Iscriviti alla newsletter di COMICS CODE




Inserisci il tuo indirizzo e-mail


“Ma a Me Invece Piace lo Storytelling”: Intervista a Brian Azzarello
di Antonio Solinas ed Emiliano Longobardi

 

     Ciao Brian, vuoi presentarti ai nostri lettori? Mi intriga sentire come le persone che intervistiamo si presentano.

     Secondo te è intrigante sentirmi dire il mio nome?

     No, penso che il modo in cui le persone presentano il proprio lavoro sia esplicativo.

     Ok, allora mi presenterei dicendo: “Ciao, sono Brian Azzarello e scrivo 100 Bullets”.

     Ottimo. Come hai deciso di diventare uno sceneggiatore e come è avvenuto il tuo debutto nel fumetto?

     Non ho mai fatto un fumetto per debuttare. So che ci sono un sacco di persone, in questo campo, per i quali i fumetti sono il lavoro sognato per tutta la vita. Io non sono una di quelle persone. Non volevo fare questo lavoro. Sono rimasto impantanato nei fumetti lungo la via.

     Te ne sei pentito?

     A volte (ride).

     Il primo tuo lavoro che ricordo è Jonny Double. Avevi scritto niente, prima?

     Avevo scritto per alcune serie antologiche che la Vertigo stava facendo uscire all’epoca, come Weird War Tales e Gangland. Ma il mio primo lavoro di una certa lunghezza fu Jonny Double.

     Penso che Jonny Double fosse già molto maturo e completo per quanto riguarda il modo in cui ti presentavi come sceneggiatore. Quanto è stato difficile per te scrivere il tuo primo fumetto importante?

     La cosa più difficile fu il fatto che quando si scrive il primo fumetto non si dispone ancora di un certo livello di fiducia. E parlo degli editors, non so se mi spiego (ride).
Ora la faccio franca con qualunque cosa, ma a quel tempo ogni parola che scrivevo veniva ricontrollata. Che è il motivo per cui scrivo così poche parole, penso.

     Allora sopperisci con la qualità, direi. Dopo di ciò, praticamente, hai scritto 100 Bullets. Come hai concepito la serie e quanto è rimasto dell’idea originale, ora?

     Direi (che è rimasto) tutto. Tutta l’idea originale è intatta. Ho proposto 100 Bullets nello stesso periodo in cui proposi Jonny Double. Axel Alonso era l’editor al quale stavo facendo vedere le “proposals” e pensò che sarebbe stato meglio partire con una mini di 4, piuttosto che cercare di lanciare una serie con creatori fondamentalmente troppo poco conosciuti.
Nel mezzo di Jonny Double, la DC si rese conto che non c’era niente di programmato né per me né per Eduardo Risso, e 100 Bullets fu approvato, solo per tenerci impegnati, penso.

     Un’ottima mossa, suppongo. Specialmente nell’era dello “storytelling decompresso”, dato che il tuo modo di scrivere non è decompresso. Che cosa pensi dello “storytelling decompresso” e come ti avvicini alla scrittura?

     Penso che il termine “storytelling decompresso” sia stato inventato dalle persone che leggono i fumetti. Non penso che sia stato inventato dalle persone che fanno i fumetti. Non ci credo, specie quando costruisco le mie storie. Non penso che ci sia nessuna “ciccia” in quello che scrivo. È tutto “magro”. Se scrivo un fumetto in 6 parti, sono sei parti “magre”.

     Esattamente. Io penso che tu usi esattamente lo spazio che ci vuole per raccontare la storia. Come lavori per unire i diversi archi narrativi? Scorrono naturalmente o senti il bisogno di usare storie “fill-in”?

     Scorrono in maniera molto naturale per me (ride). Non sono sicuro se scorrano altrettanto bene per il lettore…

     Io penso di si. Ma a volte ci sono cose da dire cui non si era pensato prima di iniziare…

     Si, in un certo senso… Sai, io tendo a pensare che le persone che leggono 100 Bullets siano piuttosto intelligenti. Non solo non amano che tutto sia spiegato, ma anzi apprezzano che non tutto lo sia.

     Hai collaborato con un sacco di disegnatori stranieri. Come ti trovi a lavorare con loro?

     Come ti sembra?

     Mi sembra bene…

     Okay, è quello che sento anche io (rido). La prova è nel prodotto finale, questo è quello che penso io.

     Mi interesserebbe sapere se per te avere a che fare con disegnatori americani è diverso dall’avere a che fare, per esempio, con quelli argentini o italiani…

     No, non è per niente diverso. Sai, ci sono alcuni disegnatori americani con cui ho lavorato che sembravano più interessati a parlare più estesamente di cosa mettere sulla pagina, ma io veramente non ne vedo il motivo (ride). Ecco perché mi piace lavorare molto di più con disegnatori stranieri. Non parlano così tanto (ride).

     Se dovessi scrivere per un medium diverso, quale sarebbe?

     Sarebbero le commedie. Ecco quello che preferirei.

     È vero che le tue sceneggiature sono abbastanza essenziali per il fatto che tu lavori soprattutto sui dialoghi e non tanto sulla “regia” dell’azione?

     Art direction? In realtà tendo a lasciare molta di quella al disegnatore. Quello è il campo in cui il disegnatore può contribuire creativamente alla storia, piuttosto che essere solo un esecutore di quello che dice la sceneggiatura.
È quello il campo in cui, nella storia, i disegnatori fanno sentire la propria voce. Io lo vedo come un medium collaborativi. Non penso di essere il regista.

     Questo mi pare molto chiaro per quanto riguarda le tavole di Risso. Sembra che il suo contributo sia notevole. Ti ha mai fatto incazzare disegnando qualcosa che non ci sarebbe dovuto essere?

     No. Voglio dire, ci sono state alcune volte in cui siamo tornati sulle tavole per mettere le “pecette”. Ma questo è accaduto solo perché mancava qualche elemento che ci doveva essere, per motivi narrativi, voglio dire: una pistola che doveva essere mostrata e invece non c’era, cose così. Per quanto riguarda i personaggi sullo sfondo e tutto il resto, non mi ha mai fatto incazzare: anzi, mi diverte vedere che cosa si inventa Eduardo, mi piace osservare.

     Quale è il tuo approccio alla scrittura? Che cosa significa per te scrivere? Come cambia (se cambia) il tuo modo di scrivere quando scrivi i tuoi personaggi, rispetto a quando lavori su una grande icona fumettistica?

     Sai che non cambia affatto? E questa è la ragione, probabilmente, per la quale un bel numero di persone che erano fans di quei personaggi iconici hanno avuto un sacco di problemi con quello che stavo facendo (ride).

     In questo senso, sei stato criticato per il tuo ciclo di Hellblazer con Corben, perché alcune persone hanno trovato la serie troppo “hardboiled” a sproposito. Ti ha toccato, la cosa?

     No, per niente.

     Quando hai scritto quello story arc, hai scelto quell’approccio perché era per te naturale o perché pensavi che Costantine dovesse essere portato in una direzione che nessuno aveva esplorato prima di te?

     Pensavo che dovesse andare in una direzione differente. Sai, fui contattato per scrivere un fumetto horror e, mi spiace, ma diavoli e mostri non mi fanno paura, mentre mi fa paura il comportamento della gente. Quella è la direzione che ho scelto di prendere. Successivamente, Mike (Carey, N.d.R) ha riportato tutto a demoni, spettri, roba supernaturale legata ai culti. E sono sicuro che qualcuno lo porterà in una direzione diversa. Ecco una cosa meravigliosa del personaggio di Costantine, più di ogni altra icona fumettistica (per mancanza di una parola migliore): il personaggio si presta a farsi definire benissimo dallo sceneggiatore.

     Quanto sapevi del personaggio, quando ne hai scritto le storie?

     Avevo letto qualche storia, ma non tutto.

     È questo il tuo modo di agire solito? Quanta ricerca hai fatto per Batman e Superman, per esempio?

     È difficile non conoscere quei personaggi (ride). In realtà, probabilmente avevo letto più storie di Constantine di quante ne avessi lette di Batman e Superman.

     Che cosa hai voluto mettere di tuo nel tuo approccio ai personaggi?

     Per Batman, volevo trattare il costume come un trench, per farlo un po’ più spigoloso. Volevo scrivere la storia perfetta (ride).

     Mi è piaciuto il modo in cui hai rappresentato Cage, rendendolo losco e ambiguo. Quale era la storia che volevi raccontare?

     Volevo rendere il personaggio losco e ambiguo (ride). Penso che, qualunque sia la ragione, forse semplicemente perché è più semplice, sembra che ogni supereroe esistente abbia gli stessi valori. E ciò non è vero, per come sono fatte le persone. Questo è quello che volevo fare. Cage è un buono, ma forse ha un approccio alle cose che è differente, magari lui èun po’ losco, ma i suoi scopi sono i soliti. E questo è interessante: il modo in cui finisce il fumetto può cambiare. Se hai familiarità col personaggio, allora ovviamente è a prova di pallottola e i proiettili gli rimbalzano addosso, ma se non hai mai letto niente del personaggio, allora muore (ride).

     Devo ammettere di avere trovato la cosa un po’ sconcertante, infatti. Un’altra cosa che ho trovato interessante in Cage, così come in 100 Bullets, per esempio, è il fatto che tu sembri avere un ottimo orecchio nel riportare come si parla nelle strade. Dove trovi l’ispirazione per lo slang del ghetto e cose simili?

     Ascolto il modo in cui parla la gente. Giro molto in città.

     Cage sembra un perfetto esempio della tua ricerca, in questo senso…

     Ho cercato di fare un supereroe hip hop.

     E Corben è stato anche lui bravissimo…

     E quando è che non è bravo (ride)?

     Le tue storie hanno a che fare con minoranze varie (come neri, mafiosi, messicani). Ti è mai venuta la paura di usare troppi stereotipi?

     Non penso di avere mai usato nessuno stereotipo. Non credo. Per cui pernso che la risposta sarebbe: “No, quella paura non mi è mai venuta”.
Non vedo che differenza faccia il colore della pelle, mi interessa che cosa rende le persone ciò che sono. Voglio dire, in 100 Bullets ci sono persone ricche e bianche che sono tanto cattive come gli stronzi più poveri.

     Sei al lavoro su Loveless per la Vertigo, col disegnatore Marcelo Frusin. Come ti è venuto in mente di fare una storia western?

     Circa quattro anni fa ho fatto un western dal titolo El Diablo e… quando ho finito ne volevo fare subito un altro (ride). Per cui ho tirato fuori Loveless, ma la DC non era molto disposta a darmi l’ok, perché El Diablo non aveva venduto molto bene, per cui non pensavano che ci fosse un mercato per i westerns e cercavano di spingermi in una direzione diversa.
Quindi, quando ho finito il mio ciclo di Hellblazer, ed io e Marcelo stavamo salutando, parlammo di lavorare insieme ancora in futuro, perché avevamo avuto veramente una bella intesa. Stavo rimuginando su tante diverse idee, e menzionai che volevo fare qualcosa che riguardasse un fuorilegge. Marcello si gasò moltissimo, perché siamo entrambi grandi fans del genere western e degli spaghetti western in particolare.
E questo è praticamente come è nata la storia.
Per cui gli ho detto: “Tu vuoi fare un western, io voglio fare un western, farò in modo che la DC ci faccia fare un western” (ride).

     Sei un grande appassionato di cinema?

     Di cinema attuale? No, per niente (ride). Ma di vecchi films, si.

     Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

     La mia fonte d’ispirazione numero uno è il giornale, è leggere il giornale ogni giorno.

     Saresti interessato a lavorare per editori differenti, come la Marvel, o anche per mercati differenti, come quello francese?

     Si, potrei. Per quanto riguarda lavorare con la Marvel, non so se lavorerò ancora con loro. Certamente non per tutto il prossimo anno, perché sono in esclusiva con la DC. Mai dire mai: ogni tanto, potrei avere bisogno di cambiare un po’. Non penso di avere fatto abbastanza lavoro su Hulk.

     Quali sono le differenze fra lo scrivere per la Vertigo e per la DC? Senti la cosa differente o no?

     Per quanto riguarda la DC, quei personaggi che stai scrivendo sono coinvolti anche in storie di altri. Inoltre, ci sono certe cose che non si possono fare con quei personaggi, fatto che rende le cose piuttosto frustranti: di questo aspetto alla Vertigo non mi devo preoccupare.
Il lavoro che faccio per la Vertigo al momento è creator-owned, per cui i personaggi sono miei.
Se li voglio uccidere, posso farlo. Se voglio fare si che un personaggio tradisca la moglie, posso farlo. Cosa che invece non ho potuto fare in Superman (ride).

     Oh. Stai lavorando ad una storia di Batman con Matteo Casali per la Wildstorm…

     L’accordo era che fosse per i mercati stranieri. Quando me la proposero, accettai perché era diretta al mercato straniero.

     Hai avuto un approccio diverso di quanto accade per le storie che hai scritto per il mercato americano?

     Direi che l’approccio è stato un poco diverso. Dal punto di vista geografico le cose sono diverse, ed in più devo lasciare fare qualcosa a Matteo (ride). Suona male, volevo dire che è coinvolto anche Matteo: ci sono due scrittori e non voglio pestargli i piedi.

     Come è lavorare con Matteo?

     Lo odio, lo odio (ride). Non lo farò mai più. Il più grande errore della mia vita è stato accettare di lavorare con Matteo.

     E perché lo trovi così difficile?

     No, ovviamente sto scherzando (ride).

     Stai attento o Matteo ti manda dei killers mafiosi a casa…

     O quello o si butta da un palazzo (ride). È stato difficile perché c’è un altro collaboratore, penso. Ma sta facendo un ottimo lavoro, e sono veramente contento di quello che ha fatto.

     Ma dopo Batman: Europe, non lavorerai mai più con un co-sceneggiatore…

     No, non lavorerò più con un altro scrittore.

     C’è qualcosa che ti senti di non avere ancora compiuto, nei fumetti?

     Oh, non lo so. Penso che mi piacerebbe essere in grado di fare Loveless per i prossimi 4 anni…
Mi piacerebbe finire alcune storie su cui sto lavorando ora, e vorrei passare direttamente al formato graphic novel. Mi piacerebbe by-passare il format dei fumetti mensili.
Sfortunatamente, in un mercato di questo tipo non sono proprio sicurissimo che sia la scelta giusta da fare.
Con i fumetti mensili, hai un po’ di pubblicità ogni mese, sai (ride)?
Non mi sembra che i venditori e i fans siano pronti. Il mercato non è organizzato in maniera da prendere un fumetto e promuoverlo. E le serie non sembrano in grado di creare un richiamo per più di una settimana. Dopo di che, tutti passano al fumetto della settimana successiva. Mi piacerebbe una editoria regolare, in cui un fumetto può avere una vita per, diciamo, 6 mesi.

     Pensi che la DC capisca questo problema?

     Oh certo, lo conoscono bene. Ho parlato con loro per cercare di capire se sia possibile porre rimedio a questo problema, per cambiare il modo in cui è organizzato il mercato.

     Quale è la cosa più sbagliata nei fumetti americani, ora?

     La cosa più sbagliata? Oh my God! Non posso dirlo, sarei nei guai … (ride)
Anzi, sai quale è la cosa più sbagliata? Te lo dico io: la cosa più sbagliata sono quegli eventi aziendali, che stanno obbligando i lettori a comprare tutto. Sembra che tutti gli editori li stiano facendo, oggigiorno.

     Penso che sia un trucco per tenere vivo il direct market…

     Sai cosa? Se questo è il caso, allora sono la cosa più bella dei fumetti, non la più sbagliata. Ma non potrebbe essere che siano allo stesso tempo la cosa migliore e quella più sbagliata che stanno accadendo ai fumetti?

     È possibile. Ma io penso che un sacco di persone, come me, vogliono solo quei bei volumoni di 100 Bullets da leggere tutti insieme.

     Si, anche io.

     Forse sono io, ma a me i mensili americani sembrano usa e getta, a paragone con le collezioni.

     Beh, finché non li metti in una bustina di plastica…

     I tuoi fumetti vengono tradotti in altre lingue. Hai mai pensato a quanto è difficile tradurre i tuoi giochi di parole?

     Si, l’ho sentito da vari traduttori. Alcune cose proprio non si possono tradurre.

     E questo ti preoccupa?

     Ovviamente no. Grazie tante (ride)!

     Pensi mai al tuo pubblico, quando scrivi?

    No, l’unico pubblico al quale penso è l’editor, perché firma la cedola di pagamento (ride).

     È probabilmente il modo migliore di rapportarsi con un lavoro come il tuo, perché se ti preoccupi troppo del pubblico…

     … allora finisci a fare quello che il pubblico vuole, e di solito non vuole ciò che è meglio (ride). Ciò che il pubblico tende a volere è quello che ha già, e io non sono in questo campo per quello.

     Che cosa è che gli darai in futuro, allora?

     Che cosa gli darò in seguito? Un po’ di commedia (ride)!

     Vari molto il livello di violenza e di parolacce nelle tue storie, e mi riferisco, per esempio, a Hellblazer rispetto a 100 Bullets. Ci pensi consciamente, o ti viene naturale per le diverse storie?

     In 100 Bullets ci piace tenere molta della violenza fuori scena, è un approccio che io ed Eduardo abbiamo deciso di adottare. In alcuni casi, come quel posto orribile in Hellblazer, per ottenere il massimo effetto, devi mostrare tutto, per creare lo shock. Devi vederlo accadere.

     Hai realizzato la graphic novel di Sgt. Rock con Joe Kubert: Joe mi ha detto che ti chiese di non metterci nessuna parolaccia e tu hai accettato. Ti sei sentito intimidito dal fatto di lavorare con una icona fumettistica come lui?

     No, per niente. No ho avuto problemi a lavorare con Joe. Lasciare fuori le parolacce è stato l’unico compromesso che mi è toccato, ed è una cosa minima, per come la vedo io. Ovviamente avevo un sacco di rispetto per Joe: mi ha chiesto di evitare le parolacce. Benissimo.
La stessa richiesta me l’ha fatta Jim Lee per Superman. Idem: avevo un grande rispetto per Jim, per cui niente parolacce.

     Kubert, Corben e Jim Lee hanno stili grafici che sono completamente diversi l’uno dall’altro. Come è stato lavorare con loro e come è cambiato l’approccio?

     Avrei potuto avere un approccio diverso, ma Jim mi ha chiesto di non farlo. Non ha voluto che cambiassi niente. Ha voluto vedere come fossero le mie sceneggiature e voleva la stessa libertà che si suppone che io dia a tutti gli altri. Per cui gli ho dato quello che do a chiunque altro.

     Le tue sceneggiature lasciano un sacco di libertà al disegnatore. C’è qualcuno che si è mai lamentato della troppa libertà?

     Oh yeah… (ride) Dimmi il nome di un disegnatore che hai sentito lamentarsi che gli è stata lasciata troppa libertà. Quel disegnatore non esiste!

     Sarebbe abbastanza divertente…

     Come ho detto, quel tipo di disegnatore non esiste, mi spiace (ride).

      Segui i fumetti regolarmente?

     Alcuni.

      Quali?

     Mi stai chiedendo quali sono quelli che ho letto di recente?

     Si. O se ci sono persone di cui segui sempre il lavoro. Molti menzionano sempre Mike Mignola…

     Leggo Hellboy ogni tanto. Mia moglie lo segue regolarmente.
Mi sono piaciuti tantissimo i due ultimi libri di Joe Kubert, Yossel e Jew Gangster. Erano veramente ottimi.

      Leggevi più fumetti, prima di iniziare a lavorare in questo campo?

     Si, più o meno. Ma non leggo più tanti fumetti come prima. Leggo davvero raramente quelli mensili. Sai, non mi piace aspettare.

     Sai niente della scena fumettistica europea e di quella italiana in particolare?

      Si. Non mi definirei un esperto, ma ho un buon numero di fumetti italiani, in realtà. Tex, per esempio, e Diabolik. Mi piace molto Dylan Dog. È un peccato che sia tradotto in maniera così sporadica: infatti, i fumetti italiani non vengono proprio tradotti, qui negli Stati Uniti.

      C’è qualche aspetto che ti piace in particolare dei fumetti stranieri, in confronto a quelli americani?

     Si. I personaggi non volano e non si prendono a pugni (ride).
Le storie sono più realistiche. E trovo che lo storytelling per i disegnatori europei è più importante che per i loro colleghi americani. Ai disegnatori americani piace l’esplosività. Vogliono un sacco di splash pages e cose del genere. Ed è quello che vuole anche il pubblico. Ma a me invece piace lo storytelling. Questa è la ragione, probabilmente, del fatto che mi piacciono i film americani degli anni ’70.

      C’è qualche sceneggiatore il cui lavoro ti piace particolarmente e qualche scrittore che davvero non ami?

     Se una cosa non mi piace non la leggo. Non riesco a pensare, così d’acchito, a nessuno la cui roba mi piaccia davvero. Mi piace Stray Bullets di Dave Lapham: non ho letto il suo Batman, per cui non so dirti. Mi è piaciuto The Originals di Dave Gibbons. Ha fatto una storia di Green Lantern da poco: non l’ho letta (ride).

      Sembri diverso dai tanti sceneggiatori che si atteggiano a “rockstars”: non lanci proclami su come cambierai il mondo dei fumetti…

     E sai perché? Perché non cambierò il mondo dei fumetti (ride).

     Ma cosa pensi dell’atteggiamento da “rockstar”? Porta qualche vantaggio al mondo dei comics?

     Non lo so proprio.

      E ti infastidisce?

     Qualche volta si. Personalmente, penso che tutta l’attenzione dovrebbe concentrarsi sul lavoro. Il mio lavoro è più importante di me. Questo è quello che rimane. Se qualcosa mi sopravviverà, sarà il mio lavoro. Non ho nessun desiderio di essere una celebrità, mi piace avere le mie scappatoie (ride).

     La solita domanda finale: quali sono, secondo te, le tre opere che un appassionato di fumetti dovrebbe assolutamente avere in biblioteca? Te la puoi cavare con due, perché la terza è 100 Bullets

      Vedi, non l’avrei detto affatto (ride). Devo imparare davvero a promuovermi meglio (ride). Per tornare alla domanda, penso che i fumetti che tutti dovrebbero avere in biblioteca sono probabilmente il primo Sin City, o comunque un qualsiasi Sin City. Anche 300 era fantastico, senza alcun dubbio. Quindi, vedi che c’è qualcuno che seguo sempre, e quello è Frank (Miller). Ronin mi piace molto più di The Dark Knight
Dico anche Black Hole di Charles Burns, che ho appena preso, e penso sia bellissimo. Per quanto riguarda il terzo fumetto, non lo so… Ora sto guardando cosa c’è sui miei scaffali (ride)!

      Non vuoi dire Watchmen, per esempio?

     E perché dovrei? Non vorrei affatto… voglio dire, Watchmen è bellissimo, ma non so se debba stare sullo scaffale (di un appassionato). È ottimo, ma alla fin fine è sempre una storia di supereroi, e ciò non mi si addice più di tanto. È un’ottima storia per quanto riguarda i personaggi… Va bene, ti dico Watchmen, così mi lasci in pace (ride).

      Grazie, Brian.

 

 

fai click sulle immagini per ingrandirle