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John Doe: estetica di un road comic
di Nicola Peruzzi

     Territori di confine

     Il viaggio di John Doe è finalmente giunto al termine. Ventiquattro numeri, due anni di pubblicazioni per una saga che, nel bene e nel male, tanto ha fatto parlare di sé e che, con buona certezza, farà altrettanto nei mesi a venire. John Doe, personaggio creato dalla coppia Lorenzo Bartoli e Roberto Recchioni nel 2003, è la prima serie italiana da edicola a sfruttare il concetto, mutuato da serial e serie televisive, di stagione autoconclusiva. Contestualizzando il tutto al medium fumetto, si potrebbe con buona pace affermare che il primo storyarc di John Doe è giunto a termine, ed è al fine possibile tirare le somme e tentare una valutazione dei pregi e dei difetti di questa pubblicazione.
John Doe è un fumetto difficilmente catalogabile: italiano d’origine, statunitense per temi trattati, apolide per definizione, divora, nel suo viaggio editoriale, tutte le forme (più o meno) conosciute di serialità e le metabolizza in qualcosa di nuovo e di originale. Questo è il più grande pregio della creazione di Bartoli e Recchioni: essere una scintilla d’innovazione nello statico panorama fumettistico italiano mainstream. In questo senso, John Doe potrebbe essere letto come sintesi estrema di fumetto seriale e fumetto d’autore. Fumetto seriale non solo per formato e caratteristiche editoriali, ma anche per le caratteristiche intrinseche del personaggio che dà il nome alla serie: è un uomo in fuga, votato (e obbligato) al movimento continuo. Il tema del viaggio, colonna portante di questa prima stagione può essere letto come un vero e proprio viaggio nella serialità. Lungo il percorso, però, John Doe arriva a confrontarsi anche con tematiche che raramente hanno fatto capolino nel fumetto popolare italiano da edicola, e per questo può essere definito in parte fumetto d’autore: metareferenzialità, spiccato postmodernismo dei personaggi e contaminazioni linguistiche rendono John Doe un vero e proprio territorio di confine in cui è possibile ed auspicabile sperimentare a tutto tondo. Attraverso soluzioni grafiche e narrative di sicuro impatto, John Doe è riuscito a creare intorno a sé una comunità di appassionati che attraverso il dibattito in rete ed un fitto passaparola ha contribuito a consacrarlo come un piccolo fenomeno, quanto meno a livello di consensi del popolo internet. La serie ha conquistato, in occasione della celebre manifestazione Napoli Comicon 2005 l’ambìto Premio Micheluzzi come miglior serie a fumetti italiana e Massimo Carnevale, copertinista ufficiale della serie nonché creatore grafico dei personaggi, ha ottenuto il premio come miglior disegnatore italiano. Successo di pubblico e critica, quindi, ma non certo esente da difetti ed ingenuità che ne hanno pregiudicato inizialmente l’affermazione. La scelta di disegnatori non sempre all’altezza degli standard proposti ed una forse eccessiva altalenanza anche a livello narrativo hanno impedito la consacrazione immediata di John Doe, consacrazione che è comunque giunta negli ultimi dodici numeri, qualitativamente sempre in crescita e senza grossi cali

Liebestod

     Il viaggio nella prima stagione di John Doe comincia dal gran finale, il numero 24 intitolato Il gioco di Morte. Quest’ultimo episodio chiude in maniera semplice ma non per questo meno efficace tutte le sottotrame più importanti aperte in due anni di pubblicazioni, ribadendo con forza la tendenza di John Doe a seguire una continuity serrata. I modelli sono certamente i comics americani, nei quali una delle caratteristiche principali e fondanti è sicuramente la continuità, schema logico e narrativo, vera e propria sintassi di esistenti ed eventi in grado di rendere, per dirla con le parole di Umberto Eco*, il concetto di universo narrativo coerente un vero e proprio mondo possibile.
John Doe è costretto per la prima volta in ventiquattro numeri (senza considerare la storia speciale inedita illustrata da Carnevale di prossima uscita) a fermarsi per affrontare i quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Siamo al confronto finale: le quattro Entità non possono più perdere tempo e devono abbatterlo per riprendere il controllo di quanto gli è sfuggito di mano fin dal primo episodio. John Doe è sempre stato un fumetto legato all’azione. Il protagonista stesso si rifà alla figura archetipica dell’uomo in fuga, figura che nutre da secoli l’immaginario collettivo di tutto un substrato culturale letterario e cinematografico (e non solo) fatto di prodotti per lo più seriali. Ciò nonostante, in questo episodio regna la calma, perfettamente sintetizzata nel confronto con le quattro Entità. Da uomo in fuga John Doe diventa l’ultimo uomo ancora in piedi: questa evoluzione comporta una modifica sostanziale delle caratteristiche del personaggio, caratteristiche che tra l’altro avevano iniziato a stridere già da qualche tempo.
John Doe decide di affrontare i Cavalieri sul loro stesso terreno, e nel far questo porta a termine il processo di de-umanizzazione che ha avuto inizio nel momento in cui, per la prima volta, l’uomo si è trovato a confrontarsi con la Falce dell’Olocausto, misterioso manufatto sottratto da John Doe a Morte nel primo episodio, attorno al quale ruota tutta la vicenda. John Doe, infatti, non è più propriamente umano. Progressivamente, il personaggio ha compiuto un percorso che lo ha portato ad abbandonare la propria umanità per diventare, per certi versi, simile alle Entità. Per poter solo osservare e prendere la Falce, John Doe ha sacrificato parte della sua umanità; per brandirla, è diventato sovraumano. Le Entità, oramai corrotte e indebolite dal guscio di carne che indossano, paiono non comprendere la filosofia del protagonista al confronto, e per questo sono destinate ad essere sconfitte una dopo l’altra. A livello narrativo, la sceneggiatura di Recchioni è impeccabile. Funzionale e d’effetto, mescola trovate brillanti a uno svolgimento della vicenda estremamente lineare e molto ben costruito. Fino ad ora Recchioni si era messo in evidenza, oltre che per la verve nella costruzione dei dialoghi, soprattutto per le sue trame “strillate” e veloci, piene di ritmo e di azione. In questo numero dimostra di sapersela cavare benissimo anche con trame introspettive e con l’elaborazione di astrazioni come fame, guerra, pestilenza e morte. La trovata di umanizzare Morte, ovvio ma niente affatto scontato contraltare alla de-umanizzazione di John Doe, e di renderla madre nel turbine di morte e amore dove si perdono i confini di chi incarni l’uno e chi l’altro, è a dir poco singolare e brillante, e lascia ben sperare per lo svolgimento della seconda stagione. A livello grafico, non c’è nulla da aggiungere a quanto detto fino ad ora. Burchielli, autore che ha esordito proprio su John Doe, ha in breve raggiunto un livello tecnico notevole, e non è un caso che sia stato scelto per illustrare due tra le storie più significative della serie: il numero 12 ed il 24. I personaggi tratteggiati in questo episodio sono tutti graficamente incisivi; l’utilizzo frequente di primi piani e dettagli ed un uso sapiente ed espressivo dell’inquadratura e della costruzione della tavola rendono il tratto di Burchielli estremamente evocativo, e permettono al lettore una partecipazione quasi “empatica” nelle frequenti scene di azione e di introspezione. I duelli, in particolare, ricordano molto da vicino l’effetto di dilatazione temporale tipico dei western di Sergio Leone. Frequenti indugi sugli sguardi glaciali dei duellanti, primi piani tagliati alla fronte e al mento: tutte tecniche cinematografiche che hanno fatto scuola e che, nell’incessante gioco di rimandi e convergenze di John Doe, il disegnatore ha saputo rendere nel migliore dei modi possibili. Se è vero che non tutti i disegnatori di John Doe sono risultati alla fine dei conti all’altezza delle aspettative c’è assolutamente da applaudire i coraggiosi interventi di Rosenzweig e di Accardi, autori non propriamente “commerciali”, ma anche i felici esordi di disegnatori del calibro di Barletta e di Gianfelice, tanto per citarne alcuni. Inoltre, è notizia dell’ultima ora, ufficializzata proprio in questi giorni durante lo svolgimento di Romacartoon, che Riccardo Burchielli, seguendo questa “Italian Invasion”, l’ondata di disegnatori italiani attualmente in forza in USA, sta lavorando ad una serie Vertigo.

Il suono dell’inevitabilità

     La rivelazione delle Alte Sfere contenuta nell’ultimo numero, il fatto cioè che John Doe fosse stato scelto dal Grande Capo per diventare un sostituto di Morte, dà impulso a rileggere l’opera sotto un’altra ottica: quella di un inevitabile viaggio iniziatico di un apprendista Morte. Questo permette di evidenziare uno degli aspetti più forti e connotativi dell’opera John Doe: lo spirito spiccatamente citazionista e postmoderno della serie. Letteratura alta e bassa, fumetti e videogiochi, cinema e televisione: la macchina John Doe non risparmia nulla e nel suo frenetico incedere, come la macchina infernale di kinghiana (o carpenteriana) memoria, divora ciò che incontra e lo fa suo, metabolizzando il tutto in un prodotto nuovo ed estremamente originale. Facendo propria la poetica della contaminazione, vero e proprio spirito della letteratura del nuovo millennio, la coppia Bartoli-Recchioni di volta in volta stupisce e stordisce il lettore con l’enorme quantitativo di fonti che utilizza per raccontare le proprie storie. Seguendo una pratica inaugurata nel lontano 1986 da Tiziano Sclavi, gli autori non si limitano a citare pedissequamente ma fanno di più, si spostano ad un livello superiore, adoperano le fonti. «La differenza, tra citare ed utilizzare, è sottile ma netta», sottolinea Daniele Barbieri in un articolo su Dylan Dog** . Gli autori di John Doe attingono a piene mani dalla cultura popolare, ma non si limitano a citarla nel loro fumetto, la raccontano, offrono una visione critica di ciò di cui loro stessi si sono nutriti nel corso della loro vita. Per fare un esempio: il viaggio iniziatico dell’apprendista Morte, che ha offerto lo spunto per questa riflessione, riecheggia la tematica trattata da Terry Pratchett in uno dei numerosi romanzi della Saga di Discworld, in particolare Mort***, storia di un giovane di nome Mortimer che viene scelto dalla Morte stessa per divenirne successore; durante l’addestramento insegnerà lui stesso a Morte molte più cose sull’umanità di quanto sia possibile immaginare. La storia è spiccatamente fantasy: in comune con John Doe non ha quindi la struttura superficiale, ma quella profonda.
L’importante, si dice spesso, non è cosa si racconta ma come: questa frase può essere presa a modello per sintetizzare tutto lo spirito della filosofia postmoderna tanto in letteratura quanto nel cinema quanto negli altri territori culturali che confinano con essi e sconfinano, di conseguenza, in essi. L’importante non è quindi quali fonti citare, ma come raccontare le fonti citate per costruire un intreccio coerente e godibile a più livelli di lettura: un enorme corpus intertestuale immediatamente comprensibile sia che si conoscano le fonti citate, sia che non le si conoscano affatto.

Un grandissimo figlio di puttana

     Ma chi è veramente John Doe? Finora ci si è concentrati soprattutto sullo spirito della serie e sulla concezione che gli autori hanno del fumetto seriale e dell’intertestualità mediatica convergente in esso, ma cosa si può dire realmente di questo uomo in fuga? Bartoli e Recchioni offrono un’interpretazione univoca, difficilmente fraintendibile: «Dalla sua, ha l’Agenda (un manufatto mistico, che gli permette di conoscere la data di morte di ogni essere umano), ha una macchina potente con il serbatoio pieno e il fatto di essere un grandissimo figlio di puttana». Il personaggio John Doe è dichiaratamente antipatico, pieno di sé, spiccatamente “machista” e sciovinista. Una caratterizzazione, questa, che può aver causato non pochi scompensi nei lettori a inizio serie, ma che col tempo si è trasformata in un elemento vincente del personaggio. Bisogna ammettere che John Doe è molto ben caratterizzato, nella sua antipatia. Una caratterizzazione così “estrema” ha certamente aiutato: un personaggio così forte non può passare inosservato. Fin dal primo numero, nel bene e nel male, il personaggio John Doe ha fatto discutere molto. E’ una semplice ma efficace logica di marketing: l’importante è che si parli del prodotto; non importa come, non importa dove, basta che se ne parli. Nell’era della comunicazione globale, John Doe ha centrato in pieno l’obiettivo preposto: fin dall’inizio il chiacchiericcio virtuale intorno a questo personaggio (e, elemento non trascurabile, la presenza costante in rete di uno dei suoi autori, Roberto Recchioni) ha contribuito ad aumentarne la popolarità presso l’utenza di internet. Ma non solo, Lorenzo Bartoli stesso, in occasione di una conferenza a Romacartoon, ha affermato che una parte non certo trascurabile di pubblico, si rivolge alla redazione di John Doe attraverso i canali postali tradizionali. Un pubblico trasversale, quindi.
Ma il Bastardo è davvero così bastardo? Ancora una volta, la lettura dell’ultimo numero della prima stagione, spinge a rileggere il corpus testuale in chiave diversa: John Doe è stato prescelto, manipolato dalle Alte Sfere, è una vittima del Fato. Rileggendo i volumi in quest’ottica, si nota un senso di ineluttabilità della vicenda, una tensione narrativa tipicamente tragica che rende John Doe più umano; tutto questo, paradossalmente, avviene nel momento in cui il protagonista abbandona la propria umanità per seguire il suo immutabile destino: diventare il nuovo Morte.

Le ombre sul cammino

     Si è affermato spesso nel corso dell’articolo che John Doe non è esente da difetti che ne hanno pregiudicato un’immediata consacrazione. Innanzitutto, è venuta a mancare un’immediata continuità e riconoscibilità a livello grafico. Bartoli e Recchioni hanno deciso fin da principio di dare spazio ad autori giovani ed esordienti, e se questa scelta da un lato esplicita il coraggio di puntare ed incentrare la serie stessa sul concetto di rinnovamento, dall’altro ha fatto in modo che determinate incertezze a livello tecnico fossero in qualche modo evidenziate dall’inesperienza di alcuni autori. Ciò nonostante, tutti gli esordienti hanno dimostrato di sapersi muovere più che bene nelle 96 pagine, ed hanno mostrato margini di miglioramento notevoli. Tra i tanti disegnatori dello staff, tutti connotati da pregi e difetti, è possibile cercare di metterne in evidenza a titolo esemplificativo alcuni che, per un motivo o per un altro, hanno dimostrato di poter compiere notevoli progressi nell’arco dei due anni di pubblicazione. Burchielli, esordiente nelle pagine di John Doe N.5, in due anni ha fatto positivi miglioramenti in fatto di cura del prodotto a livello grafico. Davide Gianfelice, estremamente efficace e leggibile nelle sequenze d’azione quanto carente talvolta nel dettaglio e nelle scene statiche, ha fatto progressi nell’arco di soli otto numeri. Anche disegnatori più celebri come Alessio Fortunato che, inizialmente, aveva mancato di poco la caratterizzazione somatica di John Doe, ha dimostrato di sapersi mettere al servizio della testata e poter trovare una dimensione che fosse in linea sia con la produzione italiana in genere che con la serie in particolare.
A livello di sceneggiatura, il fatto di essere un fumetto scritto alternativamente da due autori molto diversi per approccio al mezzo, ha spesso comportato una differenza notevole a livello di ritmo e di atmosfera nelle vicende raccontate. Nei primi mesi di vita della testata, le storie veloci, ritmate e di azione di Recchioni si contrapponevano in maniera fin troppo netta a quelle più lente e riflessive, talvolta liriche di Bartoli senza apparente soluzione di continuità, causando spesso piccoli ma fastidiosi scompensi a livello di caratterizzazione dei personaggi. Attualmente tali caratterizzazioni hanno comunque trovato stabilità, e il lavoro dei due autori ha subito reciproche influenze fondendosi in una visione di insieme più armonica e coerente. Le ultime quattro storie, tanto per fare un esempio, mescolano azione e introspezione in modo tale che, non fosse per alcune marche stilistiche riscontrabili principalmente nei dialoghi, le singole storie potrebbero essere attribuite tanto a Bartoli quanto a Recchioni. A livello narrativo, alcune piccole ingenuità, condensate soprattutto nella prima metà della stagione, hanno sortito un effetto negativo nella struttura di fondo della serie, minacciandone la coerenza intrinseca. Uno dei più grandi difetti che può probabilmente essere imputato a John Doe, è l’aver solamente abbozzato inzialmente i poteri dei personaggi principali e dei comprimari, quasi mancasse un background di fondo. Gli autori avevano invece tentato di costruire uno sfondo narrativo già da un anno prima dell’uscita della serie regolare con l’introduzione dei dossier allegati al settimanale Skorpio (altra piccola grande novità che ha suscitato una vera e propria mania collezionistica alle fiere del fumetto e in rete).
La prima stagione di John Doe è appena terminata: gli autori hanno cercato nello sviluppo del testo di fornire una logica di fondo ad una serie che, per impostazione, si è mossa più volte nei binari del surrealismo. Talvolta, soprattutto nei primi numeri forse ancora di “rodaggio”, si è sentita la mancanza della coerenza narrativa che rendeva John Doe, per lo meno in potenza, una sorta di outsider del fumetto italiano più in linea, per certi versi, con la produzione seriale americana. Nonostante infatti non manchino esempi di fumetti italiani dotati di continuity strettissima (Ken Parker, Magico Vento e Dampyr, per citarne alcuni), questa è stata appannaggio del fumetto seriale americano fino dagli anni quaranta; in Italia si è spesso preferito dare spazio al lettore occasionale creando serie che, seppure dotate di una continuità narrativa minima, fossero costituite da episodi rigorosamente autoconclusivi. L’esilità di alcuni soggetti, per di più svincolati dalla stretta continuity principale, è stata in qualche modo celata, fatta passare in secondo piano da sceneggiature di livello nettamente sopra la media (la qualità e la coesione dei quattro episodi conclusivi, più volte citati, rispetto ad esempio, ai primi quattro episodi della serie rendono l’idea di ciò che si vuole esprimere).

Futuri scenari

     Il John Doe che leggeremo da adesso in poi, a detta della coppia Bartoli-Recchioni, sarà diverso da quello conosciuto nell’arco dei 24 numeri. Se ci trovassimo al cospetto di un fumetto Marvel, potremmo dire che «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». John Doe è diventato Morte, e niente sarà più lo stesso. Il mutamento, tuttavia, non sarà presente solo a livello narrativo, ma anche a livello di presentazione stessa del prodotto al pubblico. Con una mossa tanto sorprendente quanto coraggiosa, la testata John Doe con il numero 25 cambierà logo. La differenza tra quello nuovo e quello vecchio sta nel fatto che il logo nuovo è più squadrato, meno definito, decisamente retrò. Stando ad alcune affermazioni fatte da Recchioni stesso, il logo è sostanzialmente simile ai loghi dei videogames degli anni ottanta, ed è stato mutato per essere maggiormente in linea con lo spirito della seconda stagione. Le copertine stesse, sempre ad opera di Carnevale, risultano più grafiche e meno pittoriche. Il cambiamento, in sintesi, c’è, e si nota fin dalla copertina. Tanto più che, fra due anni, il logo cambierà di nuovo per rispecchiare con maggiore forza le attitudini del nuovo arco narrativo.
In conclusione, John Doe è un vero e proprio prodotto di rottura per quanto riguarda l’editoria italiana a fumetti. Anche se, come affermato più volte, il prodotto non è certo esente da difetti, l’estremo coraggio dimostrato dagli autori per creare una formula davvero innovativa fa pensare che la crisi del fumetto di cui tanto si parla e di cui si torna ciclicamente a parlare non sia certo nelle idee. Alcune importanti novità, per lo meno a livello formale, hanno già cominciato a fare capolino nelle edicole italiane: Bonelli stessa, con Brad Barron, ha adottato il formato a miniserie, abbandonando la tradizionale formula a serie infinita. Innovazione e tradizione possono finalmente convivere, senza per forza dover essere considerati concetti contrastanti. E’ presto per parlare di inversione di tendenza, ma di certo tematiche più coraggiose e formule innovative si mettono di nuovo in evidenza in edicola, luogo che fino a pochi anni fa veniva considerato oramai precluso a prodotti che non fossero seriali, in favore di una diffusione più mirata nelle librerie specializzate. John Doe è sicuramente uno dei prodotti di punta di questa new wave fumettistica italiana: novello Snake Plissken, cavalca lo tsunami senz’ombra di paura né di esitazione.

 

*Eco U., Lector in Fabula, Bompiani, Milano 1977

**Barbieri D., “Racconti di racconti", in Dylan Dog. Indocili sentimenti, arcane paure, a cura di Alberto Ostini, EuresisEdizioni, Milano 1998.

***Pratchett T., Morty l’apprendista, TEADUE, Milano 2002.

 

 

 

 

 

 

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