una storia incredibilmente ricca e globale.
    Durante la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 lavoravo soprattutto per le gallerie, ed ero felice di riuscire a campare tramite i miei dipinti. Ho anche iniziato a pensare di stare perdendo tempo, coltivando solo un aspetto della mia creatività. Mi mancava il raccontare delle storie. Io vengo da una famiglia di narratori nati, e ce l’ho nel sangue. È ciò con cui sono cresciuto, e che mi ha riempito l’infanzia, anche attraverso i fumetti. Per cui il raccontare storie è un aspetto essenziale del mio amore verso i fumetti, ovviamente. Mi piace anche il fatto di avere un pubblico che segue le mie cose. Posso vedere l’effetto che il mio lavoro ha sugli altri. I fumetti sono una gran faticaccia, ma alla fin fine tenere in mano il fumetto che hai fatto e vedere l’effetto che ha sui lettori ripaga tutti gli sforzi.
    Mi piace immensamente scrivere, e mi piace illustrare, ma mettere insieme le due cose crea un risultato migliore di entrambi gli addendi. È un medium difficile da esplorare appieno, il raccontare una storia dal punto di vista visuale. Penso che sia delle forme d’arte più difficili che ci siano.
    Ciò che è sempre gratificante è visitare altri paesi e parlare con altre persone di fumetti. È quello il momento in cui mi rendo conto che è qualcosa di più di letteratura per bambini. Pare che in altri paesi i fumetti siano considerati arte. È una cosa gratificante. Io vedo certamente i fumetti come un veicolo di auto-espressione, ma comunque è difficile convincere quelli che non vogliono superare i propri pregiudizi sui comics.

     Hai esplorato molti aspetti del medium fumetto: insegnante, scrittore, disegnatore, copertinista. C’è un aspetto che preferisci agli altri?

     La scrittura è l’aspetto più difficile dei fumetti, per me. Raccontare una storia e renderla il più possibile priva di pecche. Non è certamente un aspetto in cui eccello, è per me una costante lotta. Ma penso che il mio lavoro risulti onesto e ciò è fantastico. Lo stage dei layouts è pure un momento duro: cercare di capire come fare il miglior breakdown visuale possibile della storia, che inquadrature usare, le luci, quello è il momento di maggior lavoro per me. I disegni finiti per il fumetto sono quasi una passeggiata, al confronto. La quantità di lavoro necessaria per un fumetto può essere a volte soverchiante. Cerco di non guardare alla globalità del progetto in termini di quanto lavoro c’è da fare. Mi focalizzo sulla pagina a portata di mano e mi muovo continuamente fra le vignette e le tavole. Poi quando si palesa la luce alla fine del tunnel è sempre una piacevole sorpresa.
     Mi piace insegnare perché è molto gratificante aiutare gli altri ad imparare. Sono stato fortunato quando ero uno studente, in quanto ho avuto alcuni dei migliori insegnanti che potessi sperare. Molte persone si sono date un gran daffare per aiutarmi ad imparare il mestiere, e l’unica cosa che mi hanno chiesto è di aiutare altri studenti a mia volta. Passando la conoscenza.
     Non posso dire di preferire un aspetto sugli altri. Penso che ogni aspetto abbia elementi che prendono il sopravvento sugli altri, in momenti diversi. A volte sono proprio capriccioso. Se sono al lavoro sulla scrittura, invariabilmente mi trovo a desiderare di stare disegnando. Se sto disegnando, vorrei stare dipingendo ad acquerello, o ad olio, o a penna ed inchiostro e così via. Non mi pare di riuscire ad essere felice a fare una cosa sola. È una benedizione, perché certamente non corro il rischio di accontentarmi, ma ha anche degli svantaggi. Non ci sono mai dei momenti felici, e degli attimi di riposo. Può essere stancante, alla lunga.

     Il tuo Enemy: Ace War Idyll è stato molto apprezzato, ha vinto diversi premi ed è stato messo fra le letture obbligatorie alla West Point Military Academy, raggiungendo un pubblico normalmente lontano dal mercato fumettistico. Sei stato sorpreso da un successo così travolgente, considerando che il tuo stile non è troppo accessibile, per il lettore di fumetti medio?

     Non sapevo che cosa aspettarmi da Enemy Ace: War Idyll. Il successo del fumetto mi ha veramente colto di sorpresa. Il fatto che abbia attratto così tante persone al di fuori del fumetto è stato meraviglioso, non avrei potuto chiedere di meglio. Solo questo ha reso il lavoro degno di essere fatto. Non mi è mai venuto in mente che il lavoro non fosse accessibile per l’appassionato di fumetti medio. Questo è quanto poco stavo pensando al di fuori dei confini della storia. Non penso di avere avuto nessun lettore in mente quando ho fatto fumetti, o quando ho dipinto. Faccio ciò che mi piacerebbe fare in quel periodo e ciò è abbastanza. Certamente non voglio essere legato solo ad un target. Penso che se riesco a mantenermi fedele alle mie finalità, ai miei interessi, allora il lavoro sarà onesto ed avrà un solido senso di verosimiglianza. La cosa peggiore che potrebbe capitare sarebbe che il mio lavoro non emozioni nessuno. Amatelo, odiatelo, va bene lo stesso. Spero solo che non sia indifferente a nessuno. Sarebbe un disastro.

     Sembri molto interessato alla ricerca ed alla rappresentazione degli orrori della guerra. Da dove nasce questo interesse?

     Sono cresciuto con i fumetti di guerra. Sono cresciuto durante la guerra del Vietnam, che è durata per tutto il corso della mia infanzia. Io sono nato nel 1960 e la guerra mi pare sia finita nel 1975. Sin dal periodo in cui sono stato in grado di capire fino al mio quindicesimo compleanno questa guerra era qualcosa sullo sfondo. Avevo una paura enorme di dover andare là a combattere, sebbene con le mie due operazioni al cuore non sarebbe mai stato il caso (ma nessuno me lo aveva detto, all’epoca!). Ero innamorato dei fumetti di guerra della DC, Sgt. Rock, Haunted Tank, e come molti dei miei amici super appassionato della Seconda Guerra Mondiale. Giocavamo coi fucili per tutto il tempo e molti dei nostri genitori avevano combattutto in quella guerra. Mio padre era in Marina, sebbene non abbia effettivamente combattuto. I padri dei miei amici erano fanti, marinai o piloti di cacciabombardieri. Avevamo un sacco di equipaggiamento e ci sguazzavamo. La mia casa era strapiena di libri sulla Seconda Guerra Mondiale, dato che mio padre leggeva libri di storia e racconti cercando di capire di più sulla guerra alla quale aveva partecipato. Per cui ero circondato da questa roba.
     Mi ricordo di quando la guerra divenne più di una strana fascinazione, come guardare un incidente automobilistico. Ricordo di quando ho capito che la gente moriva davvero e che non c’era molta gloria in tutto ciò. Che la morte era veramente la fine, la fine di tutto. Mi ha spaventato a morte, il riconoscere la mia mortalità, ed ad una età veramente giovane, per di più. Non mi fece smettere di giocare coi fucili, ma gli diede un senso di maggior gravità.
     Dopo essere uscito dalla art school ho iniziato a leggere un sacco dei libri che stavano uscendo sulla guerra del Vietnam per imparare di più sul terribile conflitto che mi aveva così spaventato da bambino. Tornai ad essere di nuovo affascinato dalla guerra, dalla sua natura distruttiva, e di come distrugga tutto ciò che sappiamo sulla società e su come le persone si dovrebbero comportare. E fui fortunato ad avere la possibilità di lavorare per alcune riviste dei veterani vietnamiti, illustrando i racconti dei soldati che avevano combattuto in quella guerra ed in altre. Ecco come ho iniziato a lavorare alla mia idea di Enemy Ace, come veicolo per capire tutto da solo.
     Ho continuato ad avere una certa fascinazione per l’argomento, soprattutto perché sembra un modo potente per affrontare la condizione umana. Quando le persone sono messe in situazioni in cui la vita sembra importare così poco, eppure ironicamente importa molto di più per questo. Devono affrontare de visu i demoni che albergano in molti di noi. Li obbliga ad affrontare le loro peggiori paure ed i dolori e gli amori. E da tale morte e distruzione, odio e dolore lo spirito umano si risolleva, come erba che cresce attraverso l’asfalto.

     A questo punto della tua carriera, sei stato incluso nel libro di Reed The Illustrators in America 1860-2000, hai vinto molti premi e hai esposto in tutto il mondo. C’è ancora qualche meta che non hai raggiunto?

     Le mie mete non sono così specifiche, direi. Sono più transitorie. Non so bene cosa cerco nei miei dipinti, nel mio dialogo con la pittura, ma è una ragione sufficiente per dipingere. Trovo nuove cose mentre esploro, il medium mi parla e mi dice dove andare. Mi paice non sapere dove sto andando. È la natura inaspettata dell’arte, la scoperta. Mi tiene sulle spine, a cercare di capire. È la gioia del processo.

     Sono particolarmente intrigato dal tuo interesse per il blues. Come è nato? Vuoi parlarcene?

     Il mio interesse per il blues è nato con una visita da Tower Records mentre ero al lavoro su Enemy Ace. Mentre stavo realizzando quel fumetto praticamente vivevo nello studio ed oltre a circordarmi di materiale di ricerca sulla prima guerra mondiale e sul Vietnam, mi circondavo anche di musica. Adoro la musica. Non ne ho mai abbastanza dei diversi tipi di musica, e di tutti i paesi. Sono andato da Tower alla ricerca di qualcosa di nuovo con cui sollazzarmi e mentre stavo camminando nella sezione Folk ho sentito qualcosa che mi ha colpito, e che parlava direttamente al mio cuore. Era la musica di Mississippi John Hurt. Sono rimasto ipnotizzato, triste ed eccitato allo stesso tempo. Ho comprato tutto ciò su cui ho potuto mettere le mani. Avevo appena comprato un lettore CD, per cui non c’era molta musica in quel formato al tempo, tutti i negozi vendevano soprattutto vinile. Ma mi sono portato a casa quel disco di Mississippi John Hurt e l’ho consumato a fuoria di ascoltarlo. Poi sono passato a Skip James ed altri. Ero preso. DOVEVO fare qualcosa con questa musica meravigliosa!
     Allora ho iniziato a formulare dei modi con cui giocare con l’argomento blues e con lo spirito di quella musica. Sono fortunato ad essere cresciuto nel sud ed ancora più fortunato che mia madre fosse del Mississippi, che avevo visitato tantissime volte nel corso della mia vita. Ho iniziato a scrivere una storia su di me che cercavo un bluesman i cui dischi avevo trovato nella soffitta della casa di mia nonna in Mississippi. Per cui avevo la cornice in cui muovermi, ma non sapevo come andare avanti. Ho deciso di fare una gita attraverso il Delta del Mississippi e bussare alle porte e vedere che cosa avrei trovato. Ciò che ho trovato è stata per me una grande avventura, nel mentre visitavo alcuni dei posti descritti nelle canzoni di Mississippi John Hurt ed altri. Ho incontrato tanta gente fantastica e sentito tantissime canzoni e storie che mi hanno dato una grossa ispirazione, ed ho bevuto più gin e whisky di quanto avrei pensato fosse possibile. Le storie hanno fornito una trama intricata e meravigliosa attraverso il libro, riempiendolo di quella onestà che ritengo così importante.

     Oggi sembra più facile per gli illustratori trovare il proprio posto nel mercato fumettistico americano, e molti autori di talento lavorano spesso per gli editori statunitensi, come John J Muth, Kent Williams, Van Fleet, Sienkiewicz, McKean. C’è qualcuno di loro che ti piace?

     Sono stato molto fortunato per il fatto che ognuna di queste persone è amica degli altri. Io, Kent Williams e John Van Fleet siamo andati a scuola insieme. John Van Fleet è stato il mio compagno di stanza al Pratt Institute (ed è ancora un mio vicino), e così Dan Clowes. Kent ed io ci siamo fondamentalmente insegnati a disegnare e dipingere a vicenda, facendo insieme numerosi viaggi in campagna per dipingere paesaggi. Ho incontrato J Muth tramite Jeff Jones ed andiamo tutti insieme a dipingere i paesaggi sulle montagne Catskill di New York. Bei momenti. Ho incontrato Bill Sienkiewicz e Dave McKean in varie occasioni e siamo diventati ottimi amici nel corso degli anni. Questa è la cosa veramente bella dell’arte, non ci sono confini, ma allo stesso tempo è veramente un mondo piccolissimo. Tutti sono contenti di ciò che fanno e adorano condividerlo con altri. E si, adoro il lavoro di tutte queste persone. Senza alcun dubbio.

     A proposito, molti illustratori sembrano essere stati infettati dal “virus del Photoshop”. E tu? Hai mai provato tecniche di pittura legate al computer? Quali sono i tuoi pensieri in merito?

     Ho giocato con Photoshop ed ho anche finito dei lavori usando il programma. Ma mi piace ancora sentire l’odore del diluente e sporcarmi le mani. Sono un maniaco dei computers, adoro i miei Mac e sono costantemente sorpreso del poterre che mi hanno dato. Ora ho il controllo totale sulla qualità finale dei miei fumetti. Ciò è meraviglioso. Avrei potuto uccidere, da bambino, per una cosa del genere. Dovevo incollare e dovevo fare l’editing dei film facendo tagli da rabberciare con il taglierino e lo scotch. Questa cosa è pura magia. Mi ci perdo, è un fantastico campo da gioco! Ma è solo un altro strumento, come il pennello, il pennino, un foglio di carta. Non sono molto appassionato delle immagini ultra-processate che molti realizzano al computer. Mi pare che queste persone si facciano controllare dal software, e che siano prigioniere delle limitazioni del programma, piuttosto che arrivare al computer come modo per eseguire qualcosa che hanno già in testa. Chiunque può usare il filtro “twirl”, ma uno come Dave McKean fa molto di più di questo. Piega il computer e lo obbliga a fare ciò che lui vuole.

     So che ti piace molto fare schizzi e che hai il tuo quaderno per gli schizzi personale. Come è nata questa abitudine?

     Gli sketchbooks sono il posto in cui si fa veramente tutto il lavoro. Mi piace fare schizzi, vorrei poter essere pagato solo per fare schizzi. I viaggi in metropolitana a New York erano un modo o per leggere o per disegnare e ho fatto entrambe le cose in abbondanza nei miei 18 anni lì. Ma soprattutto disegnare era una grandissima soddisfazione. Cercare di catturare le espressioni delle persone che vedevo sui treni è stata il mio migliore insegnante. Ho dovuto imparare velocemente e cercare di arrivare al cuore di ciò che stavo vedendo. Mi ha obbligato a focalizzare l’attenzione su ciò che era veramente importante.

     Di solito hai lavorato da solo ai tuoi fumetti. Saresti interessato a collaborare con altri disegnatori o sceneggiatori? Ti viene in mente nessuno in particolare (a parte Azzarello)?

     Non proprio. Sono stato avvicinato, ed a mia volta ho avvicinato diversi scrittori, e sarebbe divertente fare qualcosa con loro: mi vengono in mente Mark Askwith e Frank Miller. E se da un lato mi piace l’idea di non dovere tirare fuori tutta la storia da solo, dall’altro sono diffidente riguardo al dovere interpretare le idee di un altro. Mi piacerebbe certamente lavorare con Frank Miller. Nel corso degli anni abbiamo spesso parlato di collaborare, ma non riusciamo mai a trovare il tempo. Frank ha suggerito di realizzare una storia di carattere storico, dato che siamo entrambi interessati alle materie storiche. Per cui questa pare la cosa migliore da fare. Ora è solo questione di trovare il tempo, l’ispirazione e l’argomento.

     Parliamo degli aspetti tecnici. Che tecniche usi normalmente nei fumetti? Cambiano, se stai realizzando una illustrazione di copertina?

     Naturalmente la considerazione più importante è legata alla Storia, e tutto deve essere al servizio ed a supporto di quella. Troppo spesso la tecnica sembra essere usata come mezzo fine a sé stesso, piuttosto che come mezzo per un altro fine, ovvero la storia. Se la tecnica è troppo evidente, allora l’artista ha fallito, ti ha buttato fuori dalla storia, ha distrutto il sogno ad occhi aperti.
     Cerco sempre di scegliere il migliore approccio visuale per ogni storia che io affronti. Il mio lavoro sui colori per le storie sequenziali di solito è sempre stato basato sull’acquerello con aggiunte di altri media, chiamati in causa per dare più sapore e mantenere alto il mio interesse. Una delle cose più difficili, per me almeno, è essere confinato nelle scelte che faccio. Penso che dovrei sempre restare fedele alle tecniche che ho scelto per una determinata storia, allo scopo di mantenere coerente la storia. Per Enemy Ace ho scelto di usare l’acquerello piuttosto che rifinire le matite come nelle storie originali di Joe Kubert. Mi sembrava di volere portare l’aspetto visuale ad un livello più realistico, più sottile e testuale, per rendere il tutto più credibile. Quello era il modo migliore di agire, sentivo, per quella particolare storia. Ora sto lavorando al mio episodio di Solo e per la prima storia, un racconto ambientato durante la Guerra Civile americana, ho scelto di fare tutto a penna, pennello ed inchiostro, e praticamente ho fatto la separazione dei colori a mano. Penso che abbia funzionato bene. Ma ciò non sarebbe stato adatto per ogni storia. Ogni storia richiede un approccio differente.

     Sebbene la tua produzione si sia praticamente astenuta dai supereroi, hai vinto un Eisner per Wolverine: Netsuke. Come è nato il progetto e come hai affrontato una icona mainstream come Wolverine?

     Abitavo ancora a New York e stavo appena iniziando a lavorare alla mia graphic novel di Batman. La serie di Batman sarebbe dovuta essere un sogno che si realizzava, un vero piacere, come Enemy Ace. La vera ragione per cui sono diventato un disegnatore è Batman. Ero uno spettatore della serie televisiva e ne sono rimasto affascinato: ciò mi ha dato la spinta ad entrare nel mondo dei fumetti e dell’arte. Ma l’editor originale con cui iniziai a lavorare rese il fumetto un incubo. Stavo annaspando nel lavoro, perché voleva che fondamentalmente io ripetessi lo stile e le tecniche che avevo usato per Enemy Ace.
Io pensavo che fosse un approccio totalmente sbagliato per Batman perché Batman è un personaggio “larger than life” (termine che gli anglofoni usano per dire “esagerato”, N.d.T.). Non è reale, è più che reale. Volevo portare il lavoro sulla serie ad un livello più appropriatamente grafico. E ciò non accadde, perché l’editor su questo punto non ci sentiva. Alla fine lasciò la serie, ma a quel punto ero bloccato con le tecniche che avevo già adottato a causa della sua cattiva gestione.
     Stavo passeggiando nel mio quartiere a Brooklyn ed ho incontrato Chris Claremont, che viveva a qualche isolato di distanza da me. Mi chiese che cosa stessi facendo, e gli vomitai addosso tutti i miei sentimenti circa la storia di Batman e quanto fossi scosso riguardo alla direzione che il mio lavoro aveva preso, etc. Fu sorpreso di sentire queste cose, e mi disse che tutto ciò non aveva senso, se mi avesse chiamato a fare una serie si sarebbe fidato del fatto che avrei tirato fuori qualcosa di buono. Poi mi disse che era appena stato messo sotto contratto come editor degli editors alla Marvel e che se avessi avuto un progetto avrei dovuto sottoporglielo. Gli chiesi se fosse ok fare una storia di Wolverine, e mi disse di si. Era venerdi e presi un appuntamento per vederlo il lunedì successivo. Mi sono preso tutto il weekend ed ho tirato fuori le idee per Netsuke.
     Sono sempre stato innamorato della cultura e dell’arte giapponese, ed ho letto pile di libri giapponesi. Per cui mi è sembrato un ottimo modo per convogliare questo interesse. Tutti i miei progetti sono basati su cose che mi interessano e che mi piace dividere con gli altri. Per cui ho immagazinato tutto il mio interesse per l’iconografia e la letteratura giapponese in una storia che si è avvantaggiata della storia di Wolverine/Logan e Mariko, fondamentalmente un racconto di fantasmi. Ho potuto giocare con Wolverine e mi sono divertito a disegnare tutto quel fantastico materiale giapponese. A Chris l’idea è piaciuta e l’ha sponsorizzata alla Marvel. Senza Chris quella graphic novel non sarebbe venuta alla luce.
     La Marvel fu d’accordo a concedermi di finire prima la storia di Batman e poi iniziare il lavoro su Wolverine. Nel frattempo lasciai New York, dopo un periodo di ben 18 anni, e mi trasferii a sud, nei boschi, dove finii Batman. Quando stavo per iniziare il progetto Wolverine Chris perse il lavoro alla Marvel e pensai che sarebbe stata la fine di tutto. Ma Chris passò la palla a Joe Quesada e si assicurò che fosse in buone mani. Mi fece un grande favore, in questa occasione. Joe fu da subito un estimatore della serie e ciò fu ottimo perché non avevo nessun altro lavoro in vista.
     Dopo aver lavorato al fumetto di Batman ed avere dovuto avere a che fare con certe cattive vibrazioni (anche se devo dire che che dopo che l’editor in questione andò via le cose migliorarono incommensurabilmente e l’editor che lo sostituì gli faceva barba e capelli), disegnare per la Marvel fu molto bello. Mi lasciarono in pace. Seriamente. Fu meraviglioso. Si fidarono a farmi fare ciò che so fare meglio. Mi divertii tantissimo su quegli albi, e penso che traspaia dal lavoro. Il mio editor su Wolverine, Matt, fu fantastico. Lavorò veramente con me e si accertò che tutte le mie richieste fossero accolte, e si lamentò quando secondo lui qualcosa non andava bene o per quanto riguardava la serie o il mio operato. Un vero professionista. Una ventata di aria fresca.

     Sei al lavoro su due nuove serie per la DC Comics, Solo e The Haunted Tank. Vuoi dirci qualcosa?

     Beh, The Haunted Tank è ad un punto morto, penso. Sono più di due anni che non ne ho più saputo niente del progetto, per cui penso che sia stato abortito. Magari Brian (Azzarello, N.d.T.) ha deciso di chiamare un altro disegnatore. Non lo so. La sua idea era molto divertente e ne sarebbe venuta fuori un’ottima storia. Vediamo se ci tiriamo fuori qualcosa.
     Per quanto riguarda la serie Solo, mi sto divertendo, ma sto trovando difficile tirare fuori delle idee. Non tiro mai fuori idee in maniera intuitiva, e poiché vogliono che queste siano storie autocontenute, è ancora più difficile. È dura poiché la DC vuole il possesso di tutto, anche se non sono suoi personaggi. Per cui è difficile separarsi da storie che so che sono basate su un ottimo storytelling. Per cui è una lotta, per decidere che cosa lasciargli. Se la DC non insistesse in questo bisogno di possedere tutto ciò che pubblicano, sono sicuro che la gente tirerebbe fuori dei lavori migliori. Posso capire che abbiano necessità di possedere il materiale su Barman. Ha perfettamente senso. Ma è difficile mandare giù che debbano avere il possesso di cose che noi ci inventiamo da zero. Per cui ho messo in stand by alcune cose che avrei fatto per la serie ed invece ho in programma di usare i personaggi DC, così non mi sentirò in colpa per aver lasciato i diritti. Ma ho realizzato quello che è fra le cose migliori che abbia mai fatto, per questo fumetto. Ho preso la DC in parola, quando mi è stato detto che vogliono che si giochi con tecniche, punti di vista e generi, lasciandosi andare totalmente. Penso di avere fatto proprio questo. Ma non mi viene ne facile ne veloce. Sono solo a metà del volume, ma sono fiero delle storie.
     Come ho menzionato prima, la mia storia è un racconto ambientato durante la Guerra Civile, di cui ho fatto le separazioni totalmente a mano. È stato veramente un parto e non penso che lo farò di nuovo se non per le copertine, ma ne è valsa la pena per la storia. Ogni vignetta è stata disegnata a penna ed inchiostro, poi per ogni colore che ho usato ho fatto le separazioni dei disegni a penna ed ad inchiostro, per cui per ogni vignetta ho realizzato qualcosa come sei disegni. Mi stava uccidendo. Poi ho fatto uno scan col mio Mac ed ho messo tutto insieme col Photoshop, trasformando ognuno di quei disegni in layers di colore.
     Quando ogni pezzo è andato a posto ne è valsa la pena. È molto divertente, penso.
     La seconda è una storia di Sgt. Rock, un racconto ambientato durante la Seconda Guerra mondiale che ho lasciato in bianco e nero con toni di grigio. Sono molto contento anche di questa storia. Ho in mente anche una storia di Batman che mi diverte molto e che è quasi autobiografica, perché c’è mio figlio in mezzo. Penso che tutto sarà un gran divertimento. Vediamo come viene fuori, alla fine.

     Leggi ancora molti fumetti? Chi e che cosa segui regolarmente?

     In realtà non sono molti i fumetti che seguo ancora. Seguo certamente qualunque cosa facciano Frank Miller, Mike Mignola o Dave McKean. In generale sono scoraggiato quando vado al comic shop. Ci sono troppi fumetti di supereroi e questo mi lascia indifferente, oggigiorno. Guardo molto al mercato indipendente ma anche molti di quei fumetti sono abbastanza omologati. Sono stanco della gente che si lamenta della propria vita. È un clichè già vecchio. Mi piace molto la roba straniera, ma in particolare cose vecchie come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Jacques Tardi, Sergio Toppi, Hergé. Lavori meravigliosi. Adoro le cose di José Muñoz. Fantastico. Sempre potentissimo.

     Quali sono i tuoi progetti attuali, anche al di fuori dei fumetti?

     Progetti attuali: è da un po’ di tempo che sto scrivendo una saga sulla prima guerra mondiale. Spero di iniziare a lavorare sulla continuity presto. Sto anche lavorando ad un altro documentario, questa volta su Harvey Dunn e sugli altri sette disegnatori che furono mandati al fronte durante la prima guerra mondiale affinché illustrassero la guerra per l’America. Potrei anche riuscire a vedere pubblicato il mio libro sul blues, See You In Hell, Blind Boy. È stato un lungo viaggio, per il libro, e spero che riesca a trovare una propria casa.
     Durante le ultime estati ho insegnato per la Illustration Academy ed è stata un’esperienza incredibile. Solo essere in grado di intrattenersi con John English, Mark English, Gary Kelley, C. F. Payne, Anita Kuntz, Greg Spalenka, Brent Watkinson, Sterling Hundley è stato un ottimo modo di ricaricare le mie batterie artistiche. Ci troviamo tutti insieme ed è come un ritrovo di vecchi amici, mentre insegnamo ad un numero selezionato di studenti a disegnare e dipingere.
     Io e John English stiamo lavorando ad una esposizione a due dei nostri lavori per una galleria di Kansas City. Ho riiniziato ad amare il dipingere per me stesso. È una cosa che rinvigorisce e spaventa allo stesso tempo.

     Sai niente della scena fumettistica europea? E per quanto riguarda l’Italia?

     Sono stato abbastanza fortunato da andare a Lucca ona volta all’inizio degli anni ’90, e sono stato benissimo in Italia. Piovve per la maggior parte del tempo in cui stetti lì, ma comunque ci divertimmo tantissimo. Ero con Kent Williams, Dave McKean, Dave Mazzuchelli, Bryan Talbot, José Muñoz ed altri. Che bella esperienza! Solo riuscire a fare conoscenza con Muñoz e Toppi! Wow! Sono anche riuscito ad incontrare Milazzo, il cui lavoro mi piace molto.

     Domanda classica di Comics Code. Quali sono le tre opere a fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?

     Wow. Non so se posso ridurre tutto a tre sole opere, per cui penso che mi asterrò. Se potessi avere una raccolta di lavori con me se fossi su un’isola deserta, una delle mie scelte sarebbe una serie completa delle riviste della Warren: Creepy ed Eerie. Oppure una serie completa dei fumetti della EC. Sarebbe bello.

Galleria di George Pratt

 

 

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