Storiografia e critica fumettistica:
Intervista Daniele Barbieri
di Nicola
Peruzzi
Lei
è un importante studioso del medium fumetto; come considera
il livello della critica e degli studi sul fumetto in Italia
al giorno d’oggi?
Bisogna
considerare che è sempre stato un campo difficile e
poco frequentato. Negli ultimi anni ci sono state molte più
cose che in passato, quindi la situazione è decisamente
in netto miglioramento. D’altra parte non c’è
quasi nessun riconoscimento accademico di questi studi, con
veramente poche eccezioni. Non esistono cattedre universitarie
su questo tema, il che per altro corrisponde anche ad uno
scarso interesse del mercato. In Francia le cose sono un po’
diverse, ma perché c’è un mercato che
è più ampio di quello italiano, una tradizione
culturale differente, ragioni nazionalistiche che in Francia
sono molto più sentite che in Italia. In Francia ad
esempio c’è stato Hergé, che era belga,
un simbolo forse proprio non francese ma sicuramente francofono
e francesizzato. In Italia, al contrario, non c’è
stata una cosa così forte. Diverse e concorrenti ragioni
hanno reso questa strada molto difficile. Del resto, anche
qualche minuto fa, nel corso del dibattito, i libri che si
sono occupati di fumetto in Italia sono stati citati, e non
sono poi tantissimi almeno fino a una certa data. Non sono
tantissimi neanche dopo, ma almeno ce ne sono un po’
di più..
E’ opinione comune
che in Italia, il fumetto sia un medium rivolto principalmente
a giovani e a ragazzi, e che soffra di una sorta di complesso
di inferiorità nei confronti delle altre arti e della
letteratura cosiddetta “alta”. Ritiene che sia
così difficile far maturare una maggiore sensibilità
critica intorno al fumetto?
E’
difficile, anche se, ripeto, le cose stanno molto meglio adesso
di qualche anno fa. Secondo me, alla base, c’è
comunque una questione economica. Voglio dire: quando nasce
il cinema, cominciano immediatamente a girare intorno ad esso
interessi enormi. Quindi è ovvio che anche chi era
nella produzione aveva interesse in qualche modo a finanziare
le ricerche che si facevano su questo mezzo. Attorno al fumetto
non sono mai girati interessi della stessa entità nemmeno
negli Stati Uniti, neanche lontanamente paragonabili a quelli
del cinema. In Italia la comparazione va ancora peggio. Non
c’è stata una spinta dal punto di vista dei produttori.
Il fumetto è stato in Italia per moltissimi anni davvero
un mezzo che si rivolgeva a ragazzi e adolescenti; ha smesso
di esserlo progressivamente dalla nascita di Linus
in poi: quello è stato il momento della nascita di
una coscienza critica. Linus è stato seguito poi da
altre riviste, non ha fatto tutto da solo; comunque in Italia
è stato evidentemente quello il punto di partenza.
Le cose si muovono piano piano; è difficile soprattutto
riuscire ad avere quel riconoscimento a livello di massa che
permette di raggiungere, come dire, una massa critica di pubblico
che poi permette di sviluppare anche degli studi. Se non esiste
un pubblico di massa, il pubblico di elite non è davvero
un pubblico di elite, è un pubblico di appassionati
e basta. Non è come nel cinema, in cui sono presenti
il pubblico di massa, la critica sui giornali per il pubblico
di massa e poi degli studi molto specializzati; riguardo al
fumetto ci sono gli studi specializzati e basta. Che sono
rivolti solo ad un pubblico di appassionati. Ovviamente sto
estremizzando la cosa, ma tendenzialmente la situazione è
questa per quello che riguarda il fumetto.
Il
fumetto, al giorno d’oggi, si sta pian piano facendo
strada all’interno delle Università. Oramai,
non è più appannaggio delle Accademie di Belle
Arti; in alcuni corsi di laurea, come ad esempio quello in
Scienze della Comunicazione, vengono sempre più spesso
dedicati al fumetto seminari, lezioni, monografie. Pensa che
questo possa contribuire in futuro a far sviluppare una critica
a livello professionale?
Penso
di si. Anche perché, per essere maligni, a un livello
puramente accademico se l’università si aprisse
un poco a queste possibilità, questo potrebbe spingere
chi è interessato a occuparsi di fumetto anziché
d’altro per ottenere in futuro un riconoscimento, e
quindi a pubblicare, creare studi nel settore. Alcune cose
effettivamente si sono aperte, molte meno di quanto sarebbe
auspicabile, però effettivamente ci sono più
cose interessanti e si scrivono più lavori di carattere
scientifico.
Nel
nostro paese, tanta parte della lettura in materia è
dedicata alla storia del fumetto, a discapito magari di altri
livelli d’analisi più settoriali. Spesso i testi
pubblicati si rivelano inoltre superficiali e privi dello
spessore che sarebbe necessario per far emergere il fumetto
da questa sorta di ghettizzazione culturale in cui sembra
trovarsi, in più vengono talvolta affidati a studiosi
che poco o nulla hanno a che fare con la materia. Ritiene
che sia un problema dell’editoria che non crede fino
in fondo in iniziative simili, o un problema di pubblico che
non è disposto all’acquisto di volumi di tale
genere?
In
Italia un po’ tutte le discipline hanno avuto una tendenza
storiografica piuttosto che critica, e, in questo senso, il
fumetto non fa eccezione. Noi siamo un popolo di storiografi
prima che di critici, in tutto. Detto questo, bisogna considerare
che sicuramente l’editoria è più confortata
da uno studio che magari ritiene possa interessare più
persone. Il mercato è molto piccolo e ovviamente si
rischia facilmente il “buco”, per cui si tende
a preferire qualcosa che possa interessare un po’ più
di pubblico. D’altra parte si potrebbe anche dire che
una “vera” Storia del Fumetto degna di questo
nome in Italia non è mai stata scritta. Esiste qualche
studio interessante su fenomeni specifici, però una
storia del fumetto che valga la pena di essere letta, ancora
la aspettiamo. Non è facile però scriverla.
Paradossalmente oggi è più difficile scrivere
una storia del fumetto che una del cinema, perché i
riferimenti sono molto meno. E’ molto facile prendere
degli abbagli, ci sono stati esempi noti piuttosto recenti:
scrivere errori clamorosi senza rendersi conto di scriverli.
Quali
devono essere le qualità di uno storico del fumetto?
Basta essere un semplice appassionato, o è necessaria
una formazione culturale ben definita?
Lo
studioso deve essere anzitutto uno storico. La storia del
fumetto è storia. Non deve essere certo uno storico-politico
o simili, ma comunque non basta essere un appassionato. Per
fare una storia del cinema non basta essere un appassionato
di cinema. Bisogna avere un’idea di cosa vuol dire fare
la storia di un medium culturale. Ci possono essere varie
impostazioni nello scrivere una storia del fumetto: si può
per esempio considerare il fumetto come un medium o come una
forma d’arte, e sono entrambe lecite, ma sono impostazioni
che produrrebbero due storie del fumetto profondamente diverse.
Entrambe potrebbero essere utili e valide, anche se molto
diverse tra loro. In ogni caso, però, per avere il
metodo non basta essere un appassionato.
Qual
è il rapporto dello storico del fumetto con le fonti?
E quali sono, necessariamente, le fonti primarie con cui lo
studioso si trova ad aver a che fare?
Prima
di tutto i fumetti stessi, non c’è dubbio. Auspicabilmente
i giornali dell’epoca in cui sono stati pubblicati.
E’ necessario capire in che contesto erano pubblicati
e, quindi, in che contesto venivano letti. Non è la
stessa cosa leggere le strisce di Gottfredson in una raccolta
e leggerle un giorno dopo l’altro insieme alle altre
strisce che uscivano in quel periodo. L’effetto è
completamente diverso, in parallelo con le altre strisce.
Bisognerebbe capire qual è stata la ricezione del momento,
cioè se esiste un qualche tipo di “letteratura
critica”, quali siano le risposte del pubblico, se ci
sia stato un qualche tipo di dibattito. E poi naturalmente
le fonti seconde, l’eventuale letteratura critica posteriore
che ha già lavorato sul mezzo, altro elemento da tenere
in debita considerazione.
Come
giudica una collaborazione tra critico – analista e
casa editrice? Non ritiene ad esempio che inserire un intervento
critico in un volume possa essere, oltre che una vetrina non
indifferente per gli studi culturali sul fumetto, un arricchimento
al volume stesso?
Non
se ne vedono molte, in Italia.
Sono
d’accordo. Tuttavia, di recente ho letto il volume In
prigione, di Kazuichi Hanawa, edito da Coconino Press.
La postfazione è curata da un critico fumettistico
giapponese.
In
questo caso si tratta di un testo complesso, di difficile
lettura, non proprio accattivante, e quindi sicuramente la
presenza di un intervento critico fornisce una chiave di lettura
e aiuta il pubblico anche ad accostarsi alla cultura. Questo
non è molto diverso da quello che succede anche in
altri ambiti: in letteratura, a volte, con le ristampe di
opere del passato, a cui spesso viene legata una lettura critica,
un inquadramento storico. Normalmente questo non si fa per
le opere contemporanee, per le prime edizioni. Però
in certi casi, quando il contesto di fruizione è molto
diverso dal contesto di produzione come può essere
per un fumetto giapponese, in effetti la cosa può essere
utile. Ci mancano degli elementi per capire il senso dell’opera,
e quindi un’operazione critica di questo genere può
servire a metterci almeno in parte in grado di capire il contesto
del discorso.
Sull’editoria
specializzata in edicola e in libreria: come valuta il panorama
attuale di pubblicazioni periodiche (mi riferisco a mensili
come Fumo di china e Scuola di fumetto,
ma anche a testate come Schizzo Idee o Fumetto
dell’ANAFI, ad esempio)?
Sono
contento che ci siano, anche perché sono gli unici
spazi che danno una continuità alla critica. Temo che
non abbiano un grande pubblico e mi dispiace, perché
quelle che vi collaborano sono tutte persone che conosco e
che stimo molto; fanno un lavoro che va avanti da anni e che
per fortuna esiste. Senza dubbio con qualche pro e qualche
contro, però è lodevole l’operazione in
sé, cioè la creazione della continuità
di una presenza, di un discorso, di un dibattito sul fumetto.
Dovrebbero essercene di più. Certo, a volte gli interventi
sono più interessanti e a volte meno, ma questo succede
dovunque. E’ l’operazione in sé che è
positiva e meriterebbe più spazio editoriale.
Come
giudica la qualità degli interventi on-line, ad esempio
quelli effettuati nei forum, newsgroup, webzines e simili?
Beh,
in questi casi siamo a livelli di appassionati, di solito,
soprattutto se parliamo di forum, di news, eccetera.
Però
nel caso del suo intervento a proposito del ribaltamento nei
Manga, è parso che lei abbia seguito la discussione
che ne è scaturita nel newsgroup it.arti.fumetti...
Si,
ho seguito il newsgroup, e devo dire che è stato anche
abbastanza divertente. C’è da dire che è
comunque positivo che un dibattito ci sia, questo senza dubbio.
Quindi, questo genere di interventi va benissimo. Va benissimo
così come il fatto che ci siano persone che discutono
tra loro, ma questa è una cosa diversa da fare critica,
fare analisi, fare pubblicazioni o studi. Ho seguito il discorso
e mi sono divertito, e credo comunque che sia assolutamente
positivo che si discuta a questo livello, ma va comunque distinto
questo genere di interventi dalle pubblicazioni sul web, dei
siti cioè che fanno opera di informazione, che sono
l’equivalente delle pubblicazioni cartacee su web. Trovo
in particolare molto utile la rubrica di afNews di informazioni.
La
domanda classica di Comics Code: quali sono le tre opere a
fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un
appassionato? E una piccola variazione sul tema: quali sono
i testi critici che non dovrebbero mancare nella biblioteca
di un appassionato?
Beh,
sono due domande cattive... (ride). Tre opere a fumetti. Beh,
io vado di passione: uno è Little Nemo, poi
direi Fuochi di Mattotti e Dark Kinight Returns
di Miller. E le tre opere critiche. E’ una domanda difficile.
Siccome sono io che parlo devo escludere il mio libro (ride).
Ci sono un sacco di opere di carattere storico... Troppo difficile.
Qui in realtà non posso andare di passione. Mi verrebbe
da dire Apocalittici e integrati di Eco. Però
non è un libro sui fumetti, ma un libro che ha alcune
parti appassionanti sui fumetti che sono state cruciali, ma
si occupa di un sacco di altre cose, e ci sono altri libri
che dicono di più. Un libro che io ho trovato appassionante
e che nessuno conosce è The Steranko History of
Comics, una storia dei comics scritta appunto da Steranko.
E’ parziale, non l’ha mai conclusa, ma prende
le cose da una prospettiva che nessuno ha mai intrapreso.
Io ho imparato un sacco di cose da questo libro che fu pubblicato
in due volumi mi pare da Comics Journal un po’
di anni fa. E poi, per tornare in Italia, qualcosa di Gino
Frezza e Antonio Faeti. L’immagine innocente, bellissimo
libro, anche se ormai ha qualche anno o In trappola col topo,
il libro su Topolino, ma anche altre cose, ad esempio La bicicletta
di Dracula, che parlava molto di fumetti anni settanta. Però
mi riesce molto più difficile dare delle risposte su
quest’argomento.
Nota:
l’intervista ha avuto luogo durante la giornata di studio
sull’opera di Winsor McCay, svoltasi a Perugia il 14/05/05
nell’ambito della manifestazione Little Nemo –
Omaggio al genio grafico di Winsor McCay. Si ringrazia Claudio
Ferracci, presidente dell’Associazione Umbria
Fumetto, per aver reso possibile l’intervista.