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Dal cimmero al Grande Sovversivo: Intervista a Simone Bianchi
di Emiliano Longobardi e Simone Satta (un ringraziamento speciale a Emanuele Vietina)

 

     Qual è stata la tua formazione? Su quali letture hai germogliato l’idea di diventare un disegnatore?

     Oddio non è mai facile ricostruire il come, il quando e soprattutto il dove. I fumetti hanno accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza come quella di molti altri ragazzi, ma ho chiaramente stampato nella mente il mio primo, vero, fulminante incontro col fumetto: sono state la lettura delle Sturmtruppen di Bonvi e Asterix di Uderzo. Per un ragazzino della mia età fu una specie di epifania. Immagini, storie e pensieri in un mix unico. Per quanto alla fine le espressioni dei due maestri siano molto lontane dalle mie sintesi figurative attuali, devo dire che sono state le loro storie che hanno preso per mano il Simone bambino e lo hanno trasportato nel magico mondo delle nuvole disegnate. La mia formazione poi è stata piuttosto classica, studi artistici generici insomma. Il Liceo Artistico a Lucca, nella mia città, e l’Accademia delle Belle Arti a Firenze. Sicuramente questi passaggi sono stati importanti, sono entrato in contatto con gli strumenti, ma credo che alla fine non abbiamo influito molto sulla mia scelta professionale. Probabilmente il sacro fuoco per la professione è stato accesso dalla lettura di opere come il primo numero di Nathan Never di Claudio Castellini, o gli albi del periodo aureo di Dylan Dog che è stato il cordone ombelicale con le strisce disegnate in un momento in cui (tra i sedici e vent’anni) avevo riposto le matite per dedicarmi completamente alla musica. Senza dimenticare che è in quei Dylan Dog che ho incontrato le matite di Claudio Villa e altri straordinari disegnatori.

     In tutti questi anni, come hai visto mutare ed evolversi il tuo stile e quando te ne sei sentito maggiormente padrone?

     Sai la bottega di Claudio Castellini è stata per me una palestra fondamentale e indubbiamente il suo segno si riconosceva chiaramente nei miei primi lavori. Se date un’occhiata al Conan della Marvel Italia che ho finito di realizzare nel 1997 tutto vi sarà chiaro. Dal 1998, anno in cui ho cominciato a dedicarmi intensamente all’illustrazione, ho cominciato a perdere progressivamente l’influenza di Claudio, che rimane comunque un punto di riferimento assoluto, e piano piano si sono venute delineando delle cifre stilistiche più personali. Ancora oggi non mi sento completamente padrone del mio stile ma forse non è nemmeno quello che cerco… non credo di dover essere padrone del mio stile, penso piuttosto di doverlo guardare da lontano, per capirlo, e convivere con lui in perenne evoluzione, senza che io sia il suo padrone e senza che lui abbia il sopravvento sulle cose che faccio.

     Cosa senti più in punta di matita e in punta di pennello e cosa, invece, stenta di più ad andare sulla carta?

     Per il momento l’immaginario fantasy e quello fantascientifico sono gli immaginari che esplodono più istintivamente dal mio pennello. Come dicevamo poco sopra mi piacerebbe auto-definirmi proprio come fa uno dei miei più caro colleghi, nonché un grande artista, Ciruelo Cabral: lui si ritiene un’estudiante e da bravo studente e ricercatore spero che sul mio pennello si affollino quante più suggestioni possibili, tutte degne, se possibile, di essere rappresentate. Per quanto poi attiene alla pittura e all’illustrazione preferisco le sfide che mi impegnino sui territori delle visioni metafisiche e oniriche sempre condite dalle pulsioni del fantastico. Penso che Ego Sum con il suo new-age high-tech ne sia una prova tangibile.

     Secondo te, cosa significa raccontare graficamente una storia?

     Beh… difficile. Penso che un’operazione estetica sia una operazione estetica, bisogna avere qualcosa da dire e saper toccare le profonde corde dell’animo di chi ha la voglia di starti a “sentire”. Vale con la letteratura, con la musica, con la pittura, con la scultura e con il cinema, credo che il fumetto non si sottragga a questa regola. Tecnicamente credo che in una storia-grafica si debba avere l’umiltà di rinunciare a eccessivi virtuosismi stilistici per sapersi mettere al servizio di un obiettivo complessivo. Quando si pensa graficamente una storia non basta essere un bravo regista, o un bravo direttore della fotografia, o un bravo costumista, o un bravo sceneggiatore, bisogna essere un attento direttore d’orchestra e far girare tutti gli elementi al meglio senza che nessuno di questi prevalga sugli altri.

     Fra i tuoi maestri citi Claudio Castellini e Ivo Milazzo, due cartoonist a dir poco antitetici. Cosa hai appreso dall'uno e cosa dall'altro?

     La formazione di un artista in ogni campo non è la somma degli elementi ma è l’amalgama degli effetti che questi elementi hanno prodotto sull’arista. Lavorando con Claudio ho cercato di studiare la sua accuratezza anatomica e le costruzioni spettacolari delle singola vignette. Osservando Ivo ho cercato di apprendere la freschezza della pennellata e la composizione della singola tavola sorprendente, a tratti geniale, ma sempre funzionale.

     Quale processo ha portato al tuo coinvolgimento in Seven Soldiers?

     Un pranzo a New York, del tutto casuale (o forse non del tutto…) tra me, Peter Tommasi e Micheal Bair (rispettivamente editor e inchiostratore in DC). In quei mesi ero andato ad abitare nella Grande Mela (salvo una doverosa escursione californiana per la Comicon di San Diego). Avevo voglia di fare un’esperienza, disegnare fuori dal mio ambiente usuale, trarre nuove suggestioni e conoscere meglio il mercato USA. Il tutto su suggerimento del mio agente americano Sal Abbinanti (Comicprosbook la scuderia di Alex Ross, Adam Hughes, Angel Medina) che senza dubbio, oltre ad essere uno straordinario amico, ed è stato, ed è tutt’ora il mio Virgilio nel tortuoso viaggio attraverso i danteschi gironi del Comics made in USA.

     Seven Soldiers rappresenta il tuo vero biglietto da visita per il mercato USA, hai già altri contatti avviati? se no, a cosa ti piacerebbe lavorare? su che personaggio/i e con quale scrittore?

     Oddio… è una domandona, probabilmente servirebbe un’intera intervista solo per questo. Semplifichiamo le cose, io le sparo grosse e tu stai al gioco. Ok?
Allora vediamo… mi piacerebbe lavorare su una graphic novel completamente dipinta di Batman, e tanto per citare un personaggio un altro personaggio di basso profilo, ti garantisco che farei qualsiasi cosa di Wolverine!
Le ho sparate abbastanza grosse… vabbeh, io cerco di fare bene il mio lavoro e il tempo sarà il giudice migliore. Uscito Shining Night ho ricevuto molte richieste, e questo è un buon segno, ma per adesso sto bene alla DC Comics e credo di non muovermi per un po’. Prossimamente, in contemporanea con il terzo e quarto numero di SN lavorerò alle copertine di Hawkman e Green Latern, ancora DC.

     Cosa puoi dirci dell'esperienza con Grant Morrison? Che tipo di sceneggiature ha usato con te e che tipo di feedback avete avuto?

     Ecco questo è stato un grande traguardo. Lavorare con il “grande sovversivo” è stato una delle più intense soddisfazioni professionale della mia (sinora breve carriera). E’ uno scrittore molto visionario, cimentarmi sui suoi suggerimenti e sulle sue suggestioni mi è stato di grande arricchimento, è uno che sa progettare e che conosce il respiro della narrazione. Ha un gusto speciale per l’inquadratura, le sue sceneggiature sono delle piccole opere a se stanti. Risvolto della medaglia… ha un vocabolario dannatamente ricco, quello ti stende se non hai il monolingue continuamente sotto mano! Comunque come ti dicevo poco sopra, le storie hanno funzionato e al pubblico sono piaciute, e pare che abbia destato interesse anche il nuovo Cavaliere Scintillante di Simone Bianchi, insomma non c’è male.

     E' appena uscito il secondo volume di Ego Sum, opera da te interamente realizzata e che si dipana sul doppio binario dell'avventura fantascientifica tout-court e del meta-testo dedicato a temi suggestivi come la coscienza di sé, l'identità e la memoria: come hai affrontato questo processo creativo? Quali gli aspetti più gratificanti e quali quelli più difficoltosi??

     MCome credo facciamo un po’ tutti, ho scritto il soggetto in una paginetta e dopo l’approvazione dell’editore ho lavorato sulla sceneggiatura visualizzandola attraverso una serie di thumbnails, che mi hanno aiutato a costruire il continuum narrativo e a individuare le inquadrature chiave. E’ indubbio che la mia formazione sia prevalentemente figurativa e nella stesura della sceneggiatura questo è emerso prepotentemente. Per questo se dovessi risponderti agli ultimi quesiti della domanda direi che la parte più gratificante rimane quella con matite e pennello e la parte faticosa è quella in cui mi devo sforzare di delineare la storia in modo organico e lineare. Punto su cui ho lavorato molto nel secondo Ego Sum, visto che il primo volume aveva dei limiti sul piano della progettazione narrativa. Quello che riguarda gli interventi meta-testuali e la presenza di temi, da qualcuno deifniti “new-age high-tech”, posso dirti che sono un esperimento in embrione, a cui tengo molto. Sono veramente stimolato a sondare quel territorio del non detto e del sentito, e “da grande” vorrei andare oltre il processo narrativo classico e arrivare alla trasmettere emozioni attraverso un sistema di immagini e parole in libertà decontestualizzate dallo schema narrativo. Quanto alle riflessioni espresse su tematiche come l’autocoscienza, l’identità e la memoria sono sicuramente residui dell’esperienza autobiografica che inevitabilmente sono concorsi nella stesura di Ego Sum. In questo senso il percorso di pratica buddista, intrapreso due anni fa, ha fatto sì che mi ponessi di fronte a certe questioni in modo più dialettico.

     Negli anni hai maturato l'esperienza di docente all'Accademia di Belle Arti di Carrara, insegnando Tecniche del Fumetto insieme ad ivo Milazzo. Cosa puoi dirci a proposito di quest'esperienza? Le Accademie di Belle Arti sono generalmente un posto molto ostile (o al limite indifferente) per quanto riguarda il fumetto. Siete mai stati visti come artigiani di un'arte inferiore o, meglio, di una non-arte?

     La nostra esperienza è stata sempre estremamente positiva. Abbiamo sempre avuto un grande rispetto all’Accademia e il media delle nuvole disegnate è sempre stato preso in grande considerazione. Poi si sa, sentirsi dare del lei e del professore a 26 anni è gratificante, oltre che buffo e divertente (dopo avermi conosciuto adesso tutti mi danno tutti del tu!). Detto fra di noi poi, l’Accademia è anche un gran bel luogo per socializzare e per uno come me che se ne passa il tempo chiuso in casa a disegnare è una superba isola di rigenerazione. Lavorare con Ivo e è straordinariamente appagante e stimolante, e vedere i ragazzi che migliorano seguendo i tuoi consigli ti fa stare bene. Insomma l’insegnamento è una parte del mio lavoro a cui non mi sentirei mai di rinunciare.

     La tua attività spazia anche in campi come quello della pittura, della modellazione 3d, dello storyboard e del character design: quali motivazioni stanno alla base di tale eclettismo? Quali differenze sostanziali, sotto il profilo della professionalità e degli iter produttivi, hai riscontrato rispetto al mondo-lavoro del fumetto?

     Lavorare in altri campi mi ha sicuramente dato nuovi stimoli e mostrato aspetti e applicazioni diverse della mia professionalità. Come prassi lavorative le differenze non sono eccezionali, specie se si tratta della pittura. L’aspetto interessante è che nell’ambito del 3d si lavora di gruppo e questo ti consente di prendere nuovi spunti e nuovi direzioni artistiche.

     Quali sono i tre fumetti che non dovrebbero mancare nella biblioteca di un appassionato?

     Tre fumetti per tre grandi generi… mi devi concedere più margine. Ti propongo un tre per tre. Tre titoli per i fumetti italiani, tre per gli americani e tre per i francesi, che ne dici?

Italiani:
i numeri del periodo aureo di Dylan Dog (citare tutti è impossibile!), Sherazade di Toppi e, come già accennato, il numero uno di Nathan Never.
Americani:
Watchmen di Alan Moore, Sin City: Quel bastardo giallo di Frank Miller, Arkham Asylum di Grant Morrison
Francesi:
I giardini di Edena di Moebius, La Fiera degli Immortali di Enki Bilal e La Casta dei Meta Baroni di Jodorowsky-Jimenez.

 

 

Biografia

 

 

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