“The Professional”:
Intervista a Stuart Immonen
di Antonio
Solinas
Ciao Stuart, il tuo lavoro è molto conosciuto qui in Italia. Che cosa vuoi dire ai tuoi fans italiani per presentarti?
Ciao!
Quando è che sei entrato in contatto coi fumetti? Quali sono le tue influenze?
Come dice il mio sito, ho iniziato autoproducendo i miei lavori, e quelli di altri amici nel 1988. Dal 1990 ho iniziato a lavorare per un buon numero di piccoli editori negli USA, fra cui la Caliber, la Rip Off Press e la Revolutionary Comics. Ho sempre avuto in mente di lavorare anche per le case editrici maggiori e, a partire dal 1993, ho iniziato a vedere i miei lavori pubblicati sia dalla Marvel che dalla DC Comics.
Elencare tutte le mie influenze sarebbe un compito arduo e noioso. Basta dire che ci sono più cose che mi piacciono di quante invece non mi piacciano, e che tendo a prendere da molte fonti differenti. La mia ispirazione primaria, comunque, è sempre il mondo reale, e cerco di incorporare un senso di naturalismo in ogni cosa che faccio.
Qualche anno fa, il to stile era più “commerciale” ed influenzato da gente come Adam Hughes. Come hai raggiunto la tua attuale cifra stilistica? Dove vedi il tuo stile fra, diciamo, 5 anni?
Non sono sicuro di avere capito la domanda. Quale stile? Qualche anno fa ho disegnato Hulk e Thor for Marvel, nessuno dei queli somigliava alle cose di Adam Hughes. Il recente Superman: Secret Identity non assomiglia a molte altre cose che si vedono nei fumetti, ma non per questo lo considero meno commerciale. Il mio “stile” cambia frequentemente e secondo i diktat del lavoro in questione. Come risultato, mi sarebbe difficile predire dove mi potrebbe portare in futuro. È troppo divertente, per smettere di cambiare ed evolversi. Mi dispiacerebbe bloccarmi a disegnare solo in un modo.
Hai lavorato sia per la DC che per la Marvel. Quali sono le differenze fra i due editori? Quali sono i pro e contro di entrambi?
Non sono coinvolto, a livello corporativo, con nessuna delle due compagnie, per cui non posso giudicare le loro strategie economiche. Io mi concentro a costruire un rapporto con l’editor e con lavoro degli altri autori. È una cosa molto personale. Se vado d’accordo con il mio editor, e se questa persona è contenta del mio lavoro, non mi importa di cosa succede al resto dell’organizzazione. Per quanto posso dire, non c’è una grande differenza fra le due società.
Hai lavorato anche con altri editori statunitensi. Quanto è grande la differenza fra i piccoli editori e le due grandi?
Beh, per la maggior parte questo è avvenuto molti anni fa, per cui le cose potrebbero essere ora molto diverse. Non c’è proprio paragone fra le due esperienze. Per la maggior parte, coi piccoli editori ho lavorato gratis, o per poche copie del mio stesso fumetto o per compensi patetici. Comunque, è stata una esperienza di valore inestimabile in termini di miglioramento dei miei mezzi e di rispetto delle scadenze, e dell’apprendimento di cosa significa veramente essere professionale. Considero i miei primi anni di carriera come un apprendistato.
Quali pensi che siano gli aspetti più importanti dello storytelling? Quale è la differenza fra i fumetti ed il tuo lavoro di illustratore?
Tutto è importante! Il disegnatore ha il compito più stimolante e difficile, ed in molti casi deve creare tutto il look della storia – non solo i personaggi e l’ambientazione, ma anche l’atmosfera, le luci e le inquadrature, i palazzi e i macchinari e così via. Anche quando lo sceneggiatore fornisce una sceneggiatura completa, è compito del disegnatore dare il ritmo alla storia, scegliere la composizione e le dimensioni delle vignette, ed anche il numero delle vignette. Ogni elemento ha eguale importanza. Un disegnatore che ha molta abilità nell’atmosfera e nei tagli di luce potrebbe essere un po’ debole nella chiarezza dello storytelling, per esempio.
L’illustrazione è un’esperienza con meno freni. È molto più probabile che l’esagerazione e le scelte stilistiche siano spinte all’estremo quando i personaggi non devono apparire uguali pagina dopo pagina. Vorrei avere il tempo di fare più lavori di tipo illustrativo.
Hai lavorato su molte icone fumettistiche. C’è nessun personaggio che non hai ancora disegnato e su cui ti piacerebbe cimentarti?
Io tendo a non pensare al mio lavoro in questi termini. Tento di avvicinarmi ad ogni storia o a ogni serie prima come professionista e poi come fan. Ho avuto il piacere di lavorare sui miei personaggi preferiti dell’infanzia all’inizio della carriera ed ora mi piacerebbe portare avanti più idee originali, nel futuro.
Quali sono, dal tuo punto di vista, i tuoi punti di forza e quali invece le tue incertezze, in termini stilistici?
Sono molto critico riguardo al mio lavoro, e troverei difficile ipotizzare come potrebbe essere superiore. In contrasto, penso che ogni tavola che mi passa per le mani sarebbe molto meglio, se solo avessi più tempo o più talento...
Sappiamo che hai lavorato per il mercato francese. Cosa ci puoi dire di questa esperienza?
È praticamente lo stesso che lavorare per gli editori nordamericani. Mi viene data la sceneggiatura e passo le tavole ad un editor per l’approvazione. I ritmi di lavoro sono diversi, ma questo è quanto, in realtà.
Hai lavorato con uno sceneggiatore italiano. Quanto è difficile lavorare con persone che non parlano la tua stessa lingua?
Spesso non ho la possibilità di incontrare e nemmeno di parlare con gli sceneggiatori con cui lavoro, anche se parliamo lo stesso linguaggio. Nel caso di Michelangelo La Neve, la sceneggiatura è stata tradotta in inglese, per cui l’esperienza lavorativa è praticamente identica a quando lavoro per la Marvel o per la DC. In altre parole, per niente difficile.
Parliamo degli aspetti tecnici. Di solito fai solo le matite, ma a volte inchiostri pure. Quale è la ragione di questa scelta?
Normalmente, faccio solo le matite, e non anche le chine. Questo è il modo di lavorare usuale nei fumetti nordamericani, che permette che il lavoro sia completato più velocemente per stare dietro alle scadenze mensili. Ho scelto di disegnare, inchiostrare e colorare Superman: Secret Identity in modo da mantenere il controllo totale sul look della serie, e questo lavoro extra mi è stato permesso dal fatto di avere ottenuto scadenze più flessibili. Se possibile, mi piacerebbe riprovare questo sistema in futuro, perché è stato artisticamente soddisfacente. Ma è stato anche estremamente stancante, e sono grato di avere l’opportunità di lavorare di nuovo con altri autori di talento in maniera “tradizionale”.
Leggi ancora fumetti? Chi e che cosa segui regolarmente?
Non troppo, di questi tempi. Se vedo qualcosa che attira la mia attenzione, lo compro, ma al momento non seguo nessuna serie regolare, per la verità.
Quali sono i tuoi attuali progetti?
Ultimate X-Men con lo sceneggiatore Brian K. Vaughan e gli inchiostri di Wade Von Grawbadger per la Marvel Comics, e Sebastian X, con lo sceneggiatore Michelangelo La Neve, per Les Humanoïdes Associès.
Sai niente della scena fumettistica italiana?
Mi dispiace ma non ne so molto. Conosco la cose classiche, come le storie di Guido Crepax e Mario Uggeri, e naturalmente conosco i lavori di Mattotti. Mi piace Senza Titolo. Apprezzo molto anche la Skydoll di Barbucci & Canepa, ma non ho troppa familiarità con tanti altri autori italiani del momento.
La domanda classica di Comics Code. Quali sono, secondo te, le tre opere a fumetti che non devono mancare nella fumettoteca di un appassionato?
Che domanda difficile! Per ridurre il tutto ad una collezione di tre soli titoli imperdibili...
Locas di Jaime Hernandez, come rappresentante dell’esplosione creativa dell’editoria indipendente degli anni ‘80.
Uncle Scrooge #15 di Carl Barks, che contiene una delle tantissime perfette storie di Paperone, The Second-Richest Duck.
e Akira di Katsuhiro Otomo, anche se verso la fine perde considerevolmente di forza, non fosse altro che per le dimensioni e la potenza.