Perché Non Bisognerebbe Leggere Detective Dante e Brad Barron
di Antonio
Solinas
Intanto una precisazione: il titolo potrebbe essere fuorviante,
poiché ritengo che due iniziative come Detective Dante e
Brad Barron vadano sostenute, per ragioni diverse ma ugualmente valide (e nonostante i miei gusti, ovviamente).
Brad Barron è certamente un segnale di novità per quanto riguarda le scelte editoriali della Bonelli, e
Detective Dante va sostenuto in quanto qualunque prodotto editoriale serio che non esca da via Buonarroti non può che fare
bene all’asfittico panorama fumettistico nazionale. E poi Detective Dante e Brad Barron sono miniserie, per cui non
andranno incontro al fenomeno di inflazione che ha rovinato Dylan Dog. Detto questo, comprateli ma non leggeteli: ecco il perché.
Roberto Recchioni ha puntualizzato come il suo DD e BB siano le due facce della stessa medaglia: verissimo, ed il punto della
questione sta proprio qui.
Per come la mette l’autore romano, abilissimo venditore della propria immagine (come del resto il collega e amico Faraci) la genesi dei più attesi
personaggi “nuovi” del fumetto italiano è legata a doppio filo, e trae spunto da un “ritorno alle origini” che avrebbe portato
alla creazione di personaggi lontani dalla retorica, per esempio, di Ken Parker e più vicini al “pragmatismo” di certi personaggi
a stelle e strisce.
Questo sarebbe un punto di partenza degno di nota (e rispettabilissimo), ma, al di là delle chiacchiere (da forum), quello che resta
sono i fatti: ovvero che i motivi per cui non leggere Detective Dante e Brad Barron sono esattamente gli stessi: è in questo senso
che DD e BB sono due facce della stessa medaglia.
L’analisi si basa su quanto visto in questi primi numeri, ma in ogni caso, come cercherò di spiegare, il problema per me sta soprattutto nelle
premesse delle due miniserie, che finora sembrano essere state mantenute (purtroppo) con coerenza.
Detective Dante e Brad Barron sono due facce della stessa medaglia perché sono frutto degli sforzi di autori che
legittimano col proprio operato un’idea che trovo pericolosissima: quella per cui per fare lo sceneggiatore di fumetti basta soprattutto avere a
casa qualche pila di DVD degli ultimi films hollywoodiani e delle serie TV più alla moda del momento.
Non fraintendetemi, la documentazione è importante, ma ridurre l’ispirazione ad un solo filone è pericoloso, specie se, come nel caso
dei primi numeri di entrambe le serie, la forma sembra essere, per gli autori, più importante della sostanza (vedi l’insistenza sul montaggio
e i dialoghi che troppo spesso echeggiano quelli dei filmacci di Hollywood).
Ma parlavo della forma. Quella legata al “pulp”, ombrello larghissimo sotto il quale ci si può veramente mettere di tutto
(e questo, per la verità, potrebbe essere un bene), la cui sostanza però sembra più quella di “fare” Spillane,
“fare” Eastwood, “fare” Carpenter, che non raccontare qualcosa che venga dal cuore.
Un po’ come quelle cantanti di piano-bar la cui massima aspirazione è cantare I Will Always Love You come
Whitney Houston, invece di cercare di trovare il proprio stile.
Ed il cuore dov’è?
Siamo messi male se, in Italia, il massimo motivo di trepidazione da parte dei fans sembra essere il bullet time (che fa molto
Matrix) visto in una sequenza di Detective Dante numero 1…
Detective Dante e Brad Barron sono due facce della stessa medaglia perché sono due serie concepite
da persone che sembrano vergognarsi di fare “soltanto” fumetti, e che sembrano avere un complesso di inferiorità nei
confronti del cinema (e di un certo cinema “di tendenza”, aggiungo io).
Le citazioni sono quasi sempre di un certo tipo (filmico). Dove è una qualsiasi traccia di pulp a fumetti, se non nelle rubriche?
In DD, il massimo che si è visto finora è una citazione dello stile grafico di Miller in Sin City, per
altro operazione non particolarmente originale, ne converrete…
Detective Dante e Brad Barron sono due facce della stessa medaglia perché sono due serie figlie di un
approccio al fumetto basato sull’adesione ideologica ad un modello (a stelle e strisce) la cui pecca è quella, fra le altre cose,
di essere stato importato ed adattato da così tanto tempo che ormai la gente ha dimenticato che certe convenzioni narrative mutuate
dagli americani sono solo, appunto, convenzioni. Un modello già fallato in partenza (per fare un esempio, vedi i messicani da videogioco
di DD 1) che, oltre a propagandare un approccio discutibile (quello della superficialità americana, per cui i personaggi sono
quasi sempre stereotipati, tipo i cattivi delle due serie), viene a sua volta impoverito dall’adattamento ad una realtà completamente
diversa (come quella di casa nostra). L’unica preoccupazione da parte degli autori, in questo senso, sembra quella di “inscatolare”
tale materia informe all’interno del formato bonelliano (inteso come formato, foliazione e convenzioni narrative). Da qui, per esempio, tutte
le “bonellate” dei primi numeri di BB (spiegazioni ridondanti, dialoghi di un didascalismo allucinante, un certo moralismo stucchevole)
o tutti i problemi di trama di DD, in cui si arriva alla risoluzione finale delle storie in maniera spesso affrettata ed approssimativa (ma tanto Dante
è un figo, quindi chi se ne frega…).
Detective Dante e Brad Barron sono due facce della stessa medaglia perché sono serie che vorrebbero proporci un modello
di “last man standing” che non esiste (e non esiste soprattutto perché Henry Dante e Brad Barron non sono “last men standing”).
Infatti, Brad Barron resta in piedi o perché gli altri cadono da soli (come Har-Kar nel numero 4) o perché qualcuno gli salva il culo (numeri 1, 2 e 3),
mentre Henry Dante passa il proprio tempo o a fare battute meta-fumettistiche o a ricordarci quanto egli sia cattivo e quindi “pulp”.
Non c’è traccia, fino a questo momento, di altri elementi caratteriali che rendano i due personaggi tridimensionali.
In questo senso, un’altra caratteristica comune alle due serie è che il personaggio principale è solo abbozzato nel carattere.
Barron è, come ogni personaggio bonelliano che si rispetti, tormentato e spettatore in passato di indicibili orrori (di cui ci ricorda, ogni poche pagine,
che non vuole parlare), mentre Dante è vittima soprattutto della voglia da parte di Bartoli e Recchioni di scrivere sempre e solo battute “fighe” (ed
alla fine diventa noiosissimo). Dove sono il senso di una missione, la volontà e la testardaggine, quelle si, che differenziano chi sta in piedi alla fine da chi
cade?
Detective Dante e Brad Barron sono due facce della stessa medaglia, infine, perché sono serie concepite per fare perno soprattutto
su un certo nerdismo imperante.
Il massimo sforzo da parte degli autori sembra quello di tirare fuori riferimenti che facciano presa sul mondo dei nerds (tipo le citazioni nazional-popolari travestite
da manna per l’intellighenzia, da George Clooney ed Eva Mendes in giù: in questo, per la verità, Detective Dante è un
passo “avanti” a Brad Barron). E se oggi questo fenomeno è in espansione a livello globale (sul Financial Times*
del 2 agosto, per esempio, c’era un ottimo articolo a proposito), ciò non lo rende meno antipatico. Buona lettura.
* Per chi si fosse chiesto come mai io legga il Financial Times, era l’unico newspaper
in inglese in mezzo alla pila di giornali in finlandese, nel volo Helsinki-Fiumicino…