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The Big Sin
Alcune considerazioni su Sin City in occasione della ristampa della Magic Press
di Alessandro Pinna

articolo in collaborazione con Fumo di China


     Il cittadino più famoso di Sin City è un bestione omicida con i capelli a spazzola, il volto solcato da sfregi crudeli, il profilo affilato come la lama di un’accetta. È conosciuto dai lettori di tutto il mondo con il nome di Marv e ha quasi… 13 anni. Il primo ciclo di Sin City, che vede Marv protagonista, viene pubblicato, infatti, dall’aprile 1991 al maggio 1992 su Dark Horse Presents e segna profondamente il mondo del fumetto statunitense, giunto alla vigilia di un cambiamento epocale. All’inizio Sin City rappresenta una scommessa rischiosa: Miller decide di sfruttare la notorietà conquistata con la sua opera di revisione dei supereroi Marvel e DC per realizzare il progetto, da sempre coltivato, di un crime comic duro e violento, disegnato in bianco e nero. L’autore originario del Maryland non è l’unico, in quegli anni, a cercare una maggiore libertà dai vincoli imposti dalle majors. Nello stesso periodo, i sette famosi fuoriusciti della Marvel (Lee, McFarlane, Liefeld, Larsen, Silvestri, Valentino e Portacio) fondano la Image, mettendo le due case editrici maggiori sulla difensiva e incoraggiando la proliferazione di nuove etichette e di nuovi universi supereroistici. Nel 1993 lo stesso Miller dà vita, insieme a colleghi illustri come Byrne, Mignola, Adams e Chadwick, alla divisione Legend della Dark Horse. Così, ottenuto il controllo esclusivo della sua creatura, può dedicarsi all’ampliamento della saga di Sin City.
Il secondo ciclo, intitolato Una donna per cui uccidere, viene pubblicato con la nuova etichetta nel 1993-94 e introduce Dwight, un personaggio fondamentale, perché destinato a svolgere un ruolo di primo piano in molte storie di Sin City. Tuttavia né Dwight né nessun altra figura può essere identificata come protagonista. Con il secondo episodio diviene chiara l’originalità del progetto di Miller: la città del peccato è uno sfondo comune su cui l’autore intende collocare le vicende di molti personaggi, creando un grande mosaico narrativo in bianco e nero. Ogni storia ambientata a Sin City può essere letta in maniera autonoma, ma è anche la tessera di una narrazione corale.

La topografia unificatrice e simbolica di Sin City

     I luoghi di Sin City svolgono - a questo riguardo - un’importante funzione unificatrice e simbolica.
Il malfamato country bar di Kadie, per esempio, è il crocevia: il luogo in cui Miller fa confluire i personaggi e intecciare le trame dei diversi episodi. La spettrale fattoria dei Roark è la dimora dell’orco (non a caso è protetta da un lupo e circondata da un bosco capace di inquietare perfino il granitico Marv) o, se si preferisce, la tana del drago in cui gli “eroi” di Sin City devono entrare per affrontare le prove più dure. Si tratta di un luogo chiave, perché nella poetica milleriana l’eroe si definisce proprio attraverso le prove fisiche. Fra le ambientazioni ricorrenti, poi, non si possono dimenticare i pozzi di catrame di Santa Yolanda (fallimentari come attrazione turistica, ma perfetti per far sparire i cadaveri) e la parte più antica di Sin City: la città vecchia, regno delle prostitute. Questa zona è stata sottratta al controllo della polizia in virtù di una “tregua” che permette alle signore di autogovernarsi e di esercitare libere dai protettori e dalla mala. La città vecchia è un vero e proprio regno delle amazzoni, popolato da figure femminili archetipiche, capaci di dispensare calore e piacere ai maschi di Sin City, ma spietate e letali con chi osa penetrare nel loro dominio animato da cattive intenzioni.
Luoghi come questi costituiscono la personale giungla d’asfalto di Miller e danno a Sin City una fisionomia sempre riconoscibile, nonostante il succedersi delle vicende e dei personaggi. Fanno da sfondo unitario per vite estreme, nelle quali tutto è bianco o nero, come le tavole di Miller.

Uomini e dee

     Gli abitanti della città del peccato non sopportano il grigiore: «[…] cosa darei per ripartire da zero, per uscire dal grigio e sordo inferno che ho fatto diventare la mia vita», dice Dwight in Una donna per cui uccidere.
I protagonisti maschili sono in genere dei perdenti, impantanati in un’esistenza squallida. Nel loro purgatorio, a un certo punto, fa irruzione l’amore - spinto fino all’ossessione - per donne stupende, capaci di far crollare uomini che di solito non si lasciano abbattere neppure dai proiettili. La passione dà un senso alle vite di questi individui e rappresenta, nello stesso tempo, un’esperienza paradisiaca e infernale. Questo perché, in Sin City, la donna è una dea, nel senso antico di daimonion, divinità-demone che può spingere l’uomo alla dannazione: è il desiderio di vendicare l’unica donna che gli abbia regalato un attimo di paradiso a portare Marv sulla sedia elettrica, ed è il fuoco della passione che spinge Mort e il suo collega Hartigan al suicidio. Solo Dwight costituisce un’eccezione, in quanto riesce a sopravvivere a colei che fra le molte dee di Sin City (la prostituta Goldie, la ballerina Nancy, l’assassina Delia) è senza dubbio la più terribile: Ava Lord.

Una coppia esemplare: Ava (la mangiauomini) e Dwight (il rinato)

     Il potere di Ava di irretire gli uomini è esplicitato già nel titolo della miniserie di cui è coprotagonista (in originale A Dame to Kill For), ed è reso visivamente fin dalla prima copertina: nell’immagine l’ombra di Ava – grazie anche all’inquadratura dall’alto – sovrasta e domina Dwight. Lo stesso Miller dice che Ava è una strega e, come si può immaginare, per sopravvivere a un demone del genere bisogna pagare un prezzo altissimo.
All’inizio Dwight è un uomo dotato di forte autocontrollo, una figura monacale (non a caso ha il cranio rasato come un bonzo). Sotto la superficie, però, è tormentato dal ricordo ossessivo della storia d’amore con Ava e delle mattine dissolute trascorse nella città vecchia. La ricomparsa di Ava sblocca una situazione esistenziale stagnante, innesca l’azione e libera la violenza repressa. Secondo uno schema caro a Miller (già collaudato, per esempio, in Born Again), Dwight deve cadere, superare la prova del dolore e giungere alla soglia dell’annientamento, per poi rinascere e compiere la sua vendetta. In questo caso l’uomo riesce a sopravvivere al fuoco devastante della passione, ma deve la sua salvezza ad altre donne (le prostitute che lo accolgono nella città vecchia come dentro a un utero) e in particolare alla “dea benigna” Gail.
Alla fine di Una donna per cui uccidere, Dwight ha subìto una metamorfosi: è – sia dal punto di vista fisionomico che da quello spirituale – un uomo cui è stato cambiato per sempre il volto.

Amore e morte

     Al primo leitmotiv di Sin City (il binomio amore-sesso) si affianca quello della morte, sempre associata alla violenza.
Una violenza che per gli abitanti della città rappresenta il modus vivendi e che viene dritta dall’hard boiled school di autori come Thompson e Spillane. Ormai libero dalle catene del Comics Code, Miller non esita a colpire il lettore allo stomaco, in un crescendo in cui il terzo ciclo di Sin City, Sesso e sangue, rappresenta la svolta. Nella trama delle prime due storie, più fedeli alla tradizione del poliziesco classico, l’azione e la violenza erano ancora miscelate con il mistero. A partire dalla terza, il sangue scorre a fiotti, dai fori delle pallottole e dalle amputazioni inflitte dalla piccola e letale Miho. Solo con la miniserie più recente, Hell and Back, Miller sembra voler attenuare questa tendenza.
Tanta violenza esplicita, che sfocia talvolta nel grottesco (si pensi alla sorte del povero Jackie in Sesso e sangue), risulterebbe insopportabile se non venisse mediata dallo stilizzato bianco e nero di Miller, grazie al quale una pozza di sangue diventa, pur rimanendo riconoscibile, una macchia. 

I mostri di Sin City

     In una città pervasa dalla violenza, i più violenti di tutti sono i mostri, altra presenza costante nelle storie di Sin City. A spaventare non sono tanto i mostri del potere politico ed ecclesiastico come il senatore e il cardinale Roark (in fondo questi sono solo omuncoli trasformati in Golia, che si affannano a schiacciare il David-loser di turno), quanto quelli protetti dal potere: i mostri perturbanti che abitano nella fattoria. Degni eredi di Barbablù come Kevin, il serial killer antropofago che appende nel suo stanzino degli orrori le teste delle sei donne che ha decapitato (e Lucille sarebbe la settima, se non intervenisse Marv) o come Junior, il figlio pedofilo del senatore Roark, orco che mangia i bambini, la cui turpitudine morale si manifesta esteriormente in un corpo in putrefazione.
Certo, anche gli “eroi” di Sin City sono perlopiù degli psicopatici violenti, ma hanno un codice etico, a differenza di questi mostri che, curiosamente, ricordano i classici personaggi dei comics (Kevin indossa il maglione di Charlie Brown; Junior è, letteralmente, uno Yellow Kid).

Luce, buio e illusione percettiva

     La narrazione di Miller è viscerale perché vede l’interazione di personaggi come questi: uomini, donne e mostri estremi. È trascinante, perché fa leva su pulsioni elementari come la vendetta e su paure ancestrali come quella dell’uomo nero. Rapisce, perché immette il lettore nel flusso dei pensieri dei personaggi, fatto di frasi secche punteggiate di sentenze che non sfigurerebbero in bocca a un Marlowe. È una narrazione che si avvale di un disegno capace di scolpire le figure nel buio: semplicemente perfetto per raccontare una città peccaminosa.
Con gli anni, Miller ha sviluppato uno stile inconfondibile, fatto di bianchi e neri taglienti, la cui sintesi grafica ed espressionistica fa pensare a maestri come Toth, Pratt, Eisner e Muñoz. Un disegno che sfrutta sapientemente, ai fini della resa estetica della vignetta e dell’equilibrio della tavola, le leggi dell’organizzazione percettiva studiate dagli psicologi della Gestalt. A questo si aggiunge la consumata abilità milleriana nel costruire il layout e nell’impostare l’inquadratura e il montaggio in modo cinematografico (al punto che Robert Rodriguez, che sta curando la trasposizione di Sin City in film, non parla di adattamento, ma di traduzione per il grande schermo).
A distanza di 13 anni possiamo dire che Miller ha vinto la sua scommessa ed è riuscito a spezzare il monopolio dell’immaginario fumettistico statunitense (laddove i transfughi della Marvel, proponendo altri supereroi, hanno infranto solo un duopolio commerciale). L’impatto di Sin City sul fumetto, soprattutto fuori dagli USA, è paragonabile a quello che Tarantino, nel 1992, ha avuto sul cinema con Le iene, e ancora oggi è lontano dall’esaurirsi.

Peccatori italiani

     I lettori italiani hanno iniziato ad aggirarsi per le strade di Sin City ben 11 anni fa e da allora, per non perdere nessun episodio della saga di Miller, sono stati costretti a seguirne la travagliata pubblicazione presso quattro editori diversi.
La prima storia ambientata nella città del peccato viene serializzata sul mensile Hyperion della Star Comics dal novembre 1992 al maggio 1993 e poi raccolta in un volume che comprende i 13 capitoli originali più 18 tavole inedite. Un anno dopo i diritti di Sin City passano alla Comic Art, insieme a quelli di tutto il materiale Legend (eccezion fatta per i fumetti di John Byrne, rimasti alla Star). La casa editrice di Traini opta per la pubblicazione del secondo ciclo di Sin City (Si può anche uccidere per lei) in 6 albi singoli, sulla falsariga della miniserie USA. Nonostante alcuni giudichino discutibile questa scelta, le uscite si susseguono dal giugno al novembre 1994, per poi lasciare spazio all’Hellboy di Mignola. Sin City fa anche un’apparizione su L’Eternauta (nn. 143-145), con tre storie brevi.
Nel 1996, la serie approda alla Play Press, dove sembra trovare, finalmente, un porto editoriale sicuro. Il nuovo editore riprende le fila della saga con La pupa veste di rosso e altre storie (ristampa delle storie già viste su L’Eternauta) e, soprattutto, con la miniserie inedita Sesso e sangue a Sin City. Quindi alterna le ristampe dei capitoli già pubblicati alla proposta degli inediti che Miller realizza fino al 1997: Notte silenziosa, Quel bastardo giallo, Il ciccione, lo smilzo & altre storie, Sesso & Violenza, Valori familiari.
Negli ultimi anni, Marv, Dwight e soci sono costretti ad un ennesimo trasloco, questa volta in casa Lexy. La nuova licenziataria si distingue per la gestione volenterosa ma pasticciata: edita in due volumi di lusso la più recente miniserie di Sin City (Hell and Back), pubblica su Lexy Presents Dark Horse n. 3 una storia breve (Daddy’s Little Girl) e si impegna nella riproposizione delle storie precedenti. Purtroppo l’editore di Terni pubblica anche The Art Of Sin City (una raccolta di schizzi, illustrazioni e tavole di Miller) senza informare la Dark Horse. Questo è l’episodio più infelice della vicenda editoriale di Sin City in Italia, e, come hanno ammesso gli stessi protagonisti, l’unica vera bega in cui la Lexy sia rimasta coinvolta (anche se le va dato atto di essersi scusata con la casa del cavallo nero e di aver onorato gli impegni economici).
La vita editoriale di Sin City è destinata a semplificarsi, grazie alla Magic Press che ha da poco avviato la ristampa organica e completa della saga milleriana in otto volumi (sette che per le storie ed uno per il famigerato art book).

 

 

 

 

 

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