Martin Mystère: Anno
1.1
di Nicola
Peruzzi
L'eterno
ritorno dell'uguale
La
serie Martin Mystère esce in tutte le edicole
italiane intorno al 12 del mese da più di 23 anni.
Non è certo la più vecchia delle testate Bonelli,
ma si è comunque ritagliata uno spazio di tutto rispetto
grazie ad un'inedita ed inusuale commistione di elementi fantastici
e realistici in cui si perde il confine tra gli uni e gli
altri; di conseguenza è riuscita a creare attorno a
sé un nutrito stuolo di irriducibili appassionati che,
nel bene e nel male, ha continuato a seguire e sostenere la
serie anche negli inevitabili periodi più cupi. Eppure,
da questo mese in avanti, qualcosa è destinato a cambiare:
Martin Mystère, a partire dal numero 279, muta
radicalmente in quanto a periodicità, dimensioni e
grafica. A detta dello stesso Alfredo Castelli, creatore e
curatore del personaggio, la vecchia formula a 94 pagine mensili
non era più adatta a mantenere alti i livelli qualitativi
della testata. I vertici della Bonelli sostengono che il pubblico
gradisca maggiormente le storie che si concludono in un singolo
albo ma, in base ad una valutazione di merito effettuata da
Castelli, questo incide sulla qualità delle storie:
le migliori della serie si sono rivelate infatti essere quelle
a 160 pagine*. Per questo motivo e non solo**, Martin Mystère
cambia pelle e diventa una pubblicazione bimestrale di 164
pagine dal costo di € 4,40. Considerazioni di ogni genere
sugli ipotetici "rischi" che un tale mutamento comporta
saranno evitate in questa sede, poiché già ampiamente
affrontate da Castelli in più di un occasione***.
Ciò che immediatamente colpisce di questo "primo"
numero del nuovo corso di Martin Mystère è il
titolo: Il destino di Atlantide. Fin da subito, torna
la tematica forse maggiormente presente e più spesso
utilizzata nella vita editoriale di Martin Mystère:
Atlantide, l'isola perduta. L'albo è un sequel dell'oramai
"storico" numero 1, Gli uomini in nero: tanto
l'ambientazione di partenza - le Isole Azzorre - quanto il
mystero da sciogliere, legato a macchine "impossibili"
di origine atlantidea, sono gli stessi che furono trattati
duecentosettantotto mesi fa. Si tratta quindi di un ritorno
alle origini, e il tema del ritorno è infatti una
delle colonne portanti di questo numero 279. La storia racconta
di un nostos, un ritorno nostalgico - simile a quelli
ben più celebri dei mitologici eroi greci - ai luoghi
in cui anni prima tutto aveva avuto inizio. Si chiude dignitosamente
un cerchio per iniziarne un altro: d'ora in poi, nel bene
e nel male, Martin Mystère non sarà più
lo stesso.
L'invasione degli ultracorpi
"Il
racconto che leggerete nelle prossime pagine", afferma
Castelli****, "è l'ideale seguito di quello pubblicato
nel n. 1". Ma si tratta davvero di un seguito? A voler
essere pignoli, un seguito ideale del numero 1 era già
stato scritto nel lontano anno 2000 da Castelli ed Alessandrini,
con la storia "Strano ma vero!"*****. Il
racconto in questione è servito a "festeggiare"
la maggiore età del Buon Vecchio Zio Marty: usciva
infatti in occasione del diciottesimo anno di vita della testata,
anche se con qualche mese di ritardo. "Strano ma vero!"
riprende luoghi, personaggi e tematiche affrontate nel numero
1; non solo, si pone in un certo senso come vero e proprio
remake, per utilizzare una terminologia non propriamente
fumettistica, de Gli uomini in nero. Numerose sequenze
all'interno degli albi ricalcano fedelmente quelle ben più
celebri del primo numero, causando nel lettore una notevole
sensazione di straniamento. In quegli stessi anni, tra l'altro,
Castelli collabora con Palumbo alla realizzazione del volume
Diabolik - Il re del terrore: il remake, che uscirà
in volume cartonato nel 2001: segno questo che l'idea di fare
un remake di una storia a fumetti italiana (unico precedente
extra europeo è L'eternauta di Oesterheld e
Breccia) era presente da tempo nella mente dello scrittore.
I numeri 221-222 di Martin Mystère, però, a
parte questa peculiare caratteristica, non brillano certo
per qualità della storia: sono serviti unicamente a
collocare al posto giusto determinati "tasselli"
che sarebbero poi risultati essenziali per la comprensione
del Gigante n. 7: Il numero della bestia.
Castelli ci riprova, quindi, e tenta di dare un seguito vero
e proprio alla storia forse più celebre dell'archeologo
americano; anche stavolta, però, non è del tutto
corretto parlare di sequel; il volume è in realtà
un aggiornamento, un upgrade. Il destino
di Atlantide, infatti, aggiunge un livello di lettura
inedito a quanto raccontato nel numero 1; si focalizza sui
dettagli, ripesca personaggi secondari, aggiorna il tutto
ai più recenti sviluppi della serie (la guerra tra
falchi e colombe nell'organizzazione degli Uomini
in Nero, ad esempio). Come nel caso del precedente "Strano
ma vero!", ci si trova al cospetto di una variazione
sul tema definibile, prendendo a prestito una definizione
coniata per il cinema dalla filmologa Cristina Borsatti******,
remake implicito. Il remake implicito è riconoscibile
come tale solo da un fruitore in possesso di particolari competenze
enciclopediche, una conoscenza approfondita dei prodotti di
riferimento che permetta di coglierne i collegamenti meno
manifesti. Nel cinema, piuttosto che nel fumetto, la situazione
è più usuale e consueta, si pensi ad esempio
ai film di Carpenter, spesso impliciti rifacimenti dei classici
del "maestro" Howard Hawks, o, per restare in tema,
allo stesso Hawks, che giunse a rifare se stesso in Rio
Lobo, plausibile aggiornamento di Rio Bravo. Ci
troviamo quindi di fronte a delle copie imperfette,
proprio come gli ultracorpi creati da Jack Finney.
Il destino di Atlantide è un aggiornamento,
godibile tanto dai lettori di vecchia data che sapranno cogliere
al volo i vari rimandi alla continuity mysteriana,
quanto dai neofiti che, come i lettori del 1982, si troveranno
a leggere un prodotto fresco, nuovo, scritto con una sensibilità
ed un gusto per la sceneggiatura moderni e attuali. Frequenti
rotture nella continuità narrativa, introdotte da flashback
e veri e propri viaggi nel tempo, permettono una lettura veloce
al punto giusto delle 160 pagine di cui è composta
l'opera.
Un ottimo ritorno al passato, quindi, ma anche un buon punto
di partenza, in cui vengono messe in gioco tutte le più
importanti pedine dell'universo mysteriano, chiuse definitivamente
- ma sarà poi vero? - alcune sottotrame del passato,
e create ex novo delle implicazioni che lasciano stupefatti,
inquieti e al tempo stesso speranzosi per quel che riguarda
il futuro della testata (si legga a tal proposito la riflessione
di Martin Mystère che chiude il numero).
Ombre diafane
Come
si è visto, il numero 279 non è stato il primo
tentativo di reload della testata, per usare un termine
di recente entrato in voga nel mondo dei comics. In più
di un occasione intuizioni più o meno fortunate hanno
permesso a Castelli di sperimentare e tentare di rinnovare
la sua creazione. A voler essere maliziosi, si potrebbe affermare
che gli autori siano stati costretti a sperimentare a causa
dell'esaurimento di uno dei temi portanti della testata: il
mistero. Negli anni settanta-ottanta si è assistito
ad una incredibile proliferazione di testi dedicati all'archeologia
"impossibile"; non si contano infatti i Kolosimo,
i Berlitz e gli Asimov in letteratura e gli Indiana Jones
nel cinema. Questo ha permesso ad un albo "insolito"
come Martin Mystère di ottenere successo (per quanto
non immediato, almeno nelle vendite) e affermazione; inevitabilmente,
però, con l'andare del tempo i cosiddetti mysteri hanno
cominciato a venire meno, forse anche a causa di un'eccessiva
esposizione del personaggio dovuta agli speciali estivi e
agli albi fuoriserie. Nel 1992 si è tentata quindi
la via dei racconti completi in un singolo albo, per venire
incontro ai gusti del pubblico che, come già detto,
apprezzerebbe maggiormente le storie autoconclusive piuttosto
che quelle in più albi. Spesso però condensare
la storia in un albo rendeva la conclusione della vicenda
troppo veloce e raffazzonata, e una suddivisione in due albi
(unica eccezione concessa) obbligava l'autore a diluire in
duecento pagine un soggetto che poteva essere raccontato in
centocinquanta. Pian piano, quindi, la serie ha fatto marcia
indietro e gli autori sono tornati sui propri passi, concedendo
alle storie tutto lo spazio che meritavano.
Anche a livello narrativo, numerosi sono stati i tentativi
di dare respiro al personaggio: cambi di ambientazione - si
ricordi il viaggio e la triennale permanenza in Italia -,
grandi saghe in stile americano, come quella della fine del
mondo (numeri 196 - 213), che avrebbe dovuto traghettare Martin
Mystère nel nuovo millennio. Anche qui però,
il desiderio di rinnovamento è stato accompagnato da
un forte istinto di conservazione, che ha finito per prevalere
ed ha impedito una reale affermazione di cambiamenti in grado
di dar nuova linfa vitale alla testata. Il tutto unito alla
presenza sempre più sporadica di Alfredo Castelli ai
testi della serie regolare, affidata a collaboratori esterni
non sempre all'altezza delle aspettative. Inevitabilmente,
Martin Mystère ha iniziato a perdere smalto, ed ai
picchi altissimi che aveva raggiunto non solo coi primi quaranta
numeri della serie, considerati piccoli gioielli della produzione
italiana a fumetti, ma anche con alcuni positivi exploit delle
avventure italiane e di quelle immediatamente successive (si
pensi ad esempio alla splendida Affari di famiglia
che segna il felicissimo esordio del Docteur Mystère),
sono seguiti picchi negativi altrettanto pesanti subito dopo
il numero 200. Esempio recente è Gli uomini del
blues, connotato da ingenuità narrative notevoli
e da dialoghi e caratterizzazioni inverosimili e per nulla
in linea con lo spirito dei personaggi.
Era quindi necessario un cambiamento, stavolta definitivo,
che permettesse alla testata di ritrovare le caratteristiche
di un tempo, caratteristiche ultimamente reperibili solo ed
esclusivamente nelle storie scritte da Castelli, Recagno,
Morales e pochi altri. Nel luglio 2004, quindi, Bonelli annuncia
la sospensione di testate del calibro di Nick Raider, Jonathan
Steele e Legs Weaver ed il completo restyling di Martin Mystère.
Niente di improvvisato, dunque, tutt'altro: il mutamento è
stato pianificato a tavolino e nei dettagli, e dal numero
268, La pietra caduta dal cielo, se ne sono avute le
prime avvisaglie. Per fare alcuni esempi, il ritorno in pianta
stabile di Castelli alle redini della serie regolare ed il
ritorno di tematiche appartenenti al passato più o
meno recente di Martin Mystère (Il gatto che sapeva
leggere, Fumetti del Mystero). Il passaggio al
bimestrale è stato quindi, per lo meno a livello qualitativo,
piuttosto indolore.
Il destino di Martin Mystère
A
livello di sceneggiatura, seppure non privo di alcune sbavature,
Il destino di Atlantide risulta qualitativamente molto
buono. Il ritorno ai luoghi in cui tutto ha avuto inizio va
avanti senza eccessive forzature, ed un piacevole gioco di
incastri tra passato, presente e futuro, reso da Castelli
con un magnifico gioco di montaggio tra eventi attuali e remoti,
mantiene costantemente desta l'attenzione del lettore. Personaggi,
luoghi ed avvenimenti, per quanto ben conosciuti dai fan di
vecchia data del Professore, risultano immediatamente comprensibili
anche al neofita grazie all'utilizzo di inserti ripresi dal
numero 1 e riproposti in quest'albo quasi senza alcuna variazione,
se non a livello di grafica o di inquadrature. Piacevole il
"corto circuito" sensoriale che si viene a creare
nel momento in cui Castelli inserisce la presentazione di
Martin Mystère e Java così com'era stata realizzata
ne Gli uomini in nero: l'uso invasivo di didascalie
esplicative tipico del periodo storico in cui il racconto
è uscito, ostenta un nettissimo contrasto con il resto
della narrazione, marcando in maniera molto forte la decontestualizzazione
di quella particolare sequenza dal resto della storia. Castelli
mette in luce ancora una volta come il suo stile abbia saputo
modificarsi col passare del tempo, anche se di tanto in tanto
eccede nell'utilizzo dello strumento delle citazioni - tanto
in voga di questi tempi - che appaiono, all'interno della
narrazione, come note stonate. Il viaggio nel tempo che avviene
esattamente come nel Terminator di Cameron, il relitto
sommerso che si presenta identico a quello visto nello Sfera
di Levinson, per dirne alcune a titolo d'esempio, risultano
un po' pesanti e senza alcuna reale utilità ai fini
della narrazione. Pur tuttavia, non è dato sapere quanto
sia dovuto allo sceneggiatore e quanto ai disegnatori. Un
altro appunto che è possibile fare alla sceneggiatura
è forse il fatto che, per i lettori di vecchia data,
risulti eccessivamente ridondante*******; ovviamente questa
è la naturale conseguenza del fatto che la storia debba
fungere da starting point per eventuali nuovi lettori
che si avvicinino (o si riavvicinino) alla testata. Eppure,
la chiave moderna in cui vengono raccontati eventi del passato
permette anche ai lettori più navigati di godere appieno
della vicenda. A livello di ritmo, la storia è ottima:
i momenti di azione e di introspezione sono dosati in maniera
eccellente, e l'uso di colpi di scena di notevole impatto
permette di rompere la linearità della narrazione e
di tenere vivo l'interesse fino alla conclusione del racconto.
Martin Mystère è ancora in fase di rodaggio,
ma le premesse per un rilancio di qualità delle storie,
al momento ci sono tutte.
A livello grafico salta subito all'occhio l'assenza di Alessandrini
alle matite della storia. Il ritorno alle origini citato più
e più volte nel corso di questo articolo risulta quindi
in parte monco: l'assenza del creatore grafico del personaggio
pesa non poco sulla resa qualitativa definitiva dell'albo.
Al suo posto ci sono Cardinale e Orlandi, acquisti recenti
della scuderia Bonelli già visti all'opera nei numeri
261 e 262 (ad opera però di Leoni e Cardinale), nel
267 e nei recentissimi 274 e 275. Per quanto si mantengano
su standard dignitosi per tutta la durata dell'albo, alcune
sbavature impediscono di considerare completamente buono il
lavoro della coppia. Ad esempio l'inchiostratura, che appare
lievemente differente nelle due metà dell'albo: gli
esiti non appaiono quindi sempre coerenti nell'arco delle
centosessanta pagine. Inoltre i particolari mutano troppo
repentinamente; esemplare il terzo occhio di Martin Mystère,
un piccolo tatuaggio di forma triangolare che ha marchiato
in fronte, che non trova mai pace: compare e scompare da una
tavola all'altra, muta all'improvviso nelle dimensioni e,
quel che è peggio, nella forma risultando tanto spesso
rivolto verso l'alto quanto verso il basso. Ben inteso che
si tratta di dettagli, dettagli che però influiscono
nella lettura e ne e ne pregiudicano l'effetto finale. Probabilmente
se quest'albo fosse stato affidato ad un Alessandrini o ad
un disegnatore "storico", i risultati avrebbero
potuto essere differenti.
La nuova impostazione grafica della testata è semplicemente
eccellente: mutano le copertine esterne ed interne (colori
e grafica sono dello stesso Castelli), il frontespizio, ora
una soggettiva del BVZM davanti al consueto Macintosh, i redazionali.
Questa volta, il mutamento sembrerebbe radicale e definitivo,
anche se il condizionale, visti i precedenti, è d'obbligo.
Il futuro della testata appare fin d'ora legato al tema dei
nostoi citato in apertura: il prossimo albo, su testi
di Recagno e disegni di Torti, si intitola Ritorno alla
Terra Che Non C'è. Due mesi di sosta sembrano davvero
interminabili, nonostante lo speciale estivo in uscita a luglio
possa fungere da palliativo. Ma se una lunga attesa è
il prezzo da pagare per il miglioramento della qualità
della testata, allora è ben accetto. Martin Mystère
è morto, lunga vita a Martin Mystère.
* L'intervento di Castelli è
consultabile nel sito
dell'A.mys
** In una recente intervista
rilasciata a Domenico Catagnano del quotidiano on line Tgcom,
Alfredo Castelli ribadisce tutti i motivi che hanno portato
a questa scelta.
*** A tal proposito si vedano
gli editoriali dei numeri 278 e 279 o l'intervista citata
in precedenza.
**** Si veda l'editoriale di
Martin Mystère n. 279.
***** Numeri 221 e 222, agosto
e settembre 2000.
****** Borsatti C., Il Remake.
Il cinema degli ultracorpi, Revolver, Bologna 2003.
******* Lo stesso Castelli sostiene
questa tesi nell'intervista
al Tgcom citata in apertura.