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Cosa fa di una creatura un uomo?
di Manuel Seu

     Fra le debolezze che si possono imputare a un film ispirato, più o meno liberamente, a un’opera preesistente spicca di sicuro l’approccio meramente illustrativo nei confronti della fonte originaria, poiché rappresenta innanzitutto un’occasione perduta di reinventare la materia narrativa e stilistica utilizzando i peculiari strumenti identificativi della forma espressiva d’approdo, e perché perde già in partenza buona parte dei motivi di interesse per il fruitore finale. Ciò è tanto più grave se il modello proviene dal mondo delle nuvole di carta e quindi già dotato di un apparato iconografico ben preciso e difficilmente rinverdibile se non a rischio di rovinose cadute nel ridicolo.
Perciò la prima domanda da porsi prima di cominciare l’analisi di una pellicola che propone come suo diretto referente un fumetto e il suo universo è se gli autori siano caduti nel frequente errore; se si prende in considerazione Hellboy, scritto e diretto dal cineasta messicano Guillermo Del Toro ed emanazione del brillantissimo immaginario del buon vecchio Mike Mignola, ormai assurto al rango di vera star del fumetto mondiale, la risposta è incoraggiante: Del Toro infatti, confermando quanto di buono aveva fatto intravedere nel precedente Blade II, sempre figlio dei comics e molto più interessante e coinvolgente del capostipite della serie sempre interpretato dal duro Wesley Snipes, si dimostra capace di creare un suo cosmo di immagini, suggestioni e umori, molto personale e nel contempo del tutto parallelo a quello della pagina; sfruttando al meglio tutto il talento degli artisti di cui si è circondato (menzione speciale per l’operatore Guillermo Navarro, strappato al connazionale Robert Rodriguez, altro fumettofilo coi fiocchi, e al magnifico Rick Baker, maestro del make-up) plasma atmosfere dark, rètro e sporche che gli appartengono dall’inizio della sua carriera e che sembrano nate per raccontare le gesta, a quanto pare “to be continued”, dell’antieroe mignoliano. Inoltre, conosce bene e maneggia con raffinatezza le regole del cinema di genere senza rimanerne prigioniero, come dimostra la splendida sequenza d’apertura, canonica e personale allo stesso tempo, in cui si corre veloci dentro l’azione tuffandosi nelle origini del demone protagonista e contemporaneamente, con una abilità di sintesi che viene proprio dai fumetti ma viene forgiata con armi puramente cinematografiche, si offre una prima fulminante definizione dei personaggi. Da quel momento il film non concede tregua, e sulle ali di una sceneggiatura agile e scarna (che a volte denuncia una del tutto trascurabile carenza nei raccordi logici e narrativi), si sviluppa sulla falsariga di una trama volutamente pretestuosa e oscilla fra l’attesa dello scontro finale con le bidimensionali forze del male e la complicità affettuosa nella storia d’amore fra HB e la problematica Liz. Nel pieno rispetto dello spirito del creatore l’ironia e l’atteggiamento parodistico, rivolto soprattutto al supereroismo macho anni ’80 e ai consapevoli riferimenti alti e popolari che innervano l’intero frutto della fantasia di Mignola, dominano vigili su ogni sequenza così come l’ingenua vitalità infantile dello sguardo mai distante, freddo o cinico (fate attenzione alla delicatezza con cui viene trattato il personaggio di Abe); proprio in quest’ottica partecipe e affettuosa la bidimensionalità di cui sopra, che riguarda anche e soprattutto i personaggi positivi, non si propone come un difetto, ma, al contrario, come un enorme merito derivante dalla piena comprensione delle origini culturali e artistiche da cui prende vita l’opera del grande Mike, che in fin dei conti è un sincero e sentito omaggio a un tipo di avventura e di fumetto che non ci sono più e diventa, nelle mani di Del Toro, un monumento anche a un cinema ormai scomparso. Esso, proprio per risultare più efficace e nostalgico, si avvale di un cast di classe cristallina e d’altri tempi, che vede nel fenomenale John Hurt (appuntamento all’uscita in DVD per godere della sua voce…) il veterano e nel delizioso Ron Perlman (andatevelo a rivedere ne La città dei bambini perduti di Jean Pierre Jeunet) finalmente, dopo tante parti da caratterista, un perfetto e autoironico protagonista. Tutto ciò, ovviamente e per fortuna del tutto opinabile e in tanti all’oscuro delle origini fumettistiche già opinano e opineranno ancora, ci pare dimostri che solo un autore votato all’intrattenimento, seppure intelligente, poteva misurarsi con un confronto, reso rischioso dalle attese degli esigenti appassionati, senza sfigurare, e, anzi, aggiungendo una gemma alla sua filmografia.
Infine, un consiglio e una domanda: se il proiezionista ve lo permette, rimanete in sala fino alla fine dei titoli di coda, non ve ne pentirete. Per quanto riguarda il titolo, che chi non ha visto il film capirà vedendolo, anche se non ha molto a che fare con l’articolo, non vi sembra comunque di una attualità sconvolgente?

Il ragazzo dell'inferno: ombre di china*
di Emiliano Longobardi

     Dopo essere cresciuto a pane e supereroi all’ombra degli scudi di entrambe le majors con uno stile fresco ma ancora ancorato alla tradizione classica, Mike Mignola inizia a far parlare di sè con una manciata di opere che possono essere considerate la vera e propria base di crescita di quella cifra stilistica oggi diventata un marchio di fabbrica inconfondibile. Si tratta di Dottor Doom e Dottor Strange per la Marvel, Cosmic Odissey e Fafhrd & The Grey Mouser per la DC.
L’esplosione e la consacrazione definitiva di Mignola avvengono, però, proprio con Hellboy, miniserie pubblicata dalla Dark Horse sotto l’etichetta Legend, una sorta di Image d’autore dedicata ai lavori di Frank Miller (Sin City), Paul Chadwick (Concrete), Arthur Adams (Monkey Man & O’Brian) e Mike Allred (Madman).
L’inesperienza alla macchina da scrivere porta Mignola ad affidare i dialoghi della prima miniserie, di Hellboy (Il seme della distruzione) al veterano John Byrne.
Hellboy è un demone evocato nel 1944 durante un rituale realizzato da un gruppo di nazisti e dal mago Rasputin. Il giovane ragazzo dell’inferno, però, viene liberato dall’esercito americano e, col tempo, diviene un agente del BPRD, distaccamento dei servizi segreti destinato alle indagini sul paranormale. Il progetto denota da subito velleità di intrattenimento elegante ed intelligente, l’abusato genere di riferimento viene contaminato dal ricorso a modelli letterari miscelati in un mix suggestivo (Lovecraft, piuttosto che le leggende e i miti irlandesi, ad esempio) e da una straniante ironia acida di fondo (ingrediente principale della definizione caratteriale del protagonista).
Gli intrecci gotico-horror rielaborati in chiave moderna, le atmosfere rarefatte e umbratili delle locations e i personaggi di contorno riusciti e di grande impatto sono alcuni degli ingredienti migliori del lavoro di Mignola su Hellboy, ma ciò che contraddistingue l’opera e che l’ha resa irrinunciabile è anche e soprattutto l’approccio grafico dell’autore, divenuto ormai uno dei modelli di riferimento di un esercito di disegnatori. Quello di Mignola è uno stile radicato nella lezione lasciata in eredità da Jack Kirby, connotata dal rigore spettacolare della composizione della tavola, ma maturato nella direzione di una sintesi assoluta, fatta di pochi segni secchi, di fioche luci che intagliano volumi neri e spigolosi: è il trionfo della linea scura, un’orgia di pathos umbratile e profondo, il perfetto modo di disegnare storie basate su intrecci particolarmente essenziali, giostrati più sul suggerimento di una situazione, di un carattere o di un’emozione che sull’accumulo barocco di scene e sequenze.
Dopo essere stato presentato in Italia dalla Comic Art, Hellboy è attualmente pubblicato dalla Magic Press, che ha licenziato i seguenti titoli: Il seme della distruzione, Il risveglio del demone, La mano destra del destino, I lupi di St. August, Colossus, Il verme conquistatore e il primo volume di Storie dell’insolito (storie brevi realizzate da altri autori).

 

*Articolo in collaborazione con Fumo di China

 

 

 

 

 

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