Un segno da comprendere:
Intervista a Stefano Casini
di Emiliano
Longobardi
Hai
citato più volte come tuoi modelli autori come Calegari,
D’Antonio, Giraud, Sienkiewicz, Hermann. Oltre a chiederti
di integrare questa lista (operazione che potrebbe degenerare
in un indicativo ma sterile elenco), ti chiedo soprattutto
di indicare cosa pensi di aver colto, consapevolmente e a
posteriori, dalla loro indiretta lezione?
Calegari:
i neri e le ombre.
D’Antonio: la “freschezza” della composizione
della tavola.
Giraud: il respiro del disegno.
Sienkiewicz: la libertà.
Hermann: la narrazione per immagini.
Questo “giochino” schematico serve giusto per
l’immediatezza dei concetti, ma è realmente difficile
dire consapevolmente che cosa si è “colto”
dalla lezione di simili maestri, perché certe assimilazioni
spesso avvengono con modalità del tutto trasversali,
certo potrei trovare altri aggettivi carini per ognuno di
loro ma aggiungerei poco o nulla di significativo, a volte
può sembrare che niente sia rimasto perché nello
“stile grafico” non ci sono riferimenti e magari
gli stili sono tra loro molto distanti come concezione, ma
quando mi sono avvicinato a disegnatori di cui apprezzavo
particolarmente l’operato, ho sempre cercato di capire
la loro “visione” del fumetto, il loro modo di
pensare, di immaginarlo, interpretarlo, tutto quello che è
mi rimasto di quegli studi, è andato a fare parte del
mio modo di realizzarlo.
A
livello stilistico, allora, quali sono state le tappe più
importanti della tua carriera?
Non
voglio dare priorità a nessuno convinto come sono che
certe influenze arrivino da molto lontano e siano innumerevoli,
direi però che la scoperta di Sienkiewicz è
stata importante, ma più che per lo stile per la “libertà”
con cui concepiva le tavole, per il mix di stili con cui assemblava
il suo modo di raccontare una storia, per gli strumenti che
usava, per la facilità con cui mi stupiva, per l’idea
stessa che si potesse andare oltre al semplice bianco e nero
della china (qui parlo del colore, ovviamente) tutto questo
si è tradotto nelle prime storie di Nathan Never.
Un altro è Mignola (che non hai citato sopra), per
l’esatto contrario del predecessore, il suo modo compatto
e schematico di usare i neri mi fece tornare su alcune delle
mie scelte fatte precedentemente, scelte che erano molto più
adatte per il personaggio, per la sua leggibilità,
per il formato dell’albo.
Questo giusto per citare un paio di episodi tra quelli più
visibili, ma in realtà ce ne sono continuamente, magari
riesco a percepirli solo io legati come sono a variabili apparentemente
trascurabili, ma fa parte del mio modo di lavorare, devo costantemente
inserire piccoli cambiamenti per poter trovare gli stimoli
per andare avanti, altrimenti finisco per annoiarmi, è
questo il mio grande problema.
Quali
sono gli aspetti che ancora vorresti approfondire, dove ancora
vorresti migliorare?
Si
tenta di migliorarci costantemente, ogni giorno che passa,
lavorando e cercando di mantenere viva la curiosità
sui vari aspetti del nostro lavoro. Personalmente cerco di
“nutrirmi” ancora molto di novità, sono
alla costante ricerca di nuovi moduli di espressione,
nuovi strumenti, purtroppo spesso non si riesce a trovare
le giuste applicazioni a tutto quello che si vorrebbe, così
come non è neanche facile trovare novità di
rilievo nonostante le ricerche, dopo avere percorso per così
tanto tempo certi sentieri, tutto sembra già visto,
e trovare qualcosa che desti la mia curiosità è
veramente difficile, ma ci si prova lo stesso.
Cos’è
il segno per te?
Una
esternazione della propria personalità, l’espressione
di quello che siamo, con i nostri pregi e i nostri difetti,
attraverso la linea raccontiamo noi stessi.
Allora
se una linea, un segno, racconti te stesso, cosa significa
raccontare graficamente una storia?
Per
me significa tutto, dare un senso a quello che faccio, trovare
un modo per dire come la penso, comunicare con il mondo, ogni
idea, ogni frammento di storia io lo vedo inevitabilmente
disegnato su carta, nella costante ricerca dell’armonia
con il testo, per creare un amalgama che catapulti il lettore
nell’atmosfera della storia, che gliela faccia vivere
suscitando emozioni… sì, lo so, è molto
ambizioso e non sempre ci si riesce, ma l’intento è
questo.
In
quali storie pensi di esserci riuscito? In quali, invece,
pensi di non aver soddisfatto alla perfezione o come avresti
voluto questa tua necessità?
Non
saprei dirti, non sono io ma i lettori a doverti dire quali
sono le storie meglio riuscite e quelle dove le suddette promesse
sono state mantenute. Ma giusto per non eludere la domanda
nascondendosi dietro ad un meschino “no comment”,
credo che sentendo quello che mi arriva dai lettori, probabilmente
Gli occhi di uno sconosciuto e L’ultima
onda dovrebbero essere tra le storie di Nathan quelle
più apprezzate, tra le mie (come autore, intendo) credo
che Moonlight Blues, nella nitidezza dei suoi bianchi
e neri e nella semplicità della sua storia, sia riuscita
a ricreare la giusta atmosfera del racconto. Volendo essere
“ecumenico” e non volendo fare torto a nessun
altro autore, citerò l’albo sul quale, almeno
come autore, penso che forse avrei potuto fare di meglio:
Il buio alle spalle, anche se mi costa un po’
parlare così di un “figlio”.
Qual
è la cosa più importante che cerchi di trasmettere
ai tuoi allievi dell’Accademia delle Arti Digitali Nemo
NT di Firenze?
A
scuola insegno in diversi corsi distinti anche se in realtà
facciamo poco fumetto mentre siamo orientati molto di più
sull’animazione tuttavia, parlando di fumetto, nei miei
svariati anni di insegnamento ho sempre cercato di stimolarli
semplicemente a disegnare, può sembrare scontato ma
spesso gli allievi vengono a lezione e sperano che con quelle
poche ore alla settimana di risolvere tutti i loro problemi,
quando invece l’unico modo per “crescere”
in questa professione è quello di disegnare costantemente,
non basta avere la “mano”, ma questa va aiutata
con il lavoro continuo. Un altro punto su cui cerco di stimolarli
è l’idea della “visione” della storia
e della vignetta in particolare, le percezione del migliore
punto di vista sul quale impostare la realizzazione del disegno
e il legame con quella successiva, con l’intento di
creare anche un percorso narrativo grafico; ma il punto su
cui cerco di fare leva è lo stimolo a tendere verso
la ricerca di un proprio stile, cercando di valorizzare le
potenzialità e le caratteristiche del ragazzo, nel
tentativo che riesca a trovare uno stile autonomo che gli
permetta di avere una propria personalità.
Però la cosa non è facile.
Sei
stato uno dei primi autori ad essere coinvolti nello staff
di Nathan Never e continui a lavorarci, quindi sei
fra i pochissimi che possano avere un’idea ben precisa
dei cambiamenti della serie in quasi 15 anni di vita editoriale.
Quello che ti chiedo è però di ribaltare un
po’ la prospettiva e di riprendere le fila di qualche
domanda precedente: com’è cambiato in 15 anni
il tuo modo di vedere graficamente il personaggio? Riusciresti
a individuare i momenti salienti, gli albi in cui il tuo stile
è cresciuto più che in altri?
Il
primo attiene all’inizio, ai primi albi, nel momento
in cui l’ammirazione verso Sienkiewicz mi ha portato
su una interpretazione del personaggio non facilissima, sicuramente
poco bonelliana, direi abbastanza ostica per un pubblico abituato
ad altri stili grafici, senza contare che l’utilizzo
del tratteggio e la realizzazione di tavole originali piuttosto
grandi, inficiavano il risultato finale che nella riduzione
perdeva in definizione: anche se, ne sono ancora convinto,
aveva un suo fascino e poteva avere una sua carica di novità.
Vorrei però fare una puntualizzazione, non vorrei che
il nome di Sienkiewicz, visto che viene citato più
volte, fosse frainteso e ne fosse esagerata l’importanza,
per quanto sia stato un momento rilevante (ma non più
di altri), il nome dell’autore americano riemerge più
volte perché coincide con il mio inizio all’attività
professionale, ai miei primi lavori su Nathan Never dove
tra l’altro se ne percepisce certe influenze, e per
quanto ammiri ancora molto il personaggio non ha, nelle classifica
degli autori che ho amato (ammesso che esistano) più
importanza di altri, oggi ad esempio, mi trovo piuttosto distante
dal suo modo di concepire il fumetto.
L’altro autore, come già citato precedentemente
e per le suddette considerazioni, fu quando mi avvicinai più
allo stile compatto di Mignola oltre che per l’apprezzamento
della sua sintesi, per la maggiore compatibilità del
risultato finale con le esigenze della pubblicazione e del
suo formato, in quella occasione ridussi anche le dimensione
della tavola originale.
L’ultima è stata in coincidenza con la realizzazione
di Digitus Dei e con l’uso del tratteggio nervoso
che cominciai a fare in quella occasione, caratteristica che
mi sono portato, successivamente, anche su Nathan.
Per quanto riguarda strettamente il personaggio di Nathan,
dopo l’inizio a cui tutti ci rifacevamo agli schizzi
di Castellini, trovai che il mio stile si avvicinasse molto
di più a quello di Mari e alla sua interpretazione
del protagonista, e fu così che presi il suo come modello
poi, piano, piano (ma neanche troppo) è uscito il mio,
al quale ancora sono fedele.
Quali
differenze di approccio hai nel momento in cui affronti un
fumetto mainstream scritto da un altro autore (vedi Nathan
Never) per un certo tipo di pubblico e quello che hai
nel momento in cui sei tu l’autore sia dei testi che
dei disegni per fumetti che hanno un circuito diverso?
Come
disegnatore la mia formazione iniziale si è costruita
sul fumetto d’autore (chiamiamolo così, per comodità),
ma professionalmente sono cresciuto su quello mainstream
e quello ha formato anche il mio modo di rapportarmi con il
testo, così come nella scrittura e nella realizzazione
delle mie storie, sono perciò due cose imprescindibili
e non separabili.
Professionalmente e come disegnatore sono al totale servizio
della storia, cerco di avere molto rispetto verso lo script
dello sceneggiatore, cioè verso il suo lavoro e verso
le sue idee, perché è di questo che si tratta,
e quelle volte che mi è capitato di cambiare qualcosa
nello sforzo di migliorare la storia (ma non è successo
così spesso), ne ho sempre parlato prima con lui.
Come autore l’atteggiamento è più o meno
lo stesso, avere assoluto rispetto verso il lettore, non perdere
mai di vista il rapporto con lui nella ricerca costante della
leggibilità e della comprensione del racconto, una
storia è fatta per emozionare, essere sottintesa, intuita
e talvolta immaginata, ma sempre deve essere compresa, questo
per me è l’obiettivo primario, anche a costo
di sacrificare l’aspetto grafico.
Torniamo
per un attimo ai maestri. Visto quanto senti quest’aspetto
del tuo lavoro, ti chiedo: dal punto di vista della mera narrazione,
quali autori ti indicano la via? Quali suggeriresti a un disegnatore
in formazione?
Io
non mi rifaccio più a qualcuno in particolare, e non
perché non ne abbia bisogno, quanto perché oramai
tutto quello che assimilo va a finire nel melting pot della
mia esperienza, dalla quale esce, nel bene o nel male, tutto
remixato e personalizzato.
Ad un disegnatore in formazione - è ovvio che dipende
molto dalla sua maturità - invece consiglio generalmente
un maestro/i (ma non più di due) o più semplicemente
un professionista a lui molto vicino come stile, come interpretazione
e come sensibilità, e che abbia come caratteristica
uno stile realistico.
Passi
con una certa disinvoltura dal bianco e nero al colore. Quali
sono gli aspetti che prediligi in un senso e nell’altro?
In cosa affronti le maggiori difficoltà?
Ti
ringrazio per la disinvoltura, ma non è proprio così,
comunque sia fa sempre parte tutto della “mobilità”
che mi piace dare al mio lavoro, la necessità di cambiare
obiettivi, modus operandi, percorsi, sono un’anima in
pena e questo è l’unico modo che conosco per
placarla parzialmente, per questo mi piace “saltare”
dal BN al colore.
In realtà sono le storie che devono e vogliono essere
raccontate a colori o in bianco e nero, diciamo che lascio
la scelta a loro, non mi lascio influenzare dal mercato o
da considerazioni simili.
Le mie ultime due produzioni a colori, ad esempio, hanno avuto
gestazioni e scelte diverse, ma sempre coerenti con il principio
dell’”autonomia” della storia sul colore:
Moonlight Blues si è concessa solo il grigio
in più al naturale bianco e nero per sue caratteristiche,
mentre Cuba 1957 è stata colorata con colori
piatti, anche se dopo un’attenta selezione della cartella
colori, perché il sodalizio con il disegno fosse il
più compatibile e coerente possibile, e perchè
avesse una cifra stilistica definita.
Per cui non si tratta tanto di trovare difficoltà “tecniche”
quanto di operare scelte opportune.
Digitus
Dei, Maschere senza luce, Il demone nell’anima,
Il buio alle spalle e Moonlight Blues sono
i titoli delle opere extra-Bonelli: quale filo rosso le collega?
Io potrei suggerire (già a partire da Digitus Dei,
l’unica scritta da un altro sceneggiatore, Michele Medda)
la parte oscura dell’uomo, l’abisso in cui ha
necessità di guardare per trovarsi. Oltre a dedicare
la tua attenzione al raccontare ognuna di queste storie indipendentemente
dalle altre, tieni in considerazione un percorso trasversale
che le colleghi a livello non tanto di genere quanto tematico?
I
miei personaggi hanno dei tratti sicuramente comuni, perché
rappresentano probabilmente il mio stereotipo di”eroe”:
brutto, maschio, emarginato, quasi sempre uno sconfitto, alla
periferia di tutto, tragico osservatore di una realtà
che alla fine però, chiede inevitabilmente il suo aiuto.
In questo suo essere costantemente a lato ha, come dici tu,
una sua capacità introspettiva che lo obbliga a gettare
uno sguardo tra le sue ombre, spesso dovuta alle circostanze
più che per capacità proprie. Questi elementi
comuni però nascono spontaneamente, non sono frutto
di percorsi trasversali né di “tematiche di fondo”
da sviluppare, se hanno un comun denominatore questo dipende
dal punto di partenza, cioè dal sottoscritto, mi rappresentano.
In fondo quello dei miei personaggi non è uno stereotipo
tra i più originali anzi, a volte a me sembra perfino
piuttosto banale ma è inevitabilmente il mio, a me
piace così, ed a questa considerazione mi sono umilmente
piegato, non devo e non voglio andare alla ricerca di null’altro
che non mi piaccia e che non mi diverta fare.
Anche se con Moonlight Blues, e ancora di più
con la serie Hasta la Victoria! ho sentito invece
il bisogno di dare una coralità a tutti questi elementi
(anche se il secondo ha però un protagonista ben definito),
così distribuiti tra molti personaggi mi permettono
una visione d’insieme maggiore, mi aiutano a dare un
respiro più ampio alla storia ed ai suoi percorsi narrativi,
oltre che alla necessità conseguente di sviluppare
l’intera trama in quattro albi, invece del consueto
albo singolo.
Alla
prossima mostra di Angouleme l’editore Mosquito presenterà
il tuo ultimo lavoro da solista, Cuba 1957, il primo
dei quattro volumi della serie che hai appena citato, Hasta
la Victoria!, una storia dall'ambientazione cubana sullo
sfondo della rivoluzione castrista.
Al volume abbiamo dedicato lo speciale making of, in questa
sede come presenteresti la storia? Come nasce?
Casualmente
come tutte le mie storie.
Di questa mi ricordo perfettamente il momento: vacanza sulle
Dolomiti, sosta in area di servizio sull’autostrada,
cesto di libri in offerta, mi ci cade l’occhio, vista
della copertina di un libro su Cuba: Palmeiras de Sangre,
ecco, è cominciato così, la foto di una copertina
e l’intera vacanza a pensare alla possibilità
di realizzarci una storia sopra.
Mia moglie però non lo sa, non diciamoglielo.
Nulla di romantico né di enfaticamente creativo, con
me si riscriverebbero di sana pianta certi stereotipi sulla
“creazione di opere”, ma finirei così per
non essere più intervistato…che facciamo con
questa frase? La tagliamo?
Immagino
che il lavoro di documentazione sia stato particolarmente
impegnativo: come si è svolto tutto l’aspetto
pre-produttivo del volume? Quali gli aspetti più stimolanti?
Quali le difficoltà maggiori?
Prima
di tutto ho lasciato a “macerare” l’idea
per più di un anno, dovevo terminare Moonlight
Blues e se mi fossi messo anche solo a pensare a questa
storia, non lo avrei mai finito, la storia del jazzista era
una storia a cui tenevo molto e poi a me non piace lasciare
le cose a metà. Nell’ultima fase di realizzazione
dell’albo però cominciai ad andare su Internet
e a comprare libri (e non ho ancora smesso) a cercare il materiale
e a cominciare a farmi un’idea sull’intero periodo
storico, decisi di leggere il libro (che si rivelò
molto utile), cominciai a immagazzinare le immagini e a farmi
un archivio. Piano, piano il progetto a preso forma, i personaggi
si sono definiti e la storia, come spesso mi capita, si è
scritta “quasi” da sola.
L’idea che mi ha sempre affascinato era quella di far
confluire episodi storici realmente accaduti con personaggi
o situazioni interamente inventate, nell’intento di
creare una sorta di “fiction” plausibile e che
avesse una sua credibilità quasi storica, questa è
stata la parte più stimolante, oltre a quella di controllare
costantemente certi avvenimenti con la cronologia reale dei
fatti, in modo di non trovarsi né in ritardo né
in anticipo sulla Storia. E’ stato divertente anche
disegnare cercando di caratterizzarli i molti personaggi storici
(attori, politici, gangster) che animano, a vario titolo,
l’intera vicenda. Nel primo albo questo “meccanismo”
direi che è pienamente riuscito parlando del famoso
rapimento di Manuel Fangio (il campione del mondo di automobilismo
dell’epoca) in occasione del Gran Premio de L’Avana
da parte dei rivoluzionari, non è detto che sia possibile
farlo anche in tutti gi altri, certo lo sfondo che avrà
l’intera vicenda avrà un rigore storico che,
per quello che potrò, sarà il più attento
possibile anche se inevitabilmente mi concederò delle
libertà.
Le difficoltà (se proprio dobbiamo trovarne qualcuna)
sono sempre le stesse, l’inevitabile “salto della
quaglia”, cioè il continuo spostamento zigzagante
tra la realizzazione delle tavole di Nathan e quelle dei miei
lavori alternativi a Bonelli, non tanto per le difficoltà
intrinseche dei relativi impegni, quanto per la discontinuità
che ne può derivare, però oramai mi sto abituando
e devo dire che definirle vere e proprie difficoltà,
mi pare perfino esagerato.
Quali
sono i tre fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca
di un appassionato?
Se
siano indispensabili per un appassionato non saprei, sicuramente
sono state importanti per me, tra l’altro mi trovo in
difficoltà anche solo a pensarci, diviso come sono
tra quelle che mi hanno segnato come autore e quelle che lo
hanno fatto come disegnatore, per cui sicuramente nelle mie
segnalazioni vi si possono trovare le due componenti distinte
(testo/disegno) non necessariamente mischiate in una miscela
coerente.
Largo delle tre api e Morte a Roma, apparsa
in due albi distinti ma trattasi di un’unica fantastica
storia della serie de Lo Sconosciuto di Magnus, ma
nella versione originale degli albetti pocket delle Edizioni
del Vascello (tipo Diabolik), quello era il suo formato
originale, così era concepita e così era perfetta
nel suo equilibrio.
Elektra Assassin di Miller e Sienkiewicz.
L’uomo dello Zululand di Gino D’Antonio
della collana un Uomo un’avventura della Sergio
Bonelli Editore, all’epoca probabilmente Editoriale
Cepim.
Un uomo tranquillo di Berardi e Milazzo, episodio
di Ken Parker… ah, scusa, sono quattro…
oh che cavolo! Ma che sbadato che sono! Non ci avevo fatto
caso… ma dai, fa niente, vai, lasciamocelo sù!