Lo Sguardo Critico al Futuro:
Intervista ad Enki Bilal
di Antonio Solinas, con un grosso ringraziamento a Claudio Curcio
Il tuo sguardo sul futuro ha influenzato in maniera determinante tutta la fantascienza, oltre che il cinema. Qual è il tuo approccio alla fantascienza e come la vivi?
Non credo di avere influenzato la fantascienza, o almeno ho influenzato alcuni autori tanto quanto ne sono stato influenzato. Per me la fantascienza è come un edificio, alla costruzione del quale ognuno contribuisce mettendo i suoi mattoni. Io faccio la mia parte, così come tanti altri autori, anche anonimi, che hanno portato novità importanti alla fantascienza.
Per me la fantascienza è la capacità di guardare avanti, con la possibilità di potersi porre domande sul futuro, alle quali è necessario dare una risposta.
Quindi la fantascienza ha soprattutto un valore politico, nella tua opera?
Ovviamente, lo sguardo sul futuro è politico, economico, ecologico, scientifico. Guardare il pianeta all’interno del proprio sistema è un’operazione importante, che trascende il valore di genere d’evasione nel quale, a torto, la fantascienza è stata spesso relegata, soprattutto da chi pensa di fare letteratura “seria”. Si dovrebbe imparare anche da chi usa la fantascienza come sguardo critico.
Hai lavorato in diversi media, come cinema e fumetto. Quali sono le differenze nel tuo approccio, se ce ne sono, e quale di questi mezzi trovi più congeniale al tuo modo di esprimerti?
La differenza è che il fumetto ti dà una libertà individuale totale, mentre il cinema, d’altra parte, ti offre la possibilità di confrontarti con altri nel lavoro di gruppo, e di metterti alla prova su regole molto più strette. Sono due mondi opposti, ma è appassionante passare dalla libertà totale alla mediazione, perché mi consente di non annoiarmi…
Quando hai iniziato la tua carriera, venti anni fa, eri fra gli innovatori del fumetto francese. Come vedi oggi la situazione del fumetto transalpino e pensi che ci sia bisogno, magari, di un’altra nouvelle vague di innovatori?
Il fumetto francese ha saputo rinnovarsi e la situazione attuale è molto vitale in questo momento, anche perché il mercato è sempre in espansione. Quello che vedo è la presenza di un movimento, e ciò permette la circolazione di idee che ciclicamente rinnovano tutto, per cui non c’è mai bisogno di rotture col passato.
Io stesso, va detto, non rimango in posizione statica e penso sempre a rinnovarmi.
In Francia non esiste, in pratica, la distinzione fra fumetto d’autore e fumetto popolare, in quanto anche le opere autoriali raggiungono un pubblico di massa. Come pensi si sia arrivati a questa situazione e che cosa credi si possa imparare dal mercato francese?
È molto difficile rispondere a questa domanda. Penso che quello che accade in Francia sia certamente un segno di maturità, e che possa essere probabilmente dovuto alla storia del mercato franco-belga stesso. Non ho elementi per giudicare perché il lettore francese sia attirato più di altri dal prodotto d’autore, ma questo è un buon segno (anche economico): ai tempi dei miei inizi si faceva più fatica ad accettare il fumetto, oggi l’intellighenzia lo ha accolto definitivamente, sia a livello di critica che di pubblico.
Insieme a pochi altri, sei diventato un intoccabile del fumetto: non ti si può criticare. Quanto ti fa piacere questa cosa e quanto invece, da artista, ti crea problemi?
Io sono il primo critico di me stesso, e sono alquanto severo, per la verità. Non mi sento affatto un intoccabile, perché le nuove leve del fumetto francese mi hanno attaccato spesso, anche in maniera molto violenta, come figli che volessero uccidere il padre…
In ogni caso, ci sono anche critici e lettori che non amano il mio lavoro e questo lo so bene.
Dati i tuoi tanti impegni, riesci ancora a leggere fumetti? C’è qualcuno che segui in particolare?
In realtà non riesco più a leggere i fumetti, anche quando ho tempo. È una cosa drammatica, e deriva dal fatto che è il mio lavoro, per cui ho bisogno di andare altrove con la testa: la stessa cosa vale per il cinema. Da quando ho cominciato a fare cinema, non guardo quasi mai i films.
È tutto legato al fatto che lo sguardo si fa critico in maniera diversa: se guardo un film o un fumetto, li analizzo e li seziono in maniera che non è più “neutra”.
Vieni dalla ex-Jugoslavia, un paese molto tormentato dal punto di vista politico: quanto ha influito questo anche sulle tue scelte artistiche?
I primi anni della mia vita sono certamente quelli che mi hanno influenzato di più. Le mie prime immagini mi vengono da Belgrado (dove sono nato e ho vissuto per i primi anni), e questo ha influenzato le mie scelte artistiche in maniera diversa da quanto sarebbe accaduto se fossi nato a Roma o Londra.
Comunismo, guerra, violenza e tutte le miserie legate alla triste situazione del mio paese hanno determinato il mio stile grafico ed il mio modo di raccontare, dopodichè tutto ciò che è successo negli anni ’90 mi ha fatto ritornare coi ricordi a queste radici che, dal mio punto di vista, sono la cosa più importante per la mia formazione artistica e grafica.
La cosa interessante è che oggi certe cose non sono più possibili: un ragazzo che vive oggi a Belgrado ha gli stessi riferimenti di uno di Roma o Parigi. C’è la televisione, e la globalizzazione fa si che nascere in Polonia o in Bulgaria oggi sia come nascere a Parigi: nel mio caso, invece, il comunismo era un fantasma molto reale che influenzava le nostre vite.
Ora non è più così: alla fine tutti disegneranno nello stesso modo!
Speriamo di no! Nella trilogia Nikopol, ci sono immagini che dal punto di vista politico, purtroppo, somigliano molto al futuro che si sta delineando, con imperatori preoccupati solo della propria immagine e papi oscurantisti, per esempio. Quanto ti spaventa la possibilità che si realizzi un futuro come quello da te profetizzato nelle tue opere?
Mi è piaciuto il fatto di avere “realizzato” il futuro quando si è avverata la mia predizione della fine del comunismo, che in sé poteva anche essere una cosa buona, anche se poi ha portato ad effetti dannosi come la globalizzazione, come ho detto prima.
Quando però vedo che sono aumentati anche il fondamentalismo e l’oscurantismo religioso a livello planetario, e che sono accaduti fatti come le guerre di religione (rispecchiati, ad esempio, nella situazione bosniaca e nel crollo delle Twin Towers) come in alcuni miei fumetti, questo non è bello da vedere realizzato e, per la verità, mi spaventa molto…
Mi sa che mi toccherà mettermi a disegnare solo uccelli che volano nel cielo blu!
Il mercato fumettistico francese è visto da molti autori nostrani come una specie di Mecca. Ma è proprio così, o ci sono anche svantaggi, visto il “riflusso” nei confronti degli autori italiani?
Non so dirti niente in questo senso, perché non ho notizie di eventuali esperienze poco piacevoli avute da qualche italiano. Il mercato francese è molto ben strutturato, e va anche meglio della letteratura tout court, al momento. Devo dire anche che in questo momento il mercato è molto recettivo: sta crescendo molto e questo fornisce molte possibilità anche a nuovi autori. Per quanto riguarda gli italiani, Mattotti è sempre un nome conosciutissimo e ultimamente anche Gipi ha ottenuto un ottimo successo ad Angouléme. Ovviamente, non so se invece tu ti stia riferendo ad esempi particolari, in proposito.
La domanda di rito di Comics Code: quali sono i tre fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?
Non rispondo a questo tipo di domanda, mi spiace, è troppo difficile… Come scegliere tre libri o tre dischi da portarsi su un’isola deserta: impossibile!