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I Classici di Comics Code: ROM Spaceknight
di Antonio Solinas

     I Classici di Comics Code sono opere che hanno segnato un’epoca e che rappresentano uno standard creativo insuperabile. Solo capolavori ineguagliabili possono sperare di essere celebrati in questa sede.
In tal senso, ROM Spaceknight (una vera e propria bomba fumettistica) è l’equivalente corporativo di un’opera come Kill Killer. Oro puro.
Non riesco a pensare a nessun’altro fumetto, prodotto da una major americana, di valore simile. Scordiamoci il Dark Knight, dimentichiamo Watchmen, ed andiamo a rileggerci ROM. Ci sentiremo tutti un po’ meglio, sicuro.
Iniziamo dagli autori: un nome una garanzia! Bill Mantlo ai testi e Sal Buscema alle matite sono nomi che continuano a provocare forti emozioni a chi ha iniziato a leggere fumetti prima dell’avvento della Marvel Italia. E poco importa se si tratta di nausee o mal di testa...
Se chiediamo ai lettori old school di indicare una top five degli sceneggiatori e dei disegnatori più scarsi che possano ricordare, possiamo stare certi che Mantlo e Buscema 2 salteranno fuori. Dimentichiamoci le mezze calzette di oggi, i nomi da forum (tipo Chuck Austen): la premiata ditta Bill & Sal è di un altro pianeta.
Non è da tutti esibire l’imperizia tecnica che contraddistingue questi due fuoriclasse della scarsezza. Inutile stare ad elencare tutti i fumetti sui quali i due autori (a solo o in team) si sono “distinti” (uno per tutti, un “leggendario” ciclo di Hulk).
Basta ROM per rendere la fama di Mantlo e Sal Buscema immortale.
La serie, pubblicata dalla Marvel all’inizio degli anni ’80 (il primo numero in realtà fu fatto uscire nel dicembre 1979), era legata a doppio filo ad una linea di giocattoli della Hasbro. La Marvel decise che la testata fosse ambientata nell’universo della continuity dell’Uomo Ragno e company. La serie andò avanti per ben 75 numeri più un annual, tutti scritti dal magico Mantlo (e disegnati, fino al numero 59 da Sal Buscema, poi da Ditko), ed ha partorito alcuni episodi di livello veramente stratosferico.
ROM è la Divina Commedia del buco di sceneggiatura, l’Iliade della svista, il Guerra e Pace della spiegazione non dovuta o arrafazzonata, il Paradiso Perduto del punto esclamativo rindondante.
Durante il suo pluripremiato periodo su Sandman, lo sceneggiatore Neil Gaiman espose una regola d’oro alla quale, da quel momento in poi, ci si è sempre riferiti come alla “regola di Gaiman”. In soldoni, questa dice che, se non vuoi essere considerato un cane, devi evitare quantomeno un primo lampante errore di base. Mai mettere un balloon di pensiero con un: “Sto salendo le scale”, per esempio, ad un personaggio che sta, appunto, salendo le scale.
È evidente che Gaiman non ha mai letto un episodio di ROM. Peggio per lui. Gli avrebbe cambiato la vita.
Il didascalismo spinto di ROM fa sembrare le peggiori storie di Martin Mystère o Dylan Dog esercizi di cut-up burroughsiano...
La prima mossa geniale (che non so se sia farina del sacco del divin Mantlo o della dirigenza Marvel, a dire il vero) fu proprio di mettere ROM in continuity (anche se non da subito: nei primi numeri non se ne fa proprio cenno...). Infatti, questa mossa serve solo a generare confusione e smarrimento nei lettori.
ROM, infatti, parte da una premessa che avrebbe provocato un orgasmo a monsieur De Lapalisse.
L’eroe che dà il nome alla serie è un guerriero spaziale mandato sulla terra a rovesciare un tentativo di invasione aliena, da parte di malefici extraterrestri che si sono già infilati, tramite poteri mutaforma di poco chiara origine, in tutti i settori della società americana, manovrandola per i loro biechi scopi. Ovviamente i cattivoni alieni lavorano tutti in maniera concertata ed in grande armonia... Grande idea, vero?
La premessa è raccontata nel primo numero della serie: due secoli prima dell’inizio della storia, il pianeta Galador venne aggredito da una delle più terribili minacce aliene dell’Universo.
Galador si salvò, respingendo l’invasione aliena ad un prezzo altissimo: il sacrificio dei suoi migliori giovani, che accettarono di divenire dei cyborg dotati di incredibili poteri, formando i Cavalieri Spaziali. Dopo due secoli, il primo degli Space Knights, ROM, discende sulla Terra (più precisamente nella cittadina di Clairton) alla ricerca dei malvagi alieni, e ne elimina due di fronte alla popolazione incredula. Infatti, purtroppo per ROM, il problema è che, dati i poteri mutaforma degli alieni e la capillare opera di infiltrazione da parte degli alieni nei ranghi umani, la gente crede che il nostro ROM abbia fatto fuori due innocenti terrestri. Agli occhi di tutti, ROM è un crudele assassino. E, particolare non trascurabile, ora gli alieni cattivi sanno della presenza di ROM sul nostro pianeta.
Lasciando per un momento da parte l’analisi di questi avvenimenti, che sembrano il delirio di un undicenne aspirante sceneggiatore, la storia è già un black hole di problemi.
Infatti, inserire ex novo un’ulteriore razza aliena nella continuity Marvel crea tutto un insieme di paradossi e forzature. Questo è il primo “buco” logico dei tanti della serie (ed in 75 numeri, Mantlo ne infila letteralmente centinaia...). Se gli alieni cattivi sono così pericolosi, perché nessuno ha mai sentito parlare di loro? Perché non hanno mai attaccato altri pianeti della estesa cosmogonia Marvel? Perché sono sconosciuti anche alle razze guerriere per antonomasia dell’Universo Marvel? E se si sono infiltrati a tutti i livelli della società americana (tipo alte cariche militari etc.) perché, tanto per dire, gli alieni cattivi non sono stati mai scoperti dai Vendicatori o da Iron Man?
A tutte queste domande non viene (ovviamente) data risposta. Questi buchi servono solo a fare partire bene la serie, vista la sequela di banalità a seguire, sul tema “l’alieno buono che viene a difenderci dagli alieni cattivi”.
Come ho detto, un’idea di prima scelta. E, per rendere il fumetto più appetibile, Mantlo escogita alcuni espedienti narrativi da Dio della sceneggiatura: innanzitutto gli alieni non hanno un nome banale come, chessò Skrull, Shi’Ar o cose del genere. No, si chiamano Dire Wraiths (non sto scherzando). A questo primo colpo di genio, già di per sé da lasciare senza fiato, se ne associa un altro: i poteri della malvagia razza extraterrestre sono dovuti ad una mistura di tecnologia e magia nera. Già detta così la cosa fa vomitare, figuriamoci se poi, come è tipico della serie, questi benedetti poteri non vengono mai spiegati ne analizzati.
Fra le poche cose che ci vengono mostrate in questo senso c’è il coup de theatre di una centralinista che si introduce in un segretissimo edificio del Servizio Segreto americano in forma di corvo.
Una volta all’interno, la Wraith assume nuovamente sembianze umane, riferendo ai suoi superiori funeste notizie sul pericoloso ROM. Mi piace riportare il testo del balloon pari pari: «Nella mia forma umana di Clara Knowles, centralinista della città di Clairton, nella Virginia Occidentale, ho visto giungere sulla Terra il nostro più mortale nemico! ROM è qui!».
Che eleganza, eh? E tralascio il resto del dialogo, di livello anche più alto...
Anzi no: il sapere va diviso. Ecco la battuta finale della scena: «La tecnologia degli umani deve combinarsi con la nostra scienza e la nostra magia per uno scopo ed è uno scopo solo... la completa ed assoluta distruzione di ROM, il più forte dei cavalieri spaziali!».
Ovviamente, per la par condicio, se la magia è trattata in maniera a dir poco superficiale, non viene analizzata neanche la tecnologia (nelle intenzioni di Mantlo dovrebbe essere una versione MOLTO più avanzata della nostra), che si riduce all’uso di merdosissimi cannoni pseudo-laser e di trasmettitori di forma ridicola. Quando ROM si introduce in una base segreta delle Dire Wraiths, ci vengono mostrati molti alieni, in forma umana, che lavorano a prototipi scientifici che il design di Buscema rende, come potete immaginare, veramente deliziosi.
ROM attacca le Waiths e, inarrestabile, le bandisce in un Limbo extradimensionale. Le Wraiths, genialmente, tentano di contrattaccare nella loro forma umana, lamentandosi al contempo: «Ma non siamo in possesso di tutto il nostro potere qui! Con un aspetto umano, senza armi, dobbiamo combattere come fanno gli umani... Senza il beneficio della stregoneria Wraith! Non possiamo sperare di sconfiggere ROM!».
Ma perché cavolo non tornano alla loro forma naturale? Chi li vede nella loro base segreta? Come fanno alieni così fessi a rappresentare una minaccia per la Terra?
Oltretutto, il bel dialogo dà origine ad un altro “buco”, che sembra più che altro una voragine, dato che in didascalia, nella pagina precedente (!) si afferma: «... La loro stregoneria malefica si sostiene assorbendo la vita del pianeta!». E perché non la usano allora, invece di fare gli idioti?
E qui mi ricollego ad una frase che forse vi sarà sfuggita. Badate bene, ROM non uccide le Wraiths, ma le bandisce in un Limbo extradimensionale tramite una specie di cannone chiamato Neutralizzatore. Già di per sé, la trovata non è male come fonte di problemi (quale Limbo? Come funziona l’arma? Perché le Wraiths non possono tornare indietro da tale Limbo?), ma come sempre Mantlo introduce un tocco di classe. ROM non porta l’arma in una borsa o, chessò, al fianco: no, la deve richiamare dal subspazio (ad esempio, nel numero 4). In una tasca subspaziale, il Cavaliere Spaziale tiene i suoi gadgets, tipo uno scanner che ha la funzione di identificare gli alieni cattivi ed un traduttore capace di comprendere ogni linguaggio. Una poesia!
Venendo specificamente all’analisi del personaggio principale, ROM è un bijoux. È certamente uno dei protagonisti più insulsi della storia del fumetto seriale americano (e non solo). Nella prima splash page del numero due, si introduce in scena proferendo parole che dovrebbero diventare più famose dei dialoghi del Rocky Horror Picture Show o di Pulp Fiction. Allacciatevi le cinture: «Sono in cerca del male! Esigo vendetta!»
Nella sua psicologia in grossa parte ispirata a dettami di almeno 15 anni prima (sarebbe sembrato ingenuo anche al Peter Parker di Ditko), ROM è quasi tenero nella sua naïvetè. Trasformato in un robottone con un tostapane al posto della testa ed un radiatore sul petto, il nostro cyborg spaziale non se la passa molto bene: già dall’inizio della serie il subtext della trama è legato alla umanità perduta-ritrovata del nobile cavaliere spaziale, in quello che sembra un incrocio trash fra il Silver Surfer di Stan Lee e l’Uomo Ragno di Ditko, condito di frequenti flashbacks veramente fetenti (come quello in cui si guarda le mai attraverso occhi diventati visori cyborg, un classico!). Se poi gli umani continuano a chiamarlo “mostro”, poi, gli fanno girare le palle!
Inoltre, gli sviluppi della storia d’amore con Brandy Clark, la donna che alla fine della serie diventerà la sua compagna, sono ugualmente risibili e scontati dal giorno uno, ma tant’è...
Dopo un inizio col botto, in cui Mantlo pone le basi per tutti gli sviluppi a seguire, il capolavoro arriva nei team-ups di ROM con vari eroi Marvel (gli X-Men in particolare: Forge gli costruisce armi per combattere le Wraiths), e soprattutto con gli ultimi numeri della serie. Tenetevi forte: le malvagie Wraiths riescono ad uccidere gran parte della popolazione di Clairton (la cittadina che ROM ha cercato di “purificare” dagli alieni), ma infine ROM le bandisce nel Limbo. Brandy Clark, che non viene uccisa nel massacro, nel tentativo di divenire simile a ROM (che ama), viene magicamente unita all’armatura della deceduta Starshine per mano di una Wraith chiamata Dottor Dredd. Successivamente, Brandy ritorna alla sua forma umana grazie alla creatura nota come Hybrid.
Intanto la battaglia fra ROM e le Wraiths raggiunge il climax: l’intento degli alieni è di fare in modo che il loro mondo, Wraithworld (che originalità), si fonda magicamente con la Terra (grazie alla malefica stregoneria degli extraterrestri) e ne prenda il posto (!). Mentre il mondo delle Wraiths, evocato tranne un rito magico, inizia ad avvicinarsi alla Terra, un gran numero di supereroi terrestri si unisce a Rom per la battaglia finale. Viaggiando nello spazio, ROM usa il proprio Neutralizzatore per dare potenza ad uno speciale “amplificatore” progettato da Forge (gli X-Men erano diventati, nel corso della serie, alleati dello Spaceknight). ROM rivolge il potere di questo immenso neutralizzatore contro Wraithworld, annullando le energie mistiche del pianeta, che cessa di esistere in maniera subitanea. Dal momento che le Dire Wraiths sparse in tutto l’universo hanno sempre tratto le proprie energie mistiche da Wraithworld (idea partorita da un cervello superiore), nessun alieno cattivo può più far uso della magia. ROM, approfittando della situazione, usa il Neutralizzatore per bandire tutte le Dire Wraiths presenti sulla Terra nel Limbo (anche se è certo che vi siano altre Wraiths in giro per l’universo). Completata la sua missione, ROM abbandona la Terra per tornare a viaggiare nello spazio esterno, alla ricerca del nativo pianeta Galador, lasciandosi dietro Brandy.
Alla fine di molte peripezie, che coinvolgono anche l’Arcano (ve lo ricordate? Che nostalgia!), Brandy e ROM si rincontrano su Galador e, sconfitta una seconda generazione di Spaceknights cattivi, vivono felici e contenti. Infatti Brandy scopre l’umanità persa di ROM in una specie di guscio di energia (ma cosa si fumava Mantlo all’epoca?). Una volta toccatolo, ROM ritorna al suo stato umano, e ciò gli permette di amare in maniera completa la sua compagna e blah blah blah. Per decenza mi fermo qui, con la ricostruzione della trama. Abbiate pietà.
E, se gli sviluppi narrativi della saga sono scarsi, non altrettanto si può dire della parte grafica. Questa è infatti veramente squallida!
È vero che Sal Buscema non ha mai rappresentato uno dei vertici creativi del fumetto per capacità e talento, ma è anche vero che il periodo su ROM ha rappresentato uno dei suoi abissi artistici.
A livello grafico, Sal è il fratello storpio di Big John Buscema. Tanto è elegante il “Michelangelo del fumetto”, quanto goffo, rozzo e piatto è il povero Sal. Probabilmente nutrito a base di una dieta macrobiotica di mondezza supereroistica, Sal non si distingue particolarmente per il dinamismo delle anatomie, ma è in generale un professionista che per tutta la carriera ha mantenuto un livello decente. In ROM, invece, Sal si supera nello stereotipare le espressioni (anzi si può dire che i suoi personaggi abbiano una sola espressione, quella con la bocca aperta a digrignare i denti), nell’appiattire gli sfondi, nelle scelte banali delle pose “castelliniane” e nell’ammazzare letteralmente la tecnologia rendendola obsoleta e poco elegante. In una mossa geniale, Buscema 2 cancella con un colpo di spugna anni di lezioni da parte di Kirby e Romita, ma anche di Neal Adams. Non è roba da poco.
I personaggi, in ROM, sono tutti molto simili, con le stesse capigliature fuori moda, l’abbigliamento è incredibilmente sciatto, le case sembrano fatte di cartone, e l’inchiostrazione fa schifo. Insomma un trionfo di scarsezza, reso più evidente dall’uso di inquadrature piatte e banali.
Ma del resto, la scelta di Buscema mi pare la più appropriata. Non avreste voluto forse che gli arzigogoli artistici vi distraessero dalla pregnanza delle trame di Mantlo?

 

 

 

 

 

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