Magnus
il viandante: miti, cronaca e cultura nell’opera
di un grande del fumetto
Andrea
Cantucci
Questi interminabili
anni ‘60
Periodicamente
riappaiono, anche in edicola, nuove ristampe delle molte
serie disegnate da Roberto Raviola, in arte Magnus. Oltre
alla onnipresente saga di Alan Ford, di cui è
recentemente iniziata l’ennesima riedizione, anche
Kriminal e Satanik sono tornati a rivivere
i loro vecchi episodi, ma con delle nuove copertine dal
gusto più attuale (si potrebbe anche dire “più
commerciale”) disegnate da Pino Rinaldi. Ad accompagnare
il tentativo di rilancio è anche uscito un volume
dedicato a Kriminal nella collana Classici
di Repubblica serie oro, a cui dovrebbe seguire quello
di Satanik. Inoltre lo sceneggiatore ed editore
Luciano Secchi, alias Max Bunker, ha inserito in appendice
alla testata leader Alan Ford le ristampe dei
primi episodi di altri due personaggi magnusiani di minore
successo: Dennis Cobb e Gesebel.
Di certo, i lavori degli anni ’60 della celebre
coppia Magnus e Bunker continuano a non sfigurare neanche
in mezzo alla produzione fumettistica attuale, anzi forse
spiccano abbastanza per gusto, misura e coerenza. Dopotutto
certi ingredienti oggi abbastanza comuni, composti da
un misto di beffarda ironia e crudo realismo, erano stati
introdotti dai due con un larghissimo anticipo, rispetto
ai cinici eroi degli anni ’90, e in effetti, per
fare la dovuta concorrenza a certe tendenze tra l’hard
boiled e il fantasy del fumetto di oggi, a Kriminal
e Satanik non mancavano che delle copertine
un po’ più aggressive (ma gli autentici appassionati
non potranno che rimpiangere quelle originali di Luigi
Corteggi, cariche del gusto surreale dell’epoca).
Panini Comics sta invece ripubblicando la serie La
Compagnia della forca (realizzata da Magnus e Romanini
dopo la separazione da Bunker) in un’edizione di
formato più grande rispetto all’originale
e con bandelle laterali, che ne ripropone due episodi
alla volta.
Sicuramente queste ristampe attestano la necessità
di mantenere reperibili le opere di Magnus a quasi dieci
anni dalla sua scomparsa, ma dopo aver invitato chi non
le conoscesse a dare un’occhiata alla qualità
di queste storie, è il caso di richiamare l’attenzione
anche sulla produzione maggiormente ambiziosa dell’autore,
e sui riferimenti letterari e mitologici, tratti da varie
culture, che abbondano nelle sue opere dagli anni ’70
in poi, con una particolare predilezione per l’Oriente.
Fiabe per ragazzi e per
adulti
Ancor
prima di incontrare Max Bunker e il mondo del fumetto
nero, Magnus aveva già una certa propensione per
i soggetti fantastici (infatti poi insistette per realizzare
quella serie fantascientifica che sarebbe diventata Gesebel).
Uno dei suoi lavori precedenti a Kriminal furono
le illustrazioni per una riduzione del Mago di Oz,
pubblicata dalla Malipiero in una collana per bambini.
Il fiabesco si riaffacciò in versione satirica
in alcune storie scritte da Bunker: la saga di Maxmagnus
e due brevi parodie realizzate con particolare crudezza,
stravolgendo le trame originali: Il piccolo fiammiferaio
e Il soldatino impiombato. Hans Christian Andersen
ne avrebbe senz’altro preso le distanze. Rispetto
ai suoi La piccola fiammiferaia e Il soldatino
di stagno hanno dei finali altrettanto tristi, ma
al posto della poesia non resta che uno spietato sarcasmo.
L’incontro di Magnus con la mitologia vera e propria
avviene invece su Alan Ford, in occasione degli
interminabili racconti del Numero Uno. In alcuni episodi
questi dichiara di essere vissuto addirittura ai tempi
dell’Iliade e dell’Odissea e di esserne
stato il vero autore, in qualità di assistente
di Omero. I due poemi sarebbero stati scritti, dietro
lauto compenso, per fare propaganda a questo o a quell’eroe,
mentre le “vere” cronache degli avvenimenti
narrate da Magnus e Bunker mostrano tutti i protagonisti,
da Paride a Ulisse, come una massa di meschini imbroglioni
senza scrupoli, interessati solo al proprio tornaconto.
Dopotutto, chissà che non si siano avvicinati alla
realtà.
Di Cinesi per ora nessuna traccia, ma anche Troia in fondo
si trovava ad Oriente...
“Il monte sta quieto, il fuoco divampa e non dimora.
Per questo non rimangono insieme. Terre straniere e separazione
sono la sorte del viandante.” E’ la descrizione
del 56° esagramma del Libro dei mutamenti,
un antico testo cinese usato per la divinazione, ma anche
per la riflessione interiore, a cui si ispirarono tra
l’altro i filosofi Confucio e Lao-Tzu.
Non può essere un caso se proprio le linee intere
e spezzate di questo simbolo furono usate da Magnus come
firma quando realizzò Lo sconosciuto,
subito dopo aver sciolto il sodalizio con Bunker. Da quel
momento il viandante cominciava il suo viaggio da solo
spaziando in generi più ampi, senza più
fermarsi su un singolo personaggio o un singolo filone,
se non per brevi periodi. Ben presto il fuoco divampò
sempre più alto, estendendosi anche ad altri paesi
attraverso le edizioni estere delle sue opere, mentre
il monte se ne restò quieto nei limiti del solido
successo di Alan Ford. Si trattò di scelte
personali dovute semplicemente alle differenti esigenze
dei due autori, ma superato il monte, sarà più
interessante e vario seguire il viandante nel suo cammino.
Mentre le sue storie di Alan Ford erano ancora
in corso di pubblicazione, Magnus cominciò a realizzare
da solo alcune “novelle” erotiche, per certe
collane tascabili di Renzo Barbieri che non si possono
che definire come pornografiche.
La storia che spicca per qualità e contenuti, anche
dal punto di vista della ricostruzione storica è
senz’altro Il teschio vivente, non a caso
prodotta più tardi delle altre, nel 1980. Si tratta
di una versione abbastanza spinta e violenta della storia
di Alboino e Rosmunda, col re longobardo che, dopo aver
dovuto sposare la figlia del re sconfitto, la costringe
a bere nel teschio del padre. Rosmunda si vendicherà
a sua volta con l’aiuto dell’amante Elmichi.
Non mancano stupri, torture, stragi, e sevizie varie,
oltre alla presenza risolutiva della magia nera, ma anche
qui (magia a parte), chissà che non ci si avvicini
più alla verità storica, rispetto alle narrazioni
un po’ edulcorate dei sussidiari scolastici. Non
si tratta di pornografia di bassa lega, ma di un racconto
adulto senza falsi pudori, caratterizzato da accuratissimi
costumi storici e da una stilizzazione “chiara”
sintetica ed elegante.
L’autore tornò invece all’umorismo,
ma in una forma più vicina alla fiaba per ragazzi,
con la serie La Compagnia della forca, ambientata
nel tardo Medio Evo. L’anno esatto in cui si svolgono
gli ultimi episodi può essere individuato nel 1478,
sia grazie ad un’incisione sulle mura di un castello
“costruito esattamente cento anni prima”,
sia per il fatto che si assiste all’omicidio di
Giuliano De Medici, avvenuto quell’anno con la Congiura
dei Pazzi. Praticamente la serie è ambientata 500
anni prima della data della sua pubblicazione.
Il capo del gruppo è sir Percy, duca di Mont Blanc,
ma siccome i ducati sono feudi di confine e Mont Blanc
è il nome francese del Monte Bianco (rappresentato
anche nel cosiddetto orifiamma a forma di forca dei nostri
eroi), se ne deduce che il loro punto di partenza sia
stato il confine francese, da cui entrano in Italia dirigendosi
a oriente (la Cina si avvicina). A un certo punto la Compagnia
si disperde, e i suoi membri viaggiano in lungo e in largo
tra l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Molti
paesi da loro visitati sono reali e assistiamo alle riproduzioni
magnusiane di vari monumenti: il Vallo di Adriano, la
Sfinge, il tempio di Abu Simbel e la cupola del Duomo
di Firenze (completata giusto cinquant’anni prima).
Alcuni nomi però sono stati modificati. Ad esempio
i Turchi sono ribattezzati “Burchi”, i Cristiani
“Bastiani” e i Musulmani “Moslemi”
(dall’originale termine arabo Muslimum, “I
Sottomessi”). Costumi e ambienti sono comunque curati
da Magnus con perfetta fedeltà alle culture e ai
luoghi originali, e lo stesso vale per i nomi dei personaggi,
tra cui si intravvede a volte qualche citazione storica
o letteraria. Vediamone alcune.
In Islanda, troviamo un poeta errante di nome Snorri,
come l’autore dell’Edda in prosa,
testo base dei miti scandinavi. Anche il padre e gli zii
del nano Svenborg (Nordhri, Austri, Vestri e Sudhri) appartengono
alla cultura nordica ed erano i nani disposti ai quattro
punti cardinali a reggere il cielo. Nello stesso episodio,
capitan Golia racconta una sua esperienza “di morte”
con le parole usate da Odino nell’Hàvamàl
(Il Dialogo dell’Alto). Il dio scandinavo si era
sacrificato a sé stesso appendendosi all’albero
del mondo per ottenere la conoscenza delle rune, le lettere
nordiche dotate di potere magico, e anche capitan Golia
ottiene delle rune incise su uno scudo, mentre la gigantessa
Bestla da lui liberata è nientemeno che la madre
di Odino.
In Egitto incontriamo poi il facchino Sindibad, chiaramente
ispirato al famoso Sindibàd il marinaio, che per
l’appunto narrò le sue avventure ad un facchino
dal nome simile al proprio (chissà che non sia
quello della storia di Magnus).
In Valacchia appare invece Vlad Drakula, il famoso “impalatore”
nemico dei Turchi, ripreso fedelmente dall’iconografia
dell’epoca. Era morto proprio un paio d’anni
prima e infatti Magnus lo ritrae come vampiro, unendo
la precisione storica alla fantasia letteraria di Stoker.
Non sfugge però alla solita confusione che si fa
tra Vlad Drakula e Vlad Drakul, in realtà il padre
del noto condottiero.
Perfettamente storiche sono poi le guerre d’espansione
dell’impero turco in quel periodo, e anche gli scontri
tra lo zar Ivan il Grande e i Mongoli dell’Orda
d’Oro.
Infine non potevano mancare le citazioni fumettistiche.
Il Walhalla che nella conclusione della saga accoglie
ser Crumb, corrisponde ovviamente al paradiso degli eroi
scandinavi, con tanto di Valchirie, ma il suo panorama
fatto di nuvole è ispirato dichiaratamente a Paperino
Don Chisciotte, una delle prime parodie disneyane
scritta da Guido Martina e disegnata da Pier Lorenzo De
Vita nel 1956. Il Lancillotto di cui Crumb era stato scudiero
si direbbe una caricatura dell’omonimo personaggio
disegnato da Harold Foster, nella serie Prince Valiant,
e lo stesso ser Crumb, l’anziano e il saggio della
situazione, è abbastanza riconoscibile come un’autocaricatura
di Magnus, per cui non poteva che avere il nome di un
importante autore di fumetti, come il caposcuola dell’underground
Robert Crumb.
Terrorismo,
Medioriente e Sudamerica
La serie
con cui Magnus si rivelò un grande autore completo
fu Lo sconosciuto, che uscì un paio d’anni
prima della Compagnia della forca. Mai prima
d’allora un fumetto aveva osato raccontare in modo
così crudo e preciso il terrorismo e la cronaca
nera che insanguinavano gli anni ’70, e all’epoca
solo un editore specializzato in fumetti per adulti (ovvero
pornografici e horror) poteva osare pubblicarlo.
Da Marrakech a Roma, da Mont Saint Michel a Haiti, per
finire provvisoriamente a Beirut con due proiettili in
corpo, lo Sconosciuto passa da un losco affare all’altro,
come se il suo passato di legionario non volesse più
abbandonarlo, come se nelle vesti di mercenario non fosse
già stato abbastanza coinvolto nella sua parte
di guerre ingiuste. Nell’episodio romano, la cura
con cui sono rappresentati i palazzi vaticani e i monumenti
della città, anticipa la meticolosità delle
opere future. Ad Haiti invece si assiste alla ricostruzione
di un rito vudù, con tanto di gallina decapitata.
Ancora più precisi in questo senso sono gli elementi
della Macumba brasiliana e dei riti amazzonici nel racconto
“libero” Vendetta Macumba, realizzato nel
’79 su testi di Ennio Missaglia, anche se il modo
in cui vi viene qualificato Exù come “spirito
maligno” è un po’ superficiale, visto
che è l’entità che fa da tramite tra
uomini e dèi nella tradizione afro-brasiliana.
Tornando allo Sconosciuto, non mancano le citazioni
di versetti del Corano da parte dei terroristi
arabi, con tanto di testo in lingua originale, e qualche
anno dopo, nella storia Full Moon in Dendera,
assistiamo anche a un’azione d’assalto accompagnata
dalle parole di un antico testo egizio, in omaggio ai
luoghi in cui si svolge la storia. Si tratta di un brano
noto come “Dialogo di un disperato con la sua anima”,
che risale al primo periodo intermedio (tra il 2200 e
il 2050 a.C.), un’epoca tra due regni caratterizzata
da una situazione politica e sociale caotica, in cui il
potere era in mano ai capi delle diverse province. E’
efficacissimo il modo in cui Magnus sovrappone allo scontro
tra truppe speciali e terroristi, le frasi di quell’antico
“disperato” che si lamenta della violenza
e degli abusi del suo tempo. Il pericolo della morte è
simultaneamente evocato nel passato e vissuto nel presente,
anche se il protagonista riesce ancora una volta a “rinviare
per sé l’Occidente”, cioè l’Aldilà
(gli Egizi lo chiamavano così perché è
“il luogo in cui muore il Sole”). Nel finale
viene citato invece uno dei cosiddetti Canti dell’Arpista,
che appartengono all’inizio del successivo Regno
Nuovo, e che invitano a ritrovare la pace e la serenità
senza rimpiangere il passato, perché tutto finisce
e ogni ricchezza è futile e passeggera. Nel consiglio
“passa il giorno lietamente...” vi si anticipava
già il “chi vuol esser lieto sia...”
di Lorenzo De’ Medici, e questa doveva essere una
filosofia utile anche per un viandante dei nostri tempi.
Ma l’apoteosi della citazione e della ricostruzione
storica si ha in quel capolavoro intitolato L’uomo
che uccise Ernesto Che Guevara, in cui sono riportate
intere pagine del “diario di campagna” del
Che e delle sue lettere autentiche. Quali parti della
storia siano vere e quali immaginarie diventa difficilmente
distinguibile, tanta è la cura con cui Magnus collega
il fato dei suoi personaggi alla cronaca di avvenimenti
reali. Reali sono anche i flashback sulle lotte e le repressioni
vissute dai lavoratori e dalle donne della Bolivia, tratti
dal libro Chiedo la parola di Domitila Barrios
De Chungara.
Altrettanto realistiche, e senz’altro basate su
accurate documentazioni, sono poi le ricostruzioni dei
traffici di droga nel breve racconto Una partita impegnativa,
in cui lo Sconosciuto ha il ruolo di narratore.
Dalla Cina all’India
- racconti fantastici ed erotici
E’
comprensibile che un disegnatore, quando comincia a voler
creare delle storie autonomamente, senta il bisogno di
ricorrere a testi preesistenti, una necessità che
Magnus aveva già quando lavorava ancora ad Alan
Ford, visto che cominciò a disegnare la saga
dei Briganti nel 1973, completando e pubblicandone la
prima parte solo cinque anni dopo. La trama è quella
di un romanzo cinese del XIV secolo intitolato Storie
in riva all’acqua, ma il nostro viandante utilizzò
il titolo dell’edizione italiana. Non si tratta
però di una semplice trasposizione, perché,
pur conservando il carattere orientale di nomi, costumi
e ambienti, l’autore ne dà una versione fantascientifica.
Il suo lavoro rientra in quel genere definito “space
opera”, in cui si incontrano passato e futuro, guerrieri
e astronavi, spade e pistole laser. Qui come nella successiva
Milady, l’ispirazione evidente e dichiarata è
quella del Flash Gordon di Alex Raymond. D’altronde
anche nella saga del pianeta Mongo c’erano elementi
cinesi, anzi un intero popolo di uomini gialli, e per
di più sottomesso ad un imperatore di nome Ming.
Ma mentre là si adorava come un dio di nome Tao,
un idolo antropomorfo che non aveva niente a che fare
col principio impersonale dell’omonima dottrina
cinese, nei Briganti di Magnus il monastero in
cui si rifugia il fuggiasco Lu-Ta è senza dubbio
la ricostruzione fedele di un luogo di culto buddhista.
Anche nel secondo capolavoro di Magnus tratto da un romanzo
cinese, Le 110 pillole, incontriamo degli elementi
buddhisti, in particolare l’icona del guru Padmasambhava,
il monaco indiano che secondo la leggenda avrebbe diffuso
il Buddhismo in Tibet. l’autore la riproduce, con
certosina fedeltà all’immagine tradizionale
tibetana, nella scena in cui la compagnia dei dieci amici
celebra il suo giuramento annuale.
La storia è ambientata durante la dinastia Sung,
che per noi occidentali va dal X al XIII secolo d.C. Verso
la fine di questo periodo si ebbe la seconda fioritura
economica e culturale della Cina, con l’introduzione
della stampa e la conseguente diffusione delle opere letterarie.
E’ il “regno armonioso” di cui si parla
all’inizio del racconto, dove si cita come regnante
Hui-Tsung, l’imperatore che nominò i primi
pittori di corte e fondò le prime accademie di
pittura. E’ a partire dal suo regno che la pittura
divenne in Cina un’arte ufficiale, in cui si privilegiava
la cura dei dettagli tecnici, senza trascurare sentimento
ed estetica. Nel rappresentare un’epoca in cui si
apprezzava la precisione e l’espressività
delle immagini, Magnus non poteva che trovarsi a suo agio,
e la sua opera è sicuramente all’altezza
del periodo in questione. E’ in questo clima di
ricchezza economica e culturale, che si collocano gli
eccessi del ricco libertino Hsi-Men Ching, protagonista
delle esplicite prodezze erotiche del racconto, ma come
lo sfarzo imperiale precedette il successivo crollo a
causa dell’invasione mongola, anche le sue orge
sfrenate e l’abuso di droghe lo conducono rapidamente
al crollo fisico e alla morte. Ritroviamo sia il Buddhismo
che l’erotismo anche in un’opera di Magnus
non a fumetti, il libro di illustrazioni intitolato Il
principe nel suo giardino. Anche se non c’è
nessuna nota che lo chiarisca, il principe in questione
è Siddharta Sakyamuni, ovvero il Buddha stesso,
presunto fondatore storico della religione buddhista,
mentre i testi che accompagnano le immagini sono tratti
fedelmente da una ricostruzione della sua vita intitolata
Buddhacarita (Le Gesta del Buddha), scritta dall’indiano
Ashvaghosha nel II secolo d.C. I brani sono tratti dai
canti dal III al V, in cui si narra come Siddharta fu
tentato dalle donne del suo harem su richiesta del re
suo padre, perché rinunciasse a diventare un asceta
mendicante.
In realtà sono state scelte appositamente le strofe
dal contenuto più esplicitamente erotico, e i disinibiti
nudi femminili disegnati da Magnus non sembrano avere
in fondo una particolare attinenza col racconto in questione.
Per quanto ben disegnati, rientrano in un genere puramente
voyeuristico, al punto che si potrebbe pensare che il
testo di accompagnamento sia stato scelto in un secondo
tempo. Tornando al fumetto, l’ultima opera di Magnus
dedicata all’Oriente è il ciclo intitolato
Le femmine incantate, ispirato a storie e leggende
preesistenti che l’autore rielabora con grande sensibilità
e raffinatezza. A prescindere dalle ambientazioni originali,
per costumi e scenografie si ispira alle epoche più
diverse, in un ennesimo e affascinante pastiche di stili,
che convivono senza contrasti solo grazie alla sua perfetta
padronanza grafica.
Confrontando il racconto La pelle bugiarda con
il testo da cui è stato tratto (La pelle dipinta
di P’u Sung Ling, del 1895), si notano delle modifiche
anche a livello narrativo. Nell’originale il protagonista
Wang non è un ragazzo che vive con la madre, ma
un uomo ammogliato (la moglie comunque svolgeva lo stesso
ruolo che svolge la madre nel fumetto). Il demone “travestito”
da bella ragazza incontrava Wang per strada, invece di
penetrare direttamente nella sua stanza, e il sacerdote
che lo combatte era un prete taoista che dava a Wang come
amuleto uno scacciamosche, mentre Magnus disegna un parroco
cattolico che usa un rosario. Il demone poi uccideva Wang
strappandogli letteralmente il cuore, e il bolo di catarro
che il santone mendicante dava da inghiottire a sua moglie,
si trasformava in un nuovo cuore quando veniva rivomitato
nel suo torace aperto. Magnus invece evita gli aspetti
sanguinari e rivoltanti, e più poeticamente fa
passare un grumo di saliva dalla bocca della madre a quella
del figlio. Attenua così la crudezza di certe scene,
mentre in altre rende espliciti i possibili dettagli erotici.
Qualche elemento erotico ricorre in quasi tutti i racconti,
ma sempre come breve parentesi all’interno di trame
profonde e toccanti rappresentate ad altissimo livello
grafico, in cui vengono esaltate la poesia, la grazia,
e anche l’ambiguità, dei misteri femminili.
Tra gli incantesimi più inquietanti ci sono le
volpi umane del racconto La ragazza selvatica,
sempre appartenenti a leggende dell’estremo oriente.
Pare che quelle considerate più pericolose e spietate
siano proprio le volpi femmine e che in Cina e in Giappone
abbondino i racconti simili a questo, in cui uomini affascinati
da “donne volpi” vengono condotti alla rovina,
anche se raramente possono essere stati illustrati in
modo così originale, con ambientazioni e costumi
che sembrano tratti dall’antica iconografia normanna,
ma anche dal medioevo a fumetti di Harold Foster.
Non fanno invece parte della tradizione cinese le Apsaras
del racconto Il muro dipinto. Si tratta di danzatrici
celesti nate dall’Oceano, appartenenti alla mitologia
indiana. Il loro nome significa letteralmente “fluenti
nelle acque”, ma anche “senza vergogna”.
E’ normale trovarle dipinte o scolpite sulle mura
degli antichi templi dell’India, nei più
disinibiti atteggiamenti sessuali. Strano che qui si affermi
che sono vergini. In particolare è famosa la leggenda
dell’apsaras Urvashì, che si innamorò
di un mortale ma fu poi costretta a separarsi da lui,
come accade anche in questa storia alla sua collega Ramuni.
In quel caso però il padre portava il proprio figlio
con sé sulla Terra, mentre qui il bambino che deve
nascere rimarrà con la madre nel regno celeste,
una dimensione simile a quel Walhalla in cui ora vive
ser Crumb, forse la stessa in cui il ricordo di Magnus
e del suo lavoro continuerà a vivere ancora a lungo.
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