Il ritorno alla sfida industriale
e le carenze del sistema-fumetto
di Matteo
Stefanelli
Il
presente articolo rientra nella ormai avviata collaborazione
fra Comics Code e Fumo di china.
La nota rivista di critica e informazione fumettistica ha
proposto il pezzo come editoriale del recente numero doppio
estivo, noi lo presentiamo qui in una versione riveduta e
allungata.
la
redazione
La
notizia è di quelle che abitualmente “non attirano”.
Non i lettori di fumetto, almeno. Questioni industriali, sviluppo
economico, strategie di mercato. Eppure, tocca parlarne. Perché
la novità è un colpo di scena: il gruppo Média
Participations ha acquistato a fine giugno Dupuis, aggiungendola
a Dargaud, guide Michelin e periodici vari. Il giro d’affari
strettamente fumettistico di MP supererebbe ora i 150 milioni
di €, metà del fatturato del gruppo. Numeri da
primo editore di fumetti francese (circa 2/3 del mercato)
e europeo, che stacca i concorrenti Glénat, Casterman
e Humanoïdes Associés. In Belgio – dove
ha sede Dupuis, editore di Spirou – è un fatto
da prima pagina. L’amministratore del gruppo che unisce
Dargaud, Le Lombard, Kana, Blake & Mortimer, Lucky Comics
ha dichiarato «saremo più forti per affrontare
i nostri veri concorrenti. Non le altre aziende del settore
BD, ma quelle delle industrie cinematografiche e musicali.
Potremo inoltre sviluppare una rete più forte per meglio
difendere la nostra arte letteraria presso FNAC, Amazon e
grande distribuzione».
Al di là degli specifici obiettivi aziendali di MP,
e oltre agli effetti negativi della concentrazione (al riparo
dall’Antitrust, però, che non interverrà
sul fumetto in quanto semplice segmento del più vasto
mercato editoriale), l’avvento di un gigante dei media
“fumettocentrico” cambia il volto del settore.
E costringe a riflettere su alcuni nodi che una matura industria
fumettistica si prepara ad affrontare e – per garantirsi
un futuro prospero nell’arena dei fornitori di contenuti
culturali – a dover sciogliere:
•
competitività intermediale: è sempre più
centrale il mercato delle licenze e dei prodotti derivati.
Per i produttori di contenuti, editori inclusi, il gioco si
sposta sull’abilità di ideare/gestire prodotti
culturalmente e tecnologicamente ‘flessibili’.
E la proprietà intellettuale (creatori versus produttori)
si fa terreno bollente.
•
riassetto industriale: si intravede il declino del modello
‘artigianale’. Pesano abilità finanziarie
e investimenti, strategie e organizzazione interna, marketing
e formazione professionale. Il ‘fiuto’ è
un’arma sempre più spuntata, le competenze sono
sempre più i veri ‘strumenti’ di lavoro
necessari. L’editoria a fumetti convive con editori
di libri e di periodici e con la complessa rete della distribuzione
di contenuti – altro che fumetterie – e non può
non seguirne le logiche industriali.
•
pressione economica: un soggetto ‘forte’ può
giocare un ruolo in sede di politiche a favore del settore.
MP è da oggi il terzo gruppo editoriale francese, dietro
Hachette e Editis. E avere un rappresentante di peso significa
attenzione dei media, dialogo con le istituzioni, fondi strutturali.
•
misurazione del sistema: misurare un mercato (prodotti, vendite,
pubblici) è attività complicata, ma i benefici
(confrontabilità, prevedibilità, trasparenza,
analisi dei trend) superano i rischi (assenza di riferimenti,
fragilità del fiuto degli operatori, logiche “di
potere” dominanti su quelle economiche). E colmare il
“buco nero” dei dati a livello europeo darebbe
definitiva solidità al settore, soprattutto in termini
di credibilità agli occhi della distribuzione e di
appeal (pubblicitario, finanziario) agli occhi degli investitori.
E in Italia? Di stravolgimenti
industriali e finanziari, a breve-medio termine, non se ne
vede l’ombra. Nel bene – la prosperità
di formule editoriali tra le più peculiari al mondo
– e nel male: il sistema è allo stallo. Nel Belpaese,
infatti, la vivacità recente dei grandi soggetti industriali
si è giocata essenzialmente sul livello dell’innovazione
di prodotto: Disney con albi cartoon-style giovanissimi e
‘global’ (Witch, Monster Allergy),
Bonelli con più flessibili formule seriali (bimestrali,
semestrali, one-shot), Eura e Play con solidi ‘inseguitori’
delle formule vincenti (John Doe, Winx).
Ma sul piano della visione industriale e delle strategie,
quel che si muove – lo sviluppo estero di Disney e Panini,
fra sinergie di catalogo ‘glocali’ e nuovi format
– non ha ricadute interne. Disney e Bonelli continuano
a dividersi il grosso del mercato mille miglia distanti fra
loro, mentre Panini e Star lottano da anni sullo stesso terreno:
prodotti (manga), target (adolescenti) e distribuzione (coi
rami PAN e StarShop).
Fusioni o alleanze sono figlie di una diffusa competitività
industriale, che da noi ancora non c’è. Intanto,
il fumetto “all’italiana” più tipico
– Topolino, Bonelli, Diabolik, Alan
Ford, Giornalino, Linus – perde
pubblico. Se in Italia la tv, come è noto, offre da
tempo un esempio di “sistema bloccato”, l’industria
fumettistica non brilla allora per dinamismo. Un’altra
porzione di industria culturale ingessata. E un altro media
che sogna una crescita economica lontano dalle responsabilità
– per dirla con parole usate anche dal Montezemolo di
Confindustria – del “fare sistema”: ognuno
per sé, e “God save the comics”. Già,
perché all’assenza di concorrenza profonda corrisponde
la sempre più preoccupante assenza di riflessione comune
sulla fisionomia del settore: versante individuale (strategie
degli attori economici) e strutturale (regole comuni su misurazione
del mercato, tutela giuridica, associazionismo di categoria,
ecc.) continuano a non giocare il gioco della matura sfida
industriale. D’altra parte, per quanto prosaico –
ma forse non scontato – possa apparire, ogni settore
dell’industria culturale prospera anche in virtù
delle strutture che è capace di darsi, e dell’abilità
con cui esse sono sia pensate che concretamente utilizzate
dai suoi attori: le piccole crescite di singoli soggetti possono
essere frutto di brillanti iniziative individuali, ma le grandi
crescite sono il risultato di più ampie e complesse
azioni ‘di sistema’ (il successo dell’industria
dei pc o di quella della moda ne sono esempi recenti; il boom
dei comics Usa negli anni Dieci/Venti o dei manga nel Giappone
anni Ottanta/Novanta sono le esperienze ‘di settore’
cui guardare).
Forse è proprio vero: all’industria del fumetto
nostrano certi discorsi “non attirano”. Quindi
non solo la manga industry resta un pianeta lontano: anche
la vicina industrie de la bédé, ancora 20-25
anni fa dietro all’Italia del fumetto, diventa un modello
sempre più difficilmente raggiungibile. Nella memoria
di critici e bédéphiles echeggia il suono di
parole già sentite, di qualche idea già familiare
in vecchie didascalie: “Nel frattempo, altrove…”.