"Una telefonata
dall'America cambiò la mia vita": Intervista
a Claudio Castellini
di Nicola
Peruzzi
Il
periodo dei tuoi esordi come fumettista ed il passaggio alla
Bonelli è ben noto e documentato. Ciò nonostante
c’è una cosa che mi preme chiederti. Il tuo stile,
ne parleremo in seguito, è stato influenzato dai maestri
del fumetto americano della Silver Age come ad esempio Neal
Adams, noto per la rivoluzionaria scansione della tavola.
Come ti sei trovato a dover esordire negli albi Bonelli, così
rigidi nella organizzazione geometrica a tre strisce? Ti sentivi
vincolato?
Come
tu giustamente sottolinei e come io stesso ho più volte
dichiarato i miei due punti di riferimento sono stati Neal
Adams e soprattutto John Buscema, mio vero mentore e successivamente
grande amico.
Da lui ho appreso la potenza espressiva dell’anatomia
e il dinamismo epico, da Adams in particolar modo il taglio
cinematografico nell’uso dell’ombreggiatura e
nella composizione della pagina, il sofisticato stile di tratteggio
nelle chine.
Quando iniziai i miei primi lavori professionali con la Bonelli
avevo già una conoscenza matura in questo senso pur
con i limiti di uno stile in via di formazione e mi trovai
decisamente a dover trattenere la concezione “americana”
in favore di una composizione della tavole più restrittiva
e, direi, limitata.
Il mio desiderio di innovazione mi spingeva ad introdurre
di tanto in tanto qualcosa di “proibito” come,
per esempio, qualche elemento grafico che strabordava dalle
vignette, alcune delle quali non completamente chiuse dalla
squadratura, oppure ad usare nell’inchiostrazione il
retino, già abbondantemente usato nel fumetto americano
da artisti come Tom Palmer, o prima di lui dal grande Al Williamson,
eppure sconosciuti sui fumetti bonelliani e ritenuti tipograficamente
“problematici”.
Tutto ciò comportava frequenti richiami al dovere dei
supervisori alla Bonelli.
La mia stessa esuberanza anatomica fu per me fonte di contrasti
filosofici ma alla fine la perseveranza mi ha ripagato e per
questo devo ringraziare senza retorica il mio pubblico.
Nessun editore può rimanere indifferente al giudizio
popolare dei propri lettori e quello mi fu di grande supporto
in quegli anni. Senza il gradimento dei lettori prima di Dylan
Dog e poi di Nathan Never non sarei potuto emergere
come primo tra gli autori italiani a proporre uno stile americano.
L'esperienza
americana e il primo lavoro in coppia con Ron Marz: potresti
riassumere come sei approdato alla Marvel?
Conobbi
alla rassegna di Prato del ‘92 il mio idolo, il grande
John Buscema, il quale dopo aver visto il numero 1 di Nathan
Never lo portò in visione a Tom DeFalco, l’editor
in chief alla Marvel in quegli anni. Dopo pochissimo tempo
una telefonata dall’America cambiò la mia vita;
era lo stesso John che mi suggeriva di contattare Tom. Così
feci e nella telefonata che seguì il boss della Marvel
si complimentò con me per ciò che aveva visto
e mi propose una collaborazione.
Non potevo credere che la Marvel mi chiedesse di realizzare
a scelta uno dei loro personaggi, non era mai successo a nessun
italiano nella storia del fumetto!
Scelsi Silver Surfer, sia perché è
da sempre uno dei miei preferiti sia per omaggiare il mio
mentore.
Quali
e quante sono state le difficoltà nel realizzare il
graphic novel di Silver Surfer?
Fu
un progetto dalla genesi lunghissima. Quando Tom mi diede
la possibilità di decidere quale personaggio disegnare,
ovviamente non c’era una storia già pronta, quindi
l’intero progetto fu edificato intorno alla mia scelta.
Mi assegnarono Ron Marz come scrittore visto il gran lavoro
che aveva fatto sul personaggio in quegli anni e nacque quindi
un sodalizio artistico che sarebbe durato per anni.
Inoltre da parte mia si rendeva necessaria una scelta difficile,
quella di lasciare Nathan Never, il personaggio del
quale ero stato il creatore grafico.
Tengo a precisare che la difficoltà stava nel legame
“sentimentale” che avevo col personaggio e con
i suoi fan, molti dei quali sapevo sarebbero rimasti delusi
dalla mia mossa, non nel rapporto con la casa editrice divenuto
sempre più difficile e meno adatto alle mie esigenze
professionali.
Ancora oggi non capita che io vada a qualche evento fumettistico
senza che qualcuno mi chieda: «Ma tornerai a disegnare
Nathan?».
Prima del definitivo “grande passo” continuai
per un periodo di tempo a lavorare sia per la Bonelli che
per la Marvel e mentre la graphic novel prendeva forma molto
lentamente vista la mole di lavoro che intendevo produrre,
esordivo negli States con la cover del numero 4 di Fantastic
Four Unlimited del dicembre ‘93, la prima di una
lunga serie e anche la prima in assoluto di un autore italiano
per la Marvel USA.
Tengo a ribadire questo mio primato per difendermi da alcune
dichiarazioni di chi e’ venuto a seguire dopo di me
che tendono a ribaltare una verità confermata semplicemente
dalle date di pubblicazione.
Sempre a proposito
di Silver Surfer, recentemente Ron Marz ha rilasciato
su di un forum (Comic Book Resources Forums) questa dichiarazione:
“[...] I hope someday Marvel reprints the Surfer graphic
novel I did with Claudio Castellini, "Dangerous Artifacts."
It's the best work Castellini has ever done, and the American
version of the thing printed like hell -- cropped badly, color
off register. I have a few European versions in black and
white that are stunning. Art of that magnitude deserves to
be seen again, with today's production.”.
Potresti commentare questa dichiarazione?
A
livello personale mi fa piacere che Ron si esprima ancora
oggi con toni così altisonanti e lusinghieri verso
quell’opera, rimembrando la nostra vecchia partnership,
dal momento che i rapporti si incrinarono nel momento in cui
decisi di lasciare la CrossGen.
Professionalmente parlando dice il vero, ritengo che quella
graphic novel sia la mia opera più complessa, forse
non la più matura, ma sicuramente quella in cui ho
dato tutto ciò che avevo.
Ma non tutto andò nel modo migliore. Originariamente
fu concepita per un formato di stampa fuori norma dall’editor
Craig Anderson, ma nel lungo periodo di tempo che mi fu necessario
per realizzarla la Marvel attraversò un momento confuso
e difficile, a quel che ricordo dichiarò bancarotta
e ci furono dei significativi cambiamenti di gestione ai vertici.
A farne le spese progetti come il mio che vide la luce tardi
e in un formato che sacrificava completamente tutto il livello
di dettaglio.
Per giunta, come afferma Ron, fu stampata in maniera non eccelsa
e la resa finale fu inficiata anche da grossolani errori tipografici
come una sorta di strano fuori registro tra i colori e il
tratto nero.
Fortunatamente la Marvel Italia aveva prodotto un anno prima
un'ottima edizione in bianco e nero di grande formato che
rimane a tutt’oggi la versione migliore.
In questi giorni ho potuto constatare che quella storia, premiata
nel novembre ‘95 con lo Yellow Kid e da molti considerata
come un’opera monumentale e imprescindibile non è
stata inserita nel volume de I Classici del Fumetto di
Repubblica dedicato a Silver Surfer.
Senza entrare nel merito di questa opinabile scelta editoriale,
che coglie di sorpresa me e molti tra gli estimatori del personaggio
mi limito, a far notare come siano state utilizzate nella
presentazione diverse immagini tratte dalla graphic novel
senza nemmeno un accenno o una citazione alla mia opera. Lascio
a voi ulteriori commenti.
Da Marvel Vs.
DC a Conan: l'odissea delle chine. Prima Paul Neary per il
grande crossover, poi Cam Smith, Bud La Rosa, Harry Candelario
e Ralph Cabrera per Peter Parker: Spider-Man 77;
infine ben 6 inchiostratori differenti per due soli numeri
di Conan. Com’è cambiato il tuo modo
di lavorare col sistema di divisione di ruoli tipico del mercato
fumettistico americano (disegnatore/inchiostratore/colorista)?
Come
ho più volte dichiarato ho un rapporto molto conflittuale
con i vari inchiostratori che hanno lavorato sulle mie tavole.
Non voglio essere troppo critico verso il lavoro dei colleghi
ma parlo per la mia esperienza personale e purtroppo nessuno
tra quelli che hai citato, ad eccezione del bravissimo Mark
Farmer e di Cam Smith, ha saputo interpretare bene le mie
matite col risultato di rendere il tratto più povero
e meno ispirato, a tratti “legnoso”.
La parte peggiore è che il lettore a volte non considera
che il passaggio a china può letteralmente trasformare
il lavoro delle matite e quindi si incorre in giudizi negativi
pur non avendone colpa.
Reduce da quelle esperienze insoddisfacenti nelle mie più
recenti produzioni sono tornato a fare tutto da me grazie
anche all’inchiostrazione digitale.
Ormai ripassare la matita con l’inchiostro nero, se
quest’ultima e’ già precisa e pulita, è
perfettamente inutile.
Grazie ad una adeguata scansione e a qualche ultimo ritocco
al Photoshop, le matite appaiono perfettamente nere e pronte
per la stampa.
Sempre
a proposito delle differenze tra il lavoro nostrano e quello
americano: come ti sei trovato a dover disegnare opere che
sarebbero state poi colorate? Sei stato interpellato per la
scelta dei coloristi?
Quando
progetto graficamente una pagina penso già a colori
perché è come immaginare la scena di un film,
quindi in fase di esecuzione del disegno non ci sono stati
cambiamenti tra il lavoro nostrano in bianco e nero e quello
americano a colori.
Il problema nasce quando hai immaginato la scena in un certo
modo e il colorista stravolge tutto interpretando cromaticamente
in maniera completamente differente.
La colorazione, al pari dell’inchiostrazione, può
esaltare il tuo lavoro come peggiorarlo.
Ecco perché sono molto più soddisfatto quando
riesco a colorarmi da solo come nel caso di alcune tra le
più recenti copertine tra cui quella di The Mighty
Thor #57, la cover di Metal Gear Solid 3 per
la rivista italiana PSM o quella per ATOMIKA che
potete vedere a corredo di questa intervista.
Purtroppo lavorando per gli americani il fattore tempo è
determinante e quindi, pur avendo appreso l’uso del
Photoshop per essere autosufficiente, e’ piuttosto improbabile
che riesca a colorarmi sulle pagine interne.
Il meccanismo produttivo prevede che mentre si procede nella
storia con le matite e le chine un altro artista provveda
contemporaneamente alla colorazione, anche per far fronte
alle deadlines sempre piuttosto ristrette.
Negli anni passati a parte qualche raro caso, non sono stato
molto fortunato. Penso che sia la miniserie di Conan che
Marvel vs. DC, come pure il numero di Spiderman,
non abbiano avuto una colorazione particolarmente riuscita,
anzi nel primo caso direi quasi pessima.
Purtroppo è vero che quando si inizia un progetto mi
interpellano per la scelta del colorista ma è anche
vero che non sempre è possibile averlo nel team artistico
in quanto impegnato in altri lavori.
Per Conan ad esempio avevo richiesto il bravissimo
Liquid ma per questioni di tempo è stato in grado di
occuparsi solo delle copertine. Nonostante questi problemi
tecnici, la storia Conan e la creatura dei boschi
rilanciò il personaggio negli States ed è stata
recentemente ristampata nella collana I Classici del Fumetto
di Repubblica dedicata ai maestri del fumetto contemporaneo.
Dopo aver lavorato
con la Marvel ti sei cimentato col mercato indipendente ottenendo
sempre un buon successo. La storia breve Predator: Demon’s
Gold pubblicata nel 1998 per Dark Horse Comics ha ricevuto
una prestigiosa nomination all’Eisner Award. Puoi parlarci
della lavorazione, e della tua reazione alla candidatura?
Da sempre nelle mie preferenze
Predator divide con Alien il primato del più
“bel” mostro cinematografico.
Quando la Dark Horse commissionò a me e Ron una storia
su di lui non stavo più nella pelle.
In quelle poche 8 pagine ho trasferito tutta la mia passione
per quel personaggio ed evidentemente per la commisione esaminatrice
del premio Eisner questo fece la differenza.
Non avendo scadenze particolarmente ristrette ho impiegato
tutto il tempo necessario per curare ogni singolo dettaglio
nella maniera più maniacale possibile.
Sapete, sono un fanatico dei due film e ho casa piena di modellini
del mostro, così posso assicurarvi che nella mia versione
a fumetti non esiste un solo dettaglio del suo costume che
non sia presente nell’originale cinematografico.
Nonostante fosse una storia così breve entrò
nella selezione delle prime 5 candidate ed ebbi la nomination
come miglior penciler and inker anche se, mi spiegarono, questo
elemento fu a mio sfavore ai fini della vittoria quando confrontata
a lavori di ben altra portata.
Era come cercare di vincere l’oscar per il miglior film
con un telefilm!
Pur non ottenendo l’Eisner la mia emozione fu enorme
anche in considerazione del fatto che ancora una volta nessun
italiano era mai arrivato fin lì e in quel momento
non fu solo una grande soddisfazione personale ma sentivo
anche in qualche modo di rappresentare la mia nazionalità.
Il
periodo CrossGen. Si sprecano le leggende su contratti stratosferici
e assolute libertà artistiche che ti furono proposte
da Mark Alessi per la collaborazione al nascente progetto;
dopo la sola pubblicazione di Crossgen Chronicles
in coppia col solito Ron Marz, l’abbandono. Potresti
spiegarci i motivi del divorzio?
CrossGen,
l’esperienza più assurda della mia vita professionale…
Non e’ facile spiegare pubblicamente i motivi che mi
spinsero a rinunciare alla collaborazione, dovrei raccontarti
la mia esperienza di vita trascorsa nei loro studi per un
periodo di tempo.
Posso dirti che la scelta fu in parte dettata da incompatibilità
caratteriali col leader, da parziali inadempienze contrattuali
riguardanti principalmente la restituzione degli originali
e dalla richiesta di trasferimento a Tampa, in Florida, che
non ero disposto ad accettare.
Riguardo alle leggende di cui parli è tutto vero: Alessi
voleva avermi come suo disegnatore principe al punto da lasciarmi
la libertà di stabilire la cifra del mio ingaggio.
Ma vedi, una gabbia dorata e’ pur sempre una gabbia…
Dopo aver disegnato
per Bonelli pochi albi, diventi immediatamente copertinista
ufficiale di Nathan Never. Da allora, la tua carriera
di copertinista segue di pari passo la carriera di disegnatore.
Preferisci essere considerato illustratore o fumettista?
Entrambe
le cose. I due ruoli richiedono differenti capacità
di soluzione grafica.
Nella copertina il disegno deve essere assoluto protagonista
e deve interpretare nella maniera più significativa
ed incisiva possibile il tema dell’albo che rappresenta
così da richiamare l’interesse al primo sguardo.
Il fumettista è il vero regista di un film per immagini
fisse e deve prima di ogni altra cosa interpretare la storia
e mettere il proprio stile al servizio della narrazione grazie
ad un angolo di ripresa delle scene sempre adatto a raffigurare
lo svolgersi degli eventi e ad una successione delle vignette
che crei un certo ritmo di lettura... L’esperienza insegna
che a volte uno scenario di troppo potrebbe essere perfino
controproducente in quanto distoglie l’attenzione e
spezza il ritmo.
Ciò non toglie che a volte si può preferire
un fumetto d’autore più “contemplativo”
dove si può seguire lo svolgersi della trama principale;
ma la ricchezza grafica, la quantità di dettagli e
il meticoloso lavoro richiede una seconda lettura o una lettura
molto lenta nella quale si predilige appunto la contemplazione
della veste grafica, l’esperienza visiva.
E’ ciò che feci per scelta con la graphic novel
di Silver Surfer, anche se qualcuno tra la critica
specializzata non capì e fu detto che ero più
un illustratore che un disegnatore di fumetti.
Con
quale degli autori con cui hai lavorato ti sei trovato meglio,
in Italia e in USA?
Cominciamo
col dire che mi sono trovato molto meglio con gli scrittori
americani che tendono a lasciare maggiore libertà ai
disegnatori riconoscendogli il ruolo di veri registi della
storia.
Per quanto un autore letterario possa immaginare visivamente
la storia non potrà mai farlo con la stessa efficacia
di un disegnatore a meno che non lo sia lui stesso.
Lo sceneggiatore americano ti indica la via con minuziose
descrizioni per farti entrare nella vicenda, per produrre
le giuste suggestioni creative, ma solo nel caso di alcune
specifiche vignette ti suggerisce quella che per lui è
la corretta inquadratura. Per il resto tutto è affidato
alla tue personali capacità di immaginazione. E quando,
dopo aver letto la traccia narrativa, mi immedesimo completamente
nel mondo descritto dallo scrittore mi sento un visionario
e come un buon regista sono lì sul set e dirigo i miei
attori.
E’ una esperienza fantastica, credetemi, se si trova
la giusta concentrazione e nulla spezza l’illusione.
Forse la mia esperienza più appagante in questo senso
è stato lavorare con Paul Jenkins.
E’ uno sceneggiatore eccellente e dalla stesura molto
ricercata ed ispirata del testo si capisce che sente molto
quello che scrive.
Così leggendo la storia Wolverine The End
ne sono stato così coinvolto che mi sembra di averla
vissuta in prima persona.
E’ molto importante che l’autore scriva con enfasi,
perché se il disegnatore non prova un vero stimolo
creativo non può riuscire a trasferire quelle emozioni
su carta.
Il mondo dell’editoria a fumetti e’ pieno di opere
di mestiere ben eseguite, ma sono poche quelle in grado di
trasmettere realmente emozioni visive.
Uno dei complimenti che più mi ha fatto piacere ricevere
recentemente è stato quello di sentimi dire da vari
lettori e anche colleghi che con Wolverine The End
ho affinato la mia capacità narrativa e che i personaggi
della vicenda “recitano” con una espressività
da veri attori in carne e ossa.
A
proposito del tuo stile. L’influenza di mostri sacri
quali John Buscema e Neal Adams è evidente. Potresti
elencarci altri autori, magari meno celebri dei precedenti,
che per un motivo o per un altro hanno influenzato il tuo
stile in maniera meno evidente?
No,
direi che a livello di fonti ispiratrici che hanno segnato
la mia formazione non ho altri autori.
Sono stato influenzato magari da altre correnti di pensiero
grafico o da immagini anche non fumettistiche che fanno parte
del mio bagaglio visivo ma senza un autore ben preciso.
Per esempio quando disegno la tecnologia seguo più
una concezione manga che non americana, perché ritengo
che la scuola giapponese sia nettamente superiore come design
hi-tech.
Ci
sono giovani artisti contemporanei che segui ad apprezzi?
Tra
le realtà del fumetto contemporaneo ammiro molto l’opera
del grande Alex Ross e seguo con molto interesse la nuova
corrente di fumettisti pittorici.
Tra questi apprezzo molto giovani artisti già molto
affermati come Gabriele Dell’Otto, che ci ha deliziato
gli occhi con il suo recente Guerra Segreta, il mio
ex-allievo Simone Bianchi con la sua grandiosa prova d’autore
Ego Sum e Lucio Parrillo, una giovane promessa che
opera nel mercato francese per la Soleil e illustra copertine
per la Wizard of the Coast americana.
Come vedi la
recente riscoperta di autori made in Italy nel mercato americano
attuale (mi riferisco ai vari Casali, Camuncoli, Dell’Otto,
Bianchi e Carnevale, per citarne alcuni)?
Sono semplicemente
contento che questi giovani autori, molti dei quali sono anche
miei amici, stiano dimostrando tutto il loro valore all’estero.
Era tempo che la majors americane si aprissero ad un discorso
di collaborazione con artisti italiani
Potresti
parlarci brevemente della tua nuova opera, Wolverine The End
in coppia con Paul Jenkins?
Ti ho già
parlato di quanto quest’opera mi abbia coinvolto.
L’idea di raffigurare il nostro Logan negli anni della
sua vecchiaia era estremamente affascinante, una sfida irrinunciabile.
Riguardo al contenuto della storia ormai è già
in pubblicazione anche il terzo volume della versione Marvel
Italia quindi non potrei dire nulla di nuovo.
In America mi ha dato grandi soddisfazioni perché il
primo numero finì terzo nella classifica di vendite
della Diamond e pur perdendo qualche posizione nell’arco
dei 6 numeri della miniserie è comunque rimasto tra
i fumetti più venduti d’America.
Puoi
anticiparci qualche progetto futuro?
Si, premetto che
ho da poco ripreso le attività dopo un periodo di pausa
necessario per ricaricarmi dalle fatiche di Wolverine
The End.
Dopo aver illustrato una cover per Atomika il primo
contratto che ho accettato per ora è con la DC Comics
che mi ha voluto come copertinista ufficiale della serie Batman
Gotham Knights a tempo indeterminato.
La
domanda classica di Comics Code. Quali sono le tre opere a
fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un
appassionato?
Direi
The Dark Knight Returns di Frank Miller, Kingdom
Come di Mark Waid e Alex Ross e Watchmen di
Alan Moore e Dave Gibbons ma ridurre la scelta a tre è
riduttivo, ce ne sarebbero molte altre.