John Bolton: Un Profilo
di Alessandro Pinna
John Bolton vive a Londra (dove è nato nel 1951), in una casa che
si diverte a descrivere come un antro pieno di insetti morti. In questa misteriosa
dimora lavora muovendosi fra due stanze, seguendo le oscillazioni del pendolo
della propria creatività: “Una serve a sperimentare ogni tipo di tecnica;
faccio della ricerca fino a quando, magari per caso, non scopro qualche soluzione
inedita.
Nell’altra stanza, invece, mi comporto in modo più metodico. È
anche molto più ordinata, mentre dove lavoro con l’aerografo e faccio
sperimentazione c’è un enorme disordine e spesso non ci ritrovo più
niente. Vado da una stanza all’altra secondo le esigenze del momento ed è
come se mi sentissi due persone diverse, che si adattano alle necessità
del disegno”. (1) Grazie a questo metodo di lavoro un
po’ schizofrenico, l’artista inglese (che di persona appare equilibratissimo!)
ha realizzato alcuni dei più interessanti fumetti degli ultimi trent’anni.
Passione per l’arte e sperimentazione
Se si dovesse descrivere Bolton con un solo aggettivo, probabilmente la scelta
cadrebbe su “eclettico”. L’artista inglese è infatti uno sperimentatore
che si esprime in molte forme: illustrazioni, fumetti, copertine, storyboards
per il cinema e perfino sculture ed immagini per giochi di carte.
La versatilità di Bolton si manifesta anche a livello tecnico, attraverso
l’uso combinato di acquerelli, tempere, colori ad olio, aerografo e computer
grafica.
Diplomato in illustrazione e design, Bolton ha svolto diversi lavori prima
di approdare, quasi per caso, al fumetto. Assiduo frequentatore della Tate
Gallery, ha studiato fin da giovane la grande pittura, in particolare quella
surrealista (Ernst, Magritte e soprattutto Dalì). Tutta l’opera di
Bolton nasce dall’assimilazione dell’arte del passato, rifusa in uno stile
mutevole in cui si può sempre rintracciare, però, l’impronta
personale: “Un po’ tutti i pittori e i disegnatori possono servirmi da punto
di riferimento, e lo hanno fatto, a seconda dei lavori che stavo svolgendo.
Picasso e Dalì mi hanno influenzato, ma anche illustratori come Arthur
Rackam e Edmund Dulac”. (1)
Una parte della produzione di Bolton riflette questa passione per l’arte
in modo esplicito. È il caso di alcune storie brevi (originariamente
comparse sulla rivista A1 della Atomeka Press ed ora parte del volume Strange
Wink) in cui Bolton si ispira a Picasso, Van Gogh, Bosch e Arcimboldo e di
una ballata di Goethe, Il re degli elfi, illustrata con uno stile pittorico
mutuato da Schiele.
Bolton ama anche la fotografia e la usa nelle sue opere, senza cadere nel
piatto iperrealismo. Buona parte del fascino delle sue illustrazioni, anzi,
si deve all’innesto di aspetti surreali, fantastici o orrorifici su una base
realistica.
Un’altra notevole capacità di di Bolton è quella di di mettere
la propria versatilità al servizio della narrazione e delle atmosfere
del racconto, non importa a che genere esso appartenga (si è cimentato
con successo, fra l’altro, con la Sword & Sorcery, l’Horror ed i supereroi).
Questo spiega l’estrema varietà delle collaborazioni che l’artista
inglese può vantare.
Dalla Sword & Sorcery agli X-Men
Dopo alcuni anni di apprendistato nel suo paese (su riviste come Look In,
House of Hammer e Warrior), Bolton ha aperto, insieme a Barry Windsor Smith,
la strada ai numerosi autori inglesi che, nel corso degli anni ’80, sono
approdati al mercato statunitense. Come il celebre collega (famoso per il
suo Conan), Bolton si è fatto apprezzare per l’interpretazione di
un personaggio di Robert E. Howard: Kull di Valusia.
L’editor Ralph Macchio, che era rimasto favorevolmente colpito dall’intervista
e dai disegni di Bolton pubblicati su The Comics Journal, gli offrì
la possibilità di lavorare per la Marvel scegliendo il personaggio
che preferiva. La scelta di Bolton cadde su Kull, data la sua passione di
antica data per l’universo narrativo di Howard: “In college avevo letto praticamente
tutta la produzione di Robert E. Howard e, anche se quel che preferivo apparteneva
alla saga di Conan, pensai fosse meglio evitare di mettermi sulle orme di
Barry Windsor Smith. Quando ricevetti la sceneggiatura scritta da Doug Moench
mi sono sentito un po’ sperduto, perché c’erano davvero pochissime
informazioni e io ero abituato a lavorare con scritti più dettagliati
[...] La libertà di cui potevo usufruire, comunque, era davvero bellissima”.
(1) Questa scelta gli permise di far apprezzare il suo disegno classico ed
elegante e tracciò la via per i lavori successivi. Alla prima storia
di Kull (Il demone in uno specchio d’argento, 1981), fecero seguito altri
fumetti fantasy: un altro racconto del re di Valusia (Il sangue dei re) e
Marada la lupa (su testi di Chris Claremont, 1982), che comparve, come alcune
storie brevi, sulla rivista Epic Illustrated.
Dopo The Black Dragon, miniserie di ambientazione medievale sempre su testi
di Claremont (1985), Bolton fu invitato dallo scrittore degli X-Men a realizzare
alcune storie del gruppo da pubblicare in appendice alla ristampa dei vecchi
episodi. Nonostante la titubanza iniziale a cimentarsi con i supereroi (una
tipologia di personaggi che non amava molto), Bolton decise di accettare
la sfida. Fu un successo: ancora oggi questi racconti degli X-Men sono ricordati
grazie alla sensibilità di Bolton nell’illustrare le storie introspettive
di Claremont. “Alla fine ho accettato,” ha dichiarato Bolton, “non tanto
perché mi sentissi fiducioso nel genere, ma perché lo ero nei
confronti dei problemi dei personaggi. Sentivo di potercela fare, che dovevo
credere, in qualche modo, in ciò che facevo. Soprattutto, non avevo
fiducia nei supereroi. Ora li trovo più credibili, non credo che potranno
mai esistere, ma trovo che i personaggi siano tridimensionali.” (2)
Contemporaneamente a Classic X-Men, Bolton lavora per il mercato indipendente
realizzando copertine per le testate della Pacific e della Eclipse, quindi
si cimenta con la graphic novel Someplace Strange, sceneggiata da Ann Nocenti
(1988).
La passione per l’Horror e il sodalizio con Clive Barker
A partire dall’anno seguente, Bolton trova in un vicino di casa – nientemeno
che il signor Clive Barker! – il complice ideale per dar sfogo alla sua vena
Horror. A proposito della sua passione per il genere, Bolton dice “L’horror
mi offre la libertà di fare ciò che voglio, perché non
esistono regole di base. Gli incubi, a mio parere, sono una forma di ricerca
per il lavoro del giorno dopo. Ci sono così tanti elementi nell’horror:
è surreale, è divertente, è stimolante. È questo
che mi intriga e mi stimola maggiormente.” (2)
La capacità di creare immagini macabre, gotiche e surreali è
un talento che Bolton coltiva ancor prima di conoscere Barker. Fin dall’inizio
della sua carriera si cimenta in riduzioni di film dell’orrore (una delle
più riuscite, in assoluto, è quella de L’armata delle tenebre
di Sam Raimi) e sono celebri le sue illustrazioni di vampiri e l’interpretazione
data di Alien in numerose copertine delle miniserie Dark Horse.
Bolton si rivela subito come un perfetto interprete degli incubi di Barker
e la loro collaborazione produce storie memorabili come In collina, le città
(pubblicata originariamente su Clive Barker’s Tapping the Vein Book 2, 1989).
Grazie anche all’apporto di Bolton, Barker può varare una
serie a fumetti che amplia la saga di Hellraiser, già sviluppata nei
suoi libri e in un film di successo.
I disegnatori che collaborano al progetto Hellraiser adottano tutti uno stile
pittorico, ma Bolton si distingue nettamente per l’eleganza e per la perfetta
adesione all’immaginario barkeriano. Fra gli episodi firmati da Bolton, ci
piace ricordare I canonici del dolore su testi di Saltzgaber, una storia
che vede la scatola di Lemarchand nel Medioevo, dove il cenobita di turno
viene scambiato, ovviamente, per Satana. Le storie horror del duo Barker-Bolton
sono state riproposte di recente in Italia dalla Lexy e dalla Free Comics
(oltre a The Yattering and Jack, adattamento di un racconto di Barker, sono
usciti vari volumi dedicati alla saga di Hellraiser).
La DC Comics e Man-bat
Gli anni ’90 si aprono per l’artista inglese con un’importante collaborazione
con la DC. Karen Berger gli dà carta bianca per il primo episodio
di Books of Magic, su testi di Neil Gaiman. Qui Bolton dà prova della
sua capacità di utilizzare molti stili anche all’interno della medesima
storia, senza che stridano l’uno con l’altro, e si diverte a modellare Timothy
Hunter sulle sembianze che suo fratello maggiore aveva da bambino. Si tratta
di un espediente che l’artista inglese utilizza volentieri: in alcuni suoi
fumetti e illustrazioni si possono riconoscere la moglie Liliana e i figli
Edward e James.
Sempre per la DC, Bolton realizza nel 1995 Man-Bat, una miniserie scritta
da Jamie Delano. Nonostante la sua riluttanza a disegnare supereroi, accetta
il lavoro perché gli offre la possibilità di disegnare il mostruoso
avversario di Batman: “Ho accettato di disegnarlo solo perché c’era
Man-Bat. L’Uomo Pipistrello è solo un comprimario, anche se non significa
che non sia presente nell’albo. Mi piace molto Batman ed è un personaggio
molto amato, ma quando mi è stato commissionato c’erano già
sul mercato The Cult, The Dark Knight Returns, Arkham Asylum. Non volevo
dare l’impressione di saltare sul carro dei vincitori. Per giustificare a
me stesso il fatto di non essermi ‘venduto’ ho imposto che il protagonista
fosse la veccha nemesi di Batman”. (2) Ancora una volta la scelta di Bolton
si rivela azzeccata: Man-Bat raggiunge il lusinghiero traguardo delle 100.000
copie vendute.
Nell’ultimo decennio, Bolton ha proseguito senza sosta la sua attività,
dedicandosi a progetti etrogenei e sperimentali. Fra questi ultimi si segnala
User, miniserie in tre numeri scritta da Devin Grayson (e disegnata, oltre
che da Bolton, da Sean Phillips), in cui il nostro si serve del computer
per rielaborare le tavole ambientate nel cyberspazio.
Bolton e l’Italia
In Italia Bolton ha sempre goduto della giusta considerazione, grazie anche
a critici come Luca Boschi e Francesco Meo, ed è stato ospite di fiere
e mostre (ricordo ancora con piacere la Lucca dell’ottobre 1992, durante
la quale l’artista inglese si è concesso senza risparmio ai fans).
L’affetto che l’Italia nutre per Bolton è, d’altra parte, ricambiato:
“Lo sento come paese vicino!”, ha dichiarato Bolton, “Ho una casa qui, e
poi c’è una grandissima tradizione culturale. Inoltre credo che l’Italia
ha apprezzato e capito la mia arte molto di più che non il mio paese.
L’italiano ha un approccio adulto con il fumetto, specialmente con i miei
nudi che in Inghilterra sono stati censurati dalle stesse librerie, nel modo
in cui li esponevano. In Italia invece anche i nudi sono stati pubblicati
ed esposti, come è accaduto a Bologna, per esempio.
Questo perché l’Italia, come è nella sua tradizione, capisce
lo stile e l’arte molto meglio di qualunque altro paese europeo. Inoltre
credo che il mercato italiano sia più sofisticato e soprattutto privo
di paraocchi.” (3)
La Magic Press propone la produzione più recente di Bolton nei volumi
Menz Insana (un viaggio nella follia su testi di Christopher Fowler), I doni
della notte (scritto da Paul Chadwick) e Il San Valentino di Arlecchino (firmato
da Neil Gaiman). La defunta Lexy, invece, ci ha lasciato in eredità
opere come Strange Wink, The Black Dragon, Someplace Strange e la già
citata The Yattering and Jack.
1 La magia di John Bolton, intervista di
Luca Boschi, con la collaborazione di Alberto Becattini, DC Comics Presenta,
Anno II - N.12 (Horror 25), Roma, Comic Art, gennaio 1994.
2 Questione di stile, postfazione a Il cabaret dell’orrore, Bologna, Phoenix Enterpise, maggio 1997.
3 Strange Wink, introduzione di John Bolton, Terni, Lexy Produzioni, 2000.