Sull’Arca dei comics
con Chris Ware
McSweeney’s raccoglie il meglio della ricerca artistica
nordamericana
di Matteo
Stefanelli
Il
presente articolo rientra nella ormai avviata collaborazione
fra Comics Code e Fumo di china.
La nota rivista di critica e informazione fumettistica ha
proposto il pezzo in una versione più breve sul n.121,
Settembre 2004.
la
redazione
“Zap!
Pow! Boom!”: erano i comics in tre parole, all’alba
della Pop Art. Ma da quando la cultura Usa si accorse del
fumetto e della sua carica estetica, i comics sono cambiati.
Dall’underground alle graphic novel, e poi dall’avanguardia
newyorkese anni Ottanta al boom degli indipendenti anni Novanta,
il fumetto Usa è oggi una galassia complessa ben oltre
l’orizzonte “supereroi e popcorn”. E in
cui la produzione più sperimentale e ricercata, tra
mass-market Hollywoodiano e nicchie da fumetteria, si è
costruita un nuovo successo nelle librerie. Ora questa tradizione
si ritrova, celebrata con tatto, quasi sottovoce, nelle pagine
di un volume-summa. Un libro speciale per numero di collaboratori,
per caratura delle firme, per numero di pagine, per cura di
materiali e design, per libertà espressiva, per intensità
delle idee. E per il nome del suo ideatore. Negli Stati Uniti
è l’antologia-evento dell’anno: il primo
lavoro da curatore di Chris Ware.
McSweeney's è
una rivista letteraria. Laddove nella letteratura nordamericana
succede qualcosa di nuovo, McSweeney’s vi è
coinvolta: ha imbarcato gli scrittori più trendy (David
Foster Fallace, Aimee Bender, George Saunders, Jonathan Lethem)
ma ha pure coinvolto a “giocare” diversi autori
già affermati (Stephen King, Nick Hornby, Michael Crichton,
Elmore Leonard, Michael Chabon, Neil Gaiman) . Ogni numero
ha un volto radicalmente diverso (un numero con canzoni allegate
da abbinare ai racconti, uno diviso-in-4-libretti con copertine
disegnate dagli scrittori), e ad assemblarlo è un curatore
ad hoc. Figlia del carattere istrione e dell’approccio
intellettuale di Dave Eggers (L’opera struggente
di un formidabile genio, Mondadori, 2000), McSweeney’s
è intelligente, ambiziosa, irragionevole, sbruffona.
Ha il piacere per le belle e “nude” storie ma
anche il gusto della sfida linguistica . E si diletta di grafica:
McSweeney's, sito web incluso, è un’ode
al modernariato tipografico il cui celebrante è il
sobrio, iperletterario carattere Garamond. L’ultima
uscita della più eclettica rivista sulla piazza contemporanea
lascia per una volta da parte la letteratura, e crea una follia:
264 pagine a colori – più tre “supplementi”
– interamente dedicate ai comics. Una bizzarria intellettuale
che è un progetto editoriale appassionato e superbo,
da perderci la testa, da capovoltare gli occhi. Eccoci allora
di fronte a una raccolta di racconti brevi che è come
un’Arca, un recipiente simbolico di quanto di più
prezioso il ‘ceppo’ nordamericano abbia offerto
– e continui a offrire – all’arte del fumetto.
Una selezione ampia, originale e intensa anche perché
condotta con sguardo privo di pregiudizi da una figura rara:
l’artista-studioso Chris Ware. Uno fra i pochi Maestri
di oggi in grado di riunire con naturalezza fili apparentemente
lontani nella storia culturale e artistica dei comics, da
Herrimann a Schultz, da Crumb agli Hernandez, da Gross a Newgarden.
Per vedere di che pasta sono fatte le idee dei comics odierni.
“Un
campionario assortito in circa 3.732 disegni”
In
McSweeney's 13 la copertina nasconde paradossi. “Nasconde”
si fa per dire: è un foglio 74 x 55 cm ripiegato due
volte, che ospita un vero e proprio fumetto-poster. Il tema?
Magniloquente, azzardato, ambiziosamente propedeutico al volume:
Dio, l’uomo e il fumetto. Chris Ware vi abbozza un ritratto
antropologico del fumettista, ironico sin dallo stile: il
disegno sceglie un approccio ipersemplificato e iconico –
un 2D un po’ infantile fatto di tondi-e-bastoncini parlanti
– e la Ricerca del Fumetto come degna attività
artistica è una commedia amara. Sul retro del foglio,
inoltre, Gary Panter illustra una specie di mandala che accumula
numerosi, e talvolta dimenticati, characters fumettistici
di decenni e secoli passati. Attenti ad aprirlo, però.
Avvolto intorno al libro, il poster nasconde alcune sorprese
nelle sue pieghe. L’apoteosi spettacolare del “lenzuolo”
– omaggio alle ampie Comic Section dei giornali primonovecenteschi
in formato broadsheet – porta in grembo strani cuccioli:
sono i mini-comics del lieve John Porcellino e dell’iconoclasta
Ron Rege. Due guru del formato mini, affiancati a un Chris
Ware spesso interessato al maxi: l’involucro di McSweeney's
parla già di sperimentazioni estreme nell’approccio
al fumetto. Questioni di design, peraltro: il fumetto non
è solo testi+disegni, ma oggetto materiale e tecnologico.
Consumata
la spessa scorza, la polpa del frutto editoriale si presenta
particolarmente ricca e densa. Da gustare senza fretta, come
richiedono gli oggetti cui ogni singolo strato contribuisce
al piacere complessivo dotandolo di peculiari “sapori”.
Dalla prima all’ultima pagina, dai crediti ‘tecnici’
al sommario nulla è lasciato al caso. O meglio: l’arte
di Ware estende la propria azione a ogni elemento e porzione
del prodotto editoriale. Il libro apre con un frontespizio
“pulp” di Charles Burns, un sommario da (sdrucito)
magazine anni 50, e una foto del 1912 (Frank King di Gasoline
Alley e Sidney Smith di The Gumps al lavoro):
gli apparati di presentazione di McSweeney's 13 sembrano
strizzare l’occhio al fumetto-vintage, ma la rivista
va subito ben oltre. Alla copertina, recita uno strillo, è
“incluso con il giornale, un libro gratuito di 264 pagine”,
un “campionario assortito” di opere di 40 fra
i “più egregi ed esperti praticanti dell’arte
del cartooning, presentato in oltre 250 lastre litografiche
e in circa 3.732 singoli disegni”. Per Ware, tra il
serio e il faceto in un affettuoso stile da imbonitore d’altri
tempi, cotanta ambizione ha senso solo se offerta in prospettiva
storica: i grandi di oggi sono pur sempre “nani sulle
spalle di giganti”. Lo stesso Charles Schultz, l’Autore
per eccellenza negli Usa – cui sono dedicate amorevoli
immagini di informali “schizzi preliminari” –
è un Maestro allevato all’arte dei Pionieri.
Quali? È l’ombra di Rodolphe Töpffer ad
aleggiare sulla storia dei comics, con ben nove pagine di
Histoire de Mr. Vieux-Bois, datate 1842 . Ad esso
segue un classico Usa ottocentesco, sebbene piuttosto sconosciuto
fuori dalla cerchia degli storici: John McLenan, con una storia
‘töpfferiana’. Degli anni 1920-1940 Ware
riesuma il segno elegante di Bud Fisher – con un originale
di Mutt&Jeff – il dimenticato genio comico del gag-artist
Milt Gross e l’insuperata poesia di Krazy Kat;
ma lascia spazio anche a qualche frammento di atmosfera del
tempo, con la riproduzione di una brochure del King Feature
Syndicate, i ricordi di John Updike, le idee di un neurologo
d’antan sugli effetti positivi del leggere funnies.
I
primi fumettisti contemporanei, dopo i monopagina di Ivan
Brunetti (irresistibili pillole sulle assai avvilenti ‘vite
d’artista’ di Mondrian, Satie, Kierkegaard) sono
Robert Crumb e Daniel Clowes, l’uno con dialogo (e retropensieri)
fra ragazzo (allupato) e ragazza (nauseata), l’altro
con uno squarcio di provincia-qualsiasi. Le strips di Kaz,
Mark Newgarden e Mark Beyer offrono invece umorismo nero e
grottesco, dal ritmo e dalle trovate spietatamente geniali:
se Underworld di Kaz è surreale violenza underground-pop,
Little Nun di Newgarden strappa risate per l’assurda
ostinazione di una suorina avventurosa che risolve tutto a
suon di preghiere. Fra gli altri, sembra di ritrovare come
in un’affiatata scuderia tutti i protagonisti della
scena indipendente: gli Hernandez Bros, Kim Deitch, Adrian
Tomine, Jim Woodring, Julie Doucet, Debbie Drechsler, Joe
Matt, per lo più autori di emozionanti frammenti diaristici,
nei più giovani (Jeffrey Brown, David Heatley, David
Collier) addirittura impietosi per trasparenza nel racconto
di sé. Le storie di Burns, Gary Panter e Richard Sala,
fumettisti particolarmente dotati dal punto di vista del disegno,
mettono in scena il lato oscuro di McSweeney's 13:
generano paura e sensazioni perturbanti, come nel sontuoso
nero-e-bianco del sempre più elegante Black Hole
di Burns. C’è anche il grafico Richard McGuire,
autore della prova più geniale fra le sperimentazioni
estetiche del gruppo: tecnica ‘piatta’, icone
geometrizzate e terribili simmetrie, che innescano un ritmo
visivo fatto di soli colpi di zoom. E poi ci sono loro, i
grandi Autori statunitensi di oggi. Sono presenti in cinque,
con vari estratti dai loro più recenti (editi e non)
romanzi grafici. C’è Art Spiegelman con una potente
sequenza da In The Shadow of no Tower, meditazione
estetica – più che politica – e rilettura
bédéphile della memoria americana davanti alla
tragedia culturale dell’11/9 (recentemente tradotto
da Einaudi come L'ombra
delle torri). C’è il comics reporter
Joe Sacco con due estratti dal nuovo The Fixer. E ci sono
tre diversi approcci alla Storia: quello delle vicende di
personaggi comuni letti in chiave emblematica del raffinato
Seth, presente con un frammento del pensoso Clyde Fans; quello
emotivo e individualista di Chester Brown, con un brano dal
poderoso e affascinante romanzo storico Louis Riel; quello
familiare e storico-antropologico di Ben Katchor, con alcune
strisce di quel caustico affresco intergenerazionale che è
Hotel&Farm.
Niente
“Zap! Pow! Boom!”, dunque. In McSweeney's
13 si ride e si leggono buone storie, ma la musica è
un’altra. Altra dal mestiere del confronto – come
rispetto ma anche come sfida: artisti pop quali Frank Miller,
Alan Moore, Neil Gaiman lo sanno bene – con generi ed
estetiche in gioco nelle vaste praterie del mainstream statunitense.
La diversità, da queste parti, è pressoché
il solo tratto evidente; l’ostinata, coerente impresa
a raccontare&disegnare secondo un “metodo”
proprio pare il principio guida della selezione. C’è
un tipo di onestà, nel progetto di Ware, che ha della
disarmante, ingenua utopia dell’autore moderno: per
valorizzare il lascito del fumetto Usa alla (Nona) Arte, è
fondamentale segnalare l’opera di chi è in grado
di spingere al massimo le proprie peculiarità espressive,
di coloro che sanno “vedere” (“far vedere”)
il mondo come nessun altro è capace di fare. In questo
senso, le tradizioni recenti del “romanzo a fumetti”
e dell’“albo autoprodotto”, la via degli
auteurs e quella dei “giovani indipendenti”, sembra
voler ribadire il curatore Chris Ware, vivono tutte alla luce
di una storia più grande. Una vicenda che risale alla
stessa archeologia del mezzo e ai suoi Padri Fondatori: la
storia della libera invenzione, del distacco dai luoghi comuni
dell’immaginario, della diretta e complessa (talvolta
sofferta) espressione di sé e del proprio – unico
– mondo (emozionale, psicologico, narrativo, estetico).
Più che la complessa architettura di un’orchestra,
allora, la varietà di McSweeney's 13 ricorda
il casino delle bande di ottoni slave: la sua armonia non
sta nell’organizzazione, non è negli aurei intrecci
fra timbri e melodie, ma sta nell’accettazione degli
altri strumenti, nella convivenza paradossale fra differenti
metodi espressivi e diversi – radicalmente diversi –
suoni.
L’opera
struggente di Chris Ware, formidabile genio
Per Jean-Claude Menu, autore e co-fondatore de L’Association,
è “uno degli autori di fumetto più importanti
del decennio, già un classico”. Per lo studioso
ed ex-direttore del Musée de la Bande Dessinée
di Angoulême, Thierry Groensteen, è “un
disegnatore-camaleonte sempre in cerca di nuove sperimentazioni”.
Per scrittori come Zadie Smith o David Sedaris, semplicemente
“deve essere un genio”. La carriera di Chris Ware
(1967, nato nel Nebraska ma da anni residente a Chicago),
dopo la superba accoglienza nell’olimpo dei grandi riservatagli
all’ultima Angoulême – con una conferenza
nei ‘Rencontres Internationales’ tra le più
affollate e apprezzate, condivisa con l’amico canadese
Seth – vive oggi un momento di celebrazione, come attesta
anche una recente e intensa monografia (Daniel Raeburn,
Chris Ware, Laurence King, 2004). Un contrappasso dolcemente
spietato per uno come lui, carattere modesto e timidissimo,
ossessionato dal disegno e dai comics quanto dalla solitudine
e dall’abbandono (non aveva un anno quando il padre
lasciò la famiglia). Eppure, uno strano destino lo
ha scaraventato verso palcoscenici di prima grandezza nell’arena
della cultura contemporanea. Totalmente inedito nel nostro
Paese, Chris Ware è infatti il solo fumettista a essersi
aggiudicato non solo dozzine di nominations e premi Eisner
e Harvey, ma l’American Book Award (2000) e l’ambìto
The Guardian First Book Prize (2001), entrambi per la raccolta
di Jimmy Corrigan, opera premiata pure ad Angoulême
2003 come miglior volume straniero. Nel 2002 il deprimente,
magnetico e visivamente labirintico Jimmy Corrigan
è stato selezionato – caso più unico che
raro – alla Whitney Biennal of American Art, manifestazione
leader nel mondo dell’arte contemporanea, ed esposto
al Cooper-Hewitt National Design Museum. Eppure, l’originale
successo di Ware è diventato apprezzamento trasversale
lentamente, col passare degli anni e la pubblicazione dei
suoi albi, editi da Fantagraphics col nome di ACME Novelty
Library (1993). Una collana, più che una serie: ogni
numero differente per personaggi e stile, dalla divertita
nostalgia per l’animazione anni ’20 in Quimby
the Mouse al gelido razionalismo urbano sfondo delle
miserabili esistenze di Corrigan, dall’ingenua iconografia
pulp-western in Big Tex alle ingenue ma patetiche illusioni
pop del suo Superman. In fondo Chris Ware, camaleonte
estetico, segue da allora – dopo anni di formazione
tra autoproduzioni e racconti per i top magazines del fumetto
di ricerca (Raw di Spiegelman e Blab di Monte Beauchamp)
– una sola rotta: il metodo. L’implosione della
pagina nella cura dei dettagli e del layout, la qualità
del lavoro grafico dal logo ai font, l’attenzione complessiva
al design del libro come parte sostanziale del suo senso (ACME
è anche albi minuscoli alternati a scomodi ‘quadrati’,
strisce tascabili contro shockanti ‘giganti’ 25x40).
Un lavoro sull’opera a fumetti che è insieme
cura per il contenuto, per il suo ‘contenitore’
e per lo stesso processo di realizzazione: le giornate passate
in tipografia a lavorare coi tecnici su materiali, carta,
inchiostri, lastre, scansioni non sono per Chris Ware fasi
secondarie dell’impegno artistico. È come una
“religione del progetto”, un approccio travolgente,
ossessivo, esigente che lo allontana dalla semplificata routine
dei fumettisti medi. E lo avvicina, per la sua natura estetico-pratica,
alla sensibilità dei designer. Come un autentico artigiano,
alle prese con materiali mediali. Chris Ware, pavido Artigiano
diventato il nuovo Maestro dei comics.
Chris
Ware: fumettista e designer al lavoro
Il trentasettenne curatore
di McSweeney's 13 è un autore lento e meticoloso,
ma anche iperattivo e lavoro-dipendente. Anzi, disegno-dipendente:
nel 2003 è stata pubblicata la sua fitta raccolta di
schizzi e disegni personali prodotti fra il 1986 e il 1995
(The Acme Novelty Date Book, co-edito da Oog&Blik
e Drawn&Quarterly). Una straordinaria antologia di stili,
tecniche, “fumetti non progettati, false partenze, esperimenti
inani, rivelazioni simulate, palinsesti egoistici” che
è una sublime e drammatica autobiografia per frammenti
rivelatori, di livello persino superiore agli acclamati sketchbooks
e cahiers de croquis di “grandi” come Crumb, Spiegelman,
Moebius, Mattotti. Dopo il successo del suo Corrigan –
la sola prima edizione Pantheon di Jimmy Corrigan,
in volume rilegato al prezzo di 30$, ha venduto oltre 100.000
copie – la fiducia in Ware da parte degli editori nordamericani
è quindi cresciuta in modo esponenziale, e l’attività
di Ware si è potuta espandere su due binari paralleli.
Nonostante gli elevati costi tecnici richiesti da non comuni
standard nella cura ‘materiale’ delle sue opere.
Da un lato quindi l’attività di autore, e dall’altro
quella di curatore e designer.
Sul primo versante, nel 2003 Fantagraphics ha pubblicato il
volume Quimby the Mouse, una raccolta in formato
gigante e quadrangolare delle strisce del topo old fashioned
Quimby, in gran parte già apparse in periodici studenteschi,
alternativi e nella “serie” di albi Acme Novelty
Library. Pantheon Books, nella collana di graphic novels curata
dal geniale book designer Chip Kidd ha invece annunciato per
Aprile 2005 una raccolta – gigante anche questa –
di storie monopagina tratte proprio dalla Acme Novelty Library.
Intanto, prosegue la lavorazione del nuovo Rusty Brown,
pubblicato a puntate su un periodico di Chicago e in procinto
di apparire su un prossimo albo Acme. Sul versante del design
ha dato una mano nel 2002 a Chip Kidd nella raccolta dei materiali
per il suo libro-gioiello Peanuts: the Art of Charles
M. Schultz, Ware ha lavorato alla progettazione formale
e alle copertine della nuova ristampa di Krazy Kat (intitolata
Krazy&Ignatz, a cura dello storico Bill Blackbeard)
pubblicata da Fantagraphics.
Infine, negli attivi ambienti dell’editoria Usa di fumetto
Classico, si mormora della possibile collaborazione a un’antologia
di antiche daily strips fra quelle periodicamente promosse
dallo Smithsonian Institute, che vedrebbe Chris Ware al lavoro
come consulente e designer.
Novità fresche, per concludere. Nel 2005, se il destino
non giocherà tiri mancini, Chris Ware sarà disponibile
anche in Italia. Dopo l’annuncio di traduzione –
ritirato – da parte di Minimum Fax nel 2002, il passaggio
dei diritti a Mondadori e l’interessamento di Coconino
Press, le ultime voci – ancora non ufficiali –
parlano di una collaborazione fra Mondadori e Coconino nella
costosa operazione di adattamento di Jimmy Corrigan.
Un’ipotesi che potrebbe finalmente garantire al pubblico
italiano la lettura dell’atteso capolavoro a fumetti
per l’inverno prossimo venturo.
note
1
- L’intero numero 10 di McSweeney’s è
stato recentemente tradotto da Mondadori, col titolo di La
super raccolta di storie d’avventura.
2 - È
in arrivo in Italia, grazie a Minimum Fax, l’antologia
The Best of McSweeney’s, curata dallo stesso
Dave Eggers. Fra i contributi estratti dai primi due anni
di vita della rivista, testi di David Foster Wallace, Rick
Moody, Jonathan Lethem, Zadie Smith, William Vollmann. L’uscita
è prevista per Novembre 2004.
3 - Il 1842 è l’anno
della prima traduzione della storia negli Usa, con il titolo
di The Adventures of Mr.Obadiah Oldbuck. L’opera
originale dell’autore ginevrino risale invece al 1827.
Per saperne di più: Alfredo Castelli (a cura di), Obadiah
Oldbuck, NapoliComicon 2003.