I Classici di Comics Code: KillKiller
di Antonio
Solinas
Ricordate
quel periodo, tempo fa (circa 6-7 anni fa), quando l'estetica
trash divenne per breve tempo fenomeno molto alla moda? Il
trash abbandonò i circoli culturali "alternativi",
e fece la sua comparsa ufficiale addirittura nei canali televisivi
nazionali, con Tommaso Labranca (autore del fondamentale saggio Andy
Wharol era un coatto) a fianco di Fazio e Baglioni (!),
nel ruolo di traghettatore dell'estetica-mondezza verso il
pubblico delle trasmissioni nazional-popolari.
Questo, ovviamente,
accese la curiosità dei mezzi di
comunicazione nei confronti della Spazzatura-come-Arte.
Gran parte dell'interesse si concentrò, come immaginabile,
sul revival della commedia scollacciata anni '70 (Edwige Fenech
e similia), in maniera se vogliamo molto superficiale e sensazionalistica.
Scarso
peso fu dato al contributo del medium fumetto, che invece ha
sempre esibito una sua specificità ben precisa:
come dimenticare, ad esempio, Rob't Williams, oggi autore totalmente
sdoganato, dopo il suo lavoro per copertine come quella di Sex
and Violence di KRS-ONE e soprattutto di Appetite
For Destruction dei Guns 'n' Roses? Gli autori fumettistici
trash sono oggi talmente "sputtanati" che i metallari, per
le loro covers, si affidano invece a gente come Alex Ross,
Frazetta e Bisley...
La giusta attenzione al trash fumettistico fu data solo da
riviste di nicchia. Alcune fanzine si concentrarono
soprattutto sull'operato di autori americani, mettendo in evidenza
la Boneyard Press, e autori come Joe Coleman, lo sfortunato
Mike Diana (quello di Boiled Angel, nessuna parentela
con Aimo) ed Everett Hartsoe.
Onestamente, tutti questi risultano
assolutamente dilettanteschi se messi a fianco ad un capolavoro
impareggiabile come KillKiller.
KillKiller era
un pocket edito dalla Roberto Galati Editore, che andò in edicola per quasi un anno con cadenza
pressochè mensile: ne furono realizzati sei meravigliosi
episodi.
Successivamente, KillKiller fu fatto uscire in versione
CD-Rom, e presto se ne prospetta un rilancio che aspettiamo
trepidanti.
Nella migliore tradizione Trash, KillKiller era
interamente concepito e realizzato da una sola persona, Galati
stesso, che curava testi, disegni e lettering. Il periodico
narrava le avventure di un'antieroe (KillKiller, appunto),
che avrebbe dovuto essere un killer professionista, ma in realtà non
si capì mai bene cosa facesse, e della sua compagna,
Kitty Luger, un'olandese di religione a volte definita induista,
a volte buddista (!) con frequenti crisi spirituali e dalle
forti tendenze lesbiche, che tradiva KillKiller solo con altre
donne...
A rileggerlo, il fumetto, concepito come un'opera di denuncia
sociale, è irresistibile nella sua naïvetè:
i personaggi sono tutti macchiette, l'approfondimento psicologico è a
dir poco inesistente, e l'incapacità tecnica dell'autore
sfiora il sublime.
La visione della vita che viene proposta
in KillKiller tramite
la condotta morale del protagonista è tanto nazista
da fare sembrare Teodoro Buontempo un nipote di Stalin. Il
mondo dell'antieroe è decadente e malato, pieno di intrighi
orchestrati da pervertiti, personaggi disturbati (piattissimi
nella loro monodimensionalità) e maniaci, che hanno
quasi sempre una caratteristica comune, quella di essere appartenenti
a razze (o minoranze culturali) tradizionalmente percepite
come "inferiori" da certa ultra-destra: terroni, negri, zingari,
puttane, froci o mediorientali...
Alla fine, comunque, la "giustizia" trionfa,
e i cattivi vengono sempre sconfitti (ed umiliati, prima di
essere uccisi) dal nostro eroe.
La trama degli episodi è sempre
molto simile: il cattivo di turno si macchia all'inizio del
numero di qualche crimine spregevole, poi incrocia la strada
di KillKiller, gli crea qualche problema, ma infine viene ucciso
come merita...
KillKiller (e già il nome dovrebbe essere
un'indicazione) è un capolavoro. Capolavoro perché l'autore,
Roberto Galati, affronta l'aspetto creativo con un'onestà assoluta,
trasferendo tutta la sua anima nel fumetto, e questo lo porta
ad identificarsi in maniera pressochè totale con il
suo personaggio (che guarda caso si chiama Robert Wlasslov
Galatinov). L'identificazione creatore/personaggio è la
principale peculiarità del fumetto, che proprio per
questo non è riconducibile a nessun modello particolare,
anche se forse la base di partenza vorrebbe essere quella del
tascabile nero degli anni '60-70, come Kriminal o Diabolik.
È
da rilevare, per esempio, come nel fumetto sia molto limitato
il ricorso ad elementi grafici splatter o pseudo-pornografici
(la maggior parte delle volte solamente suggeriti), cosa che
invece caratterizza molte produzioni trash "colte", soprattutto
quelle americane. Anzi, l'autore prova un aperto senso di fastidio
e di disgusto nei confronti di sesso e violenza "devianti" (probabilmente
retaggio di una educazione luterano-battista): l'unico ad essere
giustificato nei suoi eccessi è proprio Galatinov, un
russo (!) vicino alle posizioni del Ku Klux Klan ("Lo
ammetto, sono un duro e credo negli ideali del Southermen...
Long Live White Power! Nella vita privata invece, amo circondarmi
di donne, sigarette, alcolici ascoltando la musica rock e il
country" da www.killkiller.com).
La rabbia dell'autore è rivolta
verso i cattivi che ammorbano il mondo e sono, graficamente,
personaggi lombrosiani più di quanto Jack Kirby o Chester
Gould abbiano mai osato immaginare. Il marciume, che nasce
sempre dall'imperfezione "genetica" ("un negro è sempre
un negro", scriveva un ex imbianchino austriaco, una sessantina
d'anni fa- a proposito di White Power), si riflette nell'aberrazione
delle azioni dei nemici di KillKiller, che meritano sempre
la punizione che il Nostro puntualmente dispenserà,
insieme alla dura condanna moralistica della perversione. Tutti
i personaggi che appaiono nelle storie non sono che strumenti
al servizio di Galati-Galatinov.
Lo stesso KillKiller, infatti, è un ex agente del KGB
che vaga per il mondo a caccia di criminali con la sua fedele
Luger P08 ed un pugnale celta, ma non ha motivazioni credibili
se non quelle retoriche di una difesa della "fragile libertà" da
chi infesta la società del XXI secolo "come il peggiore
dei virus che andrebbe annientato senza pietà". Questo
grande odio è il
mezzo con cui si alimenta la creatività dell'autore,
che non ha rivali nel creare macchiette astruse e stereotipate,
e che soprattutto parlano
un linguaggio che, a proposito, più che essere un virus (ciao,
zio Bill) è una vera e propria chiavica...
Il contesto temporale
di KillKiller non è ricalcato
su nessun modello particolare, e si affranca da subito dai
classici modelli visti nel tradizionale fumetto d'avventura
italiano. La patria di KillKiller è il mondo, si potrebbe
dire, perché Londra, che è la base delle sue
operazioni, non è utilizzata dall'autore per creare
un effetto di complicità col lettore (come, per esempio,
il topos della palude di Darkwood in Zagor),
ma è solo il punto di partenza per esplorare un bestiario
di personaggio stranissimi che si mescolano ai fantasmi del
tempo che fu. Del resto come si può familiarizzare con
un luogo che non è familiare per niente (nel
senso che nessun luogo è riconoscibile)?
Galati riesce
così a creare un mondo assolutamente
originale, sospeso fra la contemporaneità e gli anni
'70: nel fumetto troviamo un mistone di simboli della ribellione
giovanile "rockettara" dei Seventies, legati soprattutto all'assunzione
di marijuana o di quelli che l'autore chiama "alluccenogeni",
e personaggi del mondo dell'arte e del cinema, trasformati
però in figure monodimensionali, simulacri (idee platoniche,
si potrebbe dire) che hanno il solo scopo di creare un'atmosfera
che non può essere definita nient'altro che Trash e
che sembrano venuti fuori da uno degli incoerenti trip dell'autore
(che non ha mai nascosto la sua passione per il "fumo").
Nei
vari episodi del tascabile incontriamo, ridotti allo stato
di (meravigliosa) banalità assoluta, nientemeno che
i Led Zeppelin, gli Stones, Peter Sellers (che a cena con Galati
stesso discute di Hollywood Party!), Ligabue (il
pittore, grazie al cielo) ed un Lou Reed che si comporta da
rockstar viziata e pensa solo a scopare (Lou Reed?).
Il vocabolario
dei personaggi è così limitato
da raggiungere punte di comicità (inconsapevole) che
hanno pochi rivali, specialmente quando Galati avrebbe la pretesa
di ricreare un frasario tecnico o colto. In KillKiller,
infatti, traspare chiaramente l'insofferenza dell'autore nei
confronti delle istituzioni, siano esse giuridiche (il giudice
che rilascia lo stupratore pedofilo del numero 1) o accademiche
(lo psicologo di Moira, femmina violenta, o l'antropologo
cannibale del numero due), ed una dose di violenza non minore è usata
per criticare la cultura in senso lato (solitamente tutti i
personaggi raffinati del fumetto sono pervertiti o criminali).
I momenti migliori di KillKiller, infatti, sono proprio
quelli in cui vengono rappresentate le aberrazioni della "civiltà"
(intesa sia come insieme di convenzioni sociali sia come urbanitas),
in cui l'assoluta impossibilità, da parte dell'autore,
di far parlare ai suoi personaggi un italiano decente crea
effetti dirompenti. Il linguaggio ed i dialoghi sono ciò
che rende KillKiller un fumetto di livello supremo.
Non voglio dilungarmi sull'uso GENIALE delle virgole che Galati
fa in ogni episodio (citerò solo il leggendario "Ed,
ora.."), o sul frequente ricorso a messaggi "subliminali"
di stampo naziskin, e quindi mi limiterò a lodare solo
la perizia da parte dell'autore nell'inventare le offese che
KillKiller e gli altri personaggi proferiscono nei confronti
dei nemici ("Giovenca", "Sporco Slavo", "NE... GRO", "Femmena
Buddana", etc.), incredibilmente sgangherate e divertentissime.
In KillKiller, Galati va allo sbaraglio, esprimendo
il suo punto di vista "leghista al cubo", prendendosela con
tutti gli "avversari" della sua idea di White Power: cialtroni
pseudo-santoni, lesbiche, scocciatori telefonici, checche,
pedofili di origine siciliana, ninfomani psicopatiche, mafiosi
da operetta. Vorrei fare rilevare, inoltre, come la monomania
egotistica dell'autore lo porti a ricollegare la maggior parte
del simbolismo delle storie a sè stesso (le targhe
delle macchine e le sigle delle armi da fuoco sono immancabilmente
la sua data di nascita, nelle librerie ci sono libri scritti
da lui, e le pinacoteche espongono i suoi quadri...). In ogni
numero, inoltre, Galati si raffigura sempre in qualche situazione
chiave, quasi a sottolinare la sua essenza di testimone, più
che di creatore, del marciume del mondo di KillKiller.
Lo vediamo al museo d'arte moderna (?), in veste di artista,
mentre parla con membri del Ku Klux Klan (questi ultimi in
divisa classica, con tanto di cappuccio!), o al ristorante
con Sellers, o in mille altre occasioni, come semplice passante
e persino come autorità artistica (avete capito bene,
quest'uomo è un genio). In appendice al primo numero,
in particolare, c'è una eloquente auto-intervista a
fumetti (in cui Galati espone una sorta di "manifesto programmatico",
meraviglioso).
Gli interludi "rosa" fra KillKiller e Kitty Luger sono un
altro dei punti forti della serie, concepiti, come tutto ciò
che appartiene al mondo di Galati, in maniera assolutamente
favolosa. Il punto di partenza è che Roby e Kitty,
pur amandosi, sono di visioni totalmente opposte. Per cui,
nonostante la sincerità nel loro rapporto, non mancano
gli screzi. KillKiller è sempre il primo ad iniziare,
si lascia andare a volgarità insensate, irresistibili,
e poi accusa Kitty di provocare le liti. Quando le cose stanno
per volgere al peggio, la frase "Cenetta romantica per
due?" aggiusta tutto... Che cos'altro aggiungere?
Per finire, vorrei spendere
qualche parola sull'aspetto grafico della serie. Ad una pregnanza
trash così marcata in
sede concettuale si accompagna, ovviamente, un segno altrettanto
caratterizzato e grossolano. In particolare l'abilità di
Galati è quella di realizzare mani di una bruttezza
quasi inconcepibile. Gli sfondi sono piattissimi ed improvvisati,
la prospettiva è assolutamente sconosciuta e il frequente
uso di materiale fotografico è abilmente dissimulato
da un'imperizia grafica sublime. Una particolare cura è riservata
alle auto, che non possono essere assolutamente descritte nella
loro bruttezza, ma che danno quel tocco di classe in più ad
una serie già di per sè di livello altissimo.
In alcuni episodi, l'autore, per rendere le automobili, si è perfino
servito di trasferelli!
KillKiller è qualcosa di unico, come già detto,
non solo nell'editoria italiana, ma nel panorama Trash a livello
mondiale. Per me non esiste niente altro di così assolutamente
geniale: in KillKiller sono state concentrate tutta
la grettezza e la mancanza di elasticità mentale dell'Universo,
oltre ad una incredibile dose di (mancanza di) talento. Ci vuole
un genio per fare questo. Le intuizioni dell'autore ci superano
tutti. Chi altri avrebbe potuto inventare "il sesso nazista"?
Galati merita un posto nella leggenda, fra le star di prima grandezza
dell'arte-mondezza, a fianco di John Waters e di Ed Wood, tanto
per citare due nomi...