Mostarda ed Inchiostro:
Intervista a Ted McKeever
di Antonio
Solinas
Ciao Ted, il tuo lavoro è molto apprezzato in Italia. Vuoi presentarti ai nostri lettori? Hai sangue italiano nelle vene, se non sbaglio…
Apprezzo molto la cultura italiana, dato che mia madre è italiana al 100%.
Sono cresciuto in una grande famiglia, con 35 fra zie, zii e cugini, e mio padre a fare da unico “outsider”: da qui il mio cognome irlandese. Mia nonna arrivò per prima qui negli Stati Uniti, e mio nonno la seguì (letteralmente) dopo, sapendo solo che lei alloggiava da qualche parte nella zona di New York: attraverso la testardaggine la trovò e si sposarono. Quello è amore.
Quando è stato che hai iniziato ad interessarti ai fumetti? È vero che i fumetti italiani hanno giocato un ruolo importante nel tuo interesse per questo medium?
Il mio interesse più memorabile arrivò quando mia nonna tornò da un viaggio nella sua patria alla fine degli anni ’60, portandosi dietro un paio di fumetti piccoli ed in bianco e nero (più tardi imparai che quello era il “formato Bonelli”). Uno era Il Grande Blek e l’altro Tex.
Una copia di ognuno. Non conoscevo l’italiano, ma li divorai dall’inizio alla fine, tantissime volte.
Le immagini e le campiture, la profondità ed il tono, erano diversi qualunque coas avessi visto prima.
Avendo letto i soliti supereroi mainstream che ogni bambino conosce, fu solo nel momento che venni a contatto con quei due fumetti in bianco e nero che mi resi conto che quello era ciò che volevo fare.
Vuoi raccontarci come hai iniziato a fare fumetti?
Dunque, per circa 4 anni ho fatto il disegnatore in tribunale durante i processi trasmessi dalla ABC e poi sono andato a lavorare nella redazione del Miami Herald per circa 3 anni. Nel 1984 mi sono preso la varicella. Non è stato per niente piacevole.
Ero confinato a stare a casa, lontano dalla luce del sole per circa 3 settimane. Per cui ho deciso di mettere a frutto tutti gli anni in cui avevo voluto fare fumetti, utilizzando tutte le storie e le idee che avevo accumulato negli anni passati a lavorare nel campo dei media legati alle notizie.
Il risultato fu l’idea per Transit. E, dopo circa 3 mesi, avevo completato il primo episodio, mentre lavoravo di giorno per il Miami Herald.
Poi sono andato ad Atlanta, dove ho incontrato Archie Goodwin e Dave Gibbons, ai quali ho mostrato l’intero primo numero fotocopiato, ed entrambi mi diedero informazioni su come presentarlo in giro. Mandai in giro 98 copie, e mi tornarono indetro 5 contratti. Fu la defunta Vortex Comics ad assicurarsi la serie: il giorno che firmai il contratto lasciai il mio lavoro per il Miami Herald, e non mi sono mai più guardato indietro.
Hai uno stile eccellente, nonché molto personale. Come lo hai sviluppato?
Grazie del complimento, perché ho lavorato in maniera conscia sul permettere a me stesso di fare solo quello che mi sembra giusto. Come uno chef senza libro di cucina. Mi invento le cose per come sono richieste da ogni diverso progetto.
Penso che questo dipenda dagli anni in cui facevo il lavoro editoriale e gli schizzi in tribunale, quando non mi potevo permettere il lusso di strumenti elaborati, usando uno stile da guerriglia con tempo e matite limitati.
La cosa ha fatto in modo da farmi lavorare più duramente per dare alle immagini la capacità di esprimere o suggerire un’emozione immediatamente e senza parole.
Tutto ciò si è trasferito nel mio modo di lavorare, ora, poiché uso una grande quantità di strumenti ed inchiostri che non sono molto convenzionali dal punto di vista degli standard “artistici” tradizionali.
Quali sono le tue influenze? Ce ne è qualcuna che magari non è così ovvia da individuare?
Onestamente, le mie due influenze più grandi sono state, e sono ancora, Jack Kirby e Richard Corben.
Non per lo stile, e neanche per quanto riguarda gli argomenti, ma per la loro abilità di essere sé stessi, così specificamente distinti creativamente.
Non c’è da sbagliarsi sulla loro identità, basandosi solamente sul loro lavoro. Guardi un pezzo di Corben e sai che è Corben.
Oggi, nel bene e nel male, non riesco a distinguere l’uno dall’altro il 75% dei disegni.
E quei due creatori sono stati, almeno per me, un’influenza monumentale sul mio volere essere fedele alle mie idee individualiste, e mi hanno fatto dire a me stesso: “Non mollare”.
Sei nel campo dei fumetti da tanto tempo. È cambiato il tuo approccio da quando hai iniziato la tua carriera?
Bella domanda. In realtà, dopo avere lavorato in questo campo per 20 anni, posso onestamente dirti che apprezzo molto di più ciò che ho fatto nei primi 7 anni di quanto non facessi durante quel periodo.
Pensare che sono passato da una miniserie di 5 episodi in bianco e nero (Transit) ad una serie di 12 episodi in bianco e nero (Eddy Current), ad una serie di cinque episodi da 64 tavole l’uno totalmente dipinta, solo suggerendo un’idea, senza layouts né proposta, mi pare incredibile, ora. Il merito di tutto ciò va in toto agli editori con cui lavoravo all’epoca. Uno dei quali era una delle persone più geniali e creative cje io abbia mai conosciuto, Archie Goodwin. Che era uno che riusciva a vedere cosa volevo fare e me ne diede l’opportunità, senza ostacoli o controllo. È stato un periodo meraviglioso. Ora per il modo in cui è cambiato tutto, devi avere tutto il pacchetto pronto, prima che gli diano anche solo uno sguardo. Penso che sia come va il mondo oggi, direi.
Il tuo stile spesso ti ha portato a toccare temi sovrannaturali e/o urbani (Eddy Current, Faith, Industrial Gothic, Metropol, persino il tuo arco di Legends of the Dark Knight). Come hai sviluppato questa fascinazione?
Sono sempre stato affascinato dall’industria. Da quando riesco a ricordare, sono sempre stato conscio di ciò che mi circondava. Il modo in cui un vicolo era illuminato di notte, l’odore di una casetta nel mio giardino, il modo in cui erano sistemati i mattoni in un edificio in cui andavo a scuola. Tutte queste cose, la consistenza diversa dei materiali, gli odori, l’illuminazione e l’atmosfera degli edifici e delle strade mi dava un senso di eccitazione, solo stando lì. Per cui, penso ora, questo si traspone in quello che mi piace fare. Raccontare storie di posti di cui ho una qualche sensazione, e non solo i personaggi, in quanto essi sono quasi secondari, ma delle vite nelle città e nelle terre che popolano.
Sebbene sia abbastanza “difficile” (cioè lontano dal supereroismo), il tuo stile mi pare abbia avuto una grande influenza. Come lo spieghi?
Non lo so. Ho combattuto quel demone per molto tempo. Parte di me, come ho detto, ha sempre ammirato l’individualità. Vedere qualcosa di un artista il cui lavoro non somiglia al mio è per me una gioia. Ma, allo stesso tempo, sapere che il mio lavoro ha influenzato qualcuno a diventare unicamente ciò che voleva essere, è ugualmente una gioia.
Ciò che volevo dire, quando parlavo di combattere il demone, è che mi da veramente fastidio quando mi copiano senza pudore. È come una violazione senza essere tutelati.
Forse quando uno è influenzato dal mio lavoro, in una maniera positiva, è se accade ciò che Kirby e Corben fecero a me, cioè mi diedero l’ispirazione di coltivare la mia individualità.
In molte occasioni hai anche sceneggiato le tue storie. È stata questa una decisione conscia, per avere il controllo totale, o solo il risultato del fatto che non c’era nessuno che scrivesse le storie che volevi disegnare?
Col senno di poi, posso dire che è la seconda che hai detto. Ho scritto le storie che avrei voluto leggere. Ho scritto le storie che avevo in testa, idee che mi facevano arrabbiare e quindi volevo esorcizzare, o storie che sentivo sarebbero state lette, e magari apprezzate tanto quanto avevo fatto io mentre le mettevo su carta.
Non ho mai pensato ad avere il controllo, non avevo quel tipo di approccio. E continuo a non averlo.
Che difficoltà hai incontrato a lavorare sulle sceneggiature di altri?
Posso dire con tranquillità che non ho mai avuto problemi di questo tipo. Penso che sia dovuto al fatto che, quando ho lavorato con uno sceneggiatore, molto spesso siamo andati d’accordo, ed è stata un’unione creativa dall’inizio.
Per esempio, è stata una gioia lavorare a The Extremist con Peter Milligan. Pete aveva le proprie idee, io avevo le mie, ed abbiamo entrambi dato e ricevuto nella stessa maniera. In più, mi piace qualche volta avere un altro che mi scrive le storie, poiché questo mi dà la possibilità di esplorare dal punto di vista grafico un argomento o un posto al quale magari da solo non avrei pensato.
Quando hai fatto Toxic Gumbo con Lydia Lunch, quanto è stato difficile lavorare con una sceneggiatrice che non aveva alcuna esperienza precedente nel campo dei fumetti? Quale pensi sia stato il contributo di Lydia?
Beh, quella è stata una esperienza unica, dato che io e Lydia eravamo amici da alcuni anni prima che lavorassimo insieme a quel fumetto. Avevamo sempre avuto conversazioni riguardanti il nostro lavoro, e una volta capitò che lei era a New York, ospite di uno show alla radio e mi invitò a partecipare alla discussione.
Successivamente, le dissi: “Beh, e perché ora non vieni tu nel mio campo?”, e lei lo fece.
Riuscì a portarsi dietro quella scintilla in più, e quando dico scintilla, voglio dire invece un incendio: per esempio, gli incontri con gli editors del fumetto sono entrati nella leggenda, anche se sono un po’ dolorosi da ricordare.
Ci siamo spaccati il culo su quel libro, abbiamo mantenuto le idee nostre, ad alla lunga ha pagato, penso.
La ciliegina sulla torta, tuttavia, è stata l’aggiunta di una donna dal talento stupefacente di nome Maria D'Agostino, che ha creato a mano le bambole “sad sally” che appaiono nel corso della storia.
Per me, il suo lavoro meraviglioso ha reso il fumetto un qualcosa di più di quanto già fosse.
Hai lavorato su alcuni supereroi (mi vengono in mente Batman e Superman). Come ti sei avvicinato a questi impegni? Ti è stato difficile affrontare delle icone mainstream del genere?
All’inizio mi fu detto che “non mi sarebbe mai stato permesso” di disegnare Superman o Batman. E poi furono gli stessi editors ad avvicinarmi per fare Metropolis e Nosferatu, dicendo che volevano un’interpretazione espressionistica dei personaggi. Nel frattempo, mi fu chiesto di scrivere ed illustrare un ciclo di due albi di Legends of the Dark Knight, la storia di un uomo che vedeva Batman come un eroe ed un demone allo stesso tempo. Cosa che coincideva fondamentalmente la mia opinione su di lui, in quanto non ne sapevo molto della sua storia, al di là di quanto mi ricordassi dall’infanzia. Una dei miei avvenimenti personali preferiti riguarda l’inclusione di una mia storia nella serie Batman: Black and White. Volevo mostrare Batman come un uomo tormentato che è fondamentalmente un detective in tutina. Non per fare lo stravagante, ma volevo allontanarmi dalla persona “supereroistica” e mostrarlo per quello che è, un uomo.
All’epoca non era difficile, poiché, ripeto, gli editori avevano bisogno di trovare novità e angolazioni differenti. Oggi è un po’ più difficile barcamenarsi, dato che l’industria fumettistica sembra avere un’attenzione più diretta su ciò che non si vuole tentare.
Metropol sembra essere uno dei fumetti cui sei più affezionato. Puoi spiegarci perché (a parte il fatto che è un fumetto fantastico, ovviamente…)?
Prima di tutto, grazie del complimento.
Ciò che mi portò a realizzare quella storia fu la mia filosofia che ogni persona ha dentro un nucleo basato sul bene o sul male. È nel nostro intimo essere quello che siamo, non importa come possiamo fingere per dare una percezione diversa. Prendi questo, aggiungi la mia fascinazione per gli angeli ed i diavoli, e quindi circonda il tutto con quella che, secondo me, è la star della serie, cioè la città. Costruisci dei muri, e lascia esplodere il caos. È stato un sogno, a dire poco. La piena libertà di esplorare i personaggi e farli crescere e cambiare in maniera permanente. Farli imbarcare in un viaggio che porta all’autocoscienza nel mezzo di un incubo. E quindi di avere l’opportunità di combinare due delle mie serie precedenti, Transit ed Eddy Current, e mandarle in una direzione completamente nuova, ha reso l’esperienza veramente una di quelle che si fanno solo una volta nella vita, cui solo la mia miniserie Industrial Gothic si è mai avvicinata.
I tuoi lavori hanno un’atmosfera surreale, quasi kafkiana. Vuoi parlarci un po’ delle tecniche che usi per il disegno e l’inchiostrazione?
Cerco di rendere reale l’irreale, ma c’è un momento in cui cerco di sforzarmi di andare in una direzione che mi attrae in un senso o in un altro. Odio le storie che sono “sogni”, ed intendo quelle nelle quali arrivi alla fine della storia ed un personaggio si sveglia e si rende conto che era tutto un sogno. Non lo sopporto. Per me, è uno spreco. Tutto per niente, a parte l’effetto. Per cui, cerco di rendere ciò che sembra un incubo un’ambientazione reale, o la fantasia reale come la carne ed il sangue. L’approccio che ho verso le matite e le chine è più o meno lo stesso. Senza alcun approccio particolare. Non so quale sia la norma, ma faccio un lavoro molto dettagliato con le matite, per avere una base solida su cui illustrare. Non riempio tutto con l’ombreggiatura e le linee, ma butto giù le forme di base. Quindi, quando inchiostro, o seguo le matite con linee controllate ma in qualche modo “graffiate”, o le cancello con sbavature di inchiostro e spruzzate di bianco. Sempre tenendo a mente che il risultato finale deve essere discernibile e comprensibile: altrimenti è stato fatto tutto per niente, a parte l’effetto.
Il tuo stile è molto forte sia in bianco e nero che a colori. Quali sono le differenze nell’approccio?
Beh, il processo che seguo per il bianco e nero è più organico, dato che lavoro da una base a matita.
Posso lasciarmi andare, anche abbastanza spesso, a lavorare in una certa area in un modo, usando un pennino, ed invece altre volte usare un osso e fare sbavature sul lavoro.
Invece il lavoro a colori, che può sembrare casuale, ma, per me, è meticolosamente organizzato. In ogni aspetto dell’illustrazione, cerco di avere tutto il più chiaro possibile nella mia testa, prima di appoggiare il pennello alla carta.
È molto raro che io inizi a dipingere a colori e vada avanti sperando per il meglio. Anche se uso una vasta gamma di mezzi e prodotti (si, ho usato anche la mostarda), tutto ciò che faccio mentre dipingo è pensato nella maniera più profonda possibile per me.
Invece, quando inchiostro in bianco e nero, il pezzo può cambiare mentre ci lavoro su.
Leggi ancora fumetti? Ci sono autori o serie che segui regolarmente?
Non proprio, non leggo quanto dovrei, probabilmente. Anche solo per vedere che cosa esce. Molto di ciò che vedo in giro, di questi tempi, mi sembra tutto uguale.
Mi mancano i giorni di quando aprivo un fumetto, qualunque fumetto, non importa chi lo illustrava, e sapevo che sarebbe stato individualmente unico, che mi piacesse o no, e sarei stato colpito da un tale passione posta nelle tavole.
Vedo molti più fumetti europei con un tipo di diversità del genere, ora. Per cui sono sempre disposto a vedere ciò che esce lì.
Quali sono i tuoi attuali progetti?
Al momento, sto lavorando solo alle copertine di una nuova serie di Zombie, in 5 episodi, che uscirà fra pochi mesi per la IDW.
Ho appena finito le copertine dipinte per cinque episodi per la serie di Silent Hill, che sta uscendo proprio ora. Io penso che sia appena appena uscito il numero 3 nei negozi.
Ho fatto anche le covers per i tre volumi che collezionano tutti i 12 episodi di Eddy Current, con l’aggiunta di alcuni extra che presentano praticamente tutte le storie con Eddy.
Ho appena iniziato a fare i layouts e lo studo dei personaggi per una nuova serie di 5 episodi che adatterà il romanzo Princess of Mars di Edgar Rice Burroughs, che Dan Taylor sceneggerà e io illustrerò. Ancora per la IDW.
Oltre a queste cose, mi sono tenuto un calendario aperto in modo da potere porre molta attenzione su ogni progetto e, allo stesso tempo, iniziare a lavorare su un’idea per una storia che volevo iniziare da anni.
Mi sono tenuto lontano dallo scrivere le mie sceneggiature per troppo tempo, ed è da un po’ che volevo tornare ai giorni di Metropol ed Eddy Current. Così, devo solo trovare un editore che vuole idee creator-owned, ed una mentalità aperta da permettermi di esplodere.