Tra Gotham e Sin City
di Manuel
Seu
Io
non ho viaggiato molto, lo ammetto, ma, seduto su una comoda
poltrona, sono riuscito a visitare due delle città
che più mi incuriosivano e ho scoperto che tra Gotham
e Sin City passa un universo intero: non pensavo che fossero
così lontane, ma sono stato ingenuo, alla pari di chi
crede che non esistano solo perché non le può
toccare o annusare. Molti di voi avranno già sentito
nominare queste due mitiche metropoli e magari le hanno viste
nascere sulle pagine a fumetti e non accetterebbero mai di
conoscerle in nessuna altra forma, ma sono certo che sanno
bene che quelle di cui sto parlando sono diverse, magari solo
di poco, ma lo sono. Esse sono state edificate e popolate
da due artisti molto talentuosi, Christopher Nolan, britannico,
giovane e raffinato, e Robert Rodriguez, texano, altrettanto
giovane e fin qui travolgente. Entrambi si sono ispirati alle
versioni cartacee di cui sopra, ma con atteggiamenti diametralmente
opposti. Il primo infatti, dopo aver ereditato il progetto
dalle mani di numerosi predecessori che per svariati motivi
l'avevano abbandonato, si è calato nel mondo di Batman
con un'umiltà ammirevole e inaspettata da un cineasta
tanto coccolato da critici e produttori, che gli hanno messo
a disposizione ben 150 milioni di dollari. Egli ha scelto
di isolare un'epoca molto precisa, quella delle origini dell'uomo
pipistrello raccontate da Frank Miller in Batman: Year
One(anche se nei titoli di testa il riferimento non compare),
e ha compiuto un percorso filologico di grande fascino, riproponendo
il sapore, gli umori, le paure e i tormenti di un decennio,
quello degli anni 80, che già sulle pagine di Miller
era pienamente protagonista. Un salto mortale concettuale
e teorico molto ardito, che nasce da un rispetto, una considerazione
e una fedeltà ideologica rare per la trasposizione
di un fumetto, soprattutto se di matrice hollywoodiana. Il
risultato è soprattutto di un realismo efficacissimo,
intriso di pietas, che si sposa a una spettacolarità
essenziale, mai modaiola o banale. Nolan non rinuncia a tutti
gli elementi che contribuiscono a rafforzare il mito di Batman
né a quelli di un classico blockbuster, ma li circonda
di sporcizia e robusta critica sociale, fa intendere che per
lui in vent'anni non è cambiato nulla( rivelandosi
singolarmente vicino alle tesi sul rapporto fra potere e paura
che Michael Moore espone nel suo Bowling for Columbine)
e fornisce il più grande servizio si possa rendere
a un'opera d'arte: ci convince che non parla di un mondo immaginario,
ma della nostra realtà. Innesca così un meccanismo
di immedesimazione e coinvolgimento che procede, finalmente,
per ritmi naturali, interrompendo la serie di film che sembravano
bignami dei fumetti che pretendevano di tradurre. In questo
viene sicuramente agevolato dal lavoro dell'equipe di artisti
di cui si è avvalso, ma soprattutto da una schiera
di interpreti, quasi tutti europei, perfetti e rilassati,
sui quali spiccano un Christian Bale abilissimo nel dare credibilità
senza forzare alla crescita di Bruce Wayne, e un redivivo
Gary Oldman, letteralmente straordinario, che, come tutti
i grandi commedianti, sembra aver sempre interpretato il ruolo
affidatogli, quello dell'unico poliziotto onesto in una palude
di corruzione e decadenza. Nolan, quindi, oltre a offrire
uno spettacolo godibile e appassionante, propone la sua idea
di trattamento di un modello precedente, un'idea semplice,
ma a quanto pare di ardua realizzazione: fedeltà significa
comprensione non imitazione. Spesso più ci si spinge
lontano dall'ascendente e più lo si ritrova al proprio
fianco, perché distanziarsene era l'unico modo per
riproporne lo spirito e il significato. Ogni autore ha il
proprio stile e sarebbe ridicolo pensare che il vero rispetto
di chi traspone possa basarsi proprio sullo stile, perché
quasi sempre si riduce a una esibizione di perizia tecnica
fine a sé stessa o a quella di un imitatore che non
aggiunge niente di buono o di nuovo. Per questo, innanzitutto,
sono convinto che Frank Miller dovrebbe sentirsi molto più
onorato dal tributo dell'autore di Batman Begins che
da quello, cui egli stesso ha collaborato in maniera fondamentale,
riservatogli dal suo ammiratore americano. Che cosa è,
infatti, la versione cinematografica di Sin City se
non un'enorme e orribile occasione perduta? L'occasione di
dimostrare che il cinema con le sue regole, i suoi tempi,
la sua tecnica, può offrire a un autore la possibilità
di arricchire la sua creatura di nuove suggestioni ed emozioni?
Invece Sin City fallisce dove si palesa la sua natura
di operazione fredda, imitativa, di fotocopia scolorita e
arida. Ho avuto continuamente la sensazione di trovarmi al
cospetto di uno scherzo che non avevo capito e che forse non
era rivolto a me, della recita in costume di una filodrammatica
di guitti invecchiati, tutti con la loro ridicola maschera.
Rodriguez e Miller hanno sbagliato proprio dove Nolan ha trionfato,
scavando un solco insormontabile fra lo schermo e la platea,
un solco che hanno seminato, purtroppo, con dosi massicce
di comicità involontaria(e non solo perché,
come ha sottolineato Antonio nella sua recensione, la voce
fuori campo di Miller è credibile esclusivamente sulle
sue tavole, e non averlo capito è un errore da dilettanti),
recitazione amatoriale e presunzione. La presunzione di chi
crede di poter prescindere dai canoni di un medium per piegarli
a quelli di un altro, che non è né migliore
né peggiore, semplicemente diverso; chi ha detto che
ciò che funziona sulle tavole a fumetti sia altrettanto
vincente davanti a una cinepresa? E per una volta le scelte
formali sono anche scelte di contenuto: infatti così
come l'opera di Nolan si serve quasi esclusivamente di effetti
speciali tradizionali, Sin City esiste solo sui computer di
chi l'ha creata, e io, da viaggiatore inesperto quale sono,
ci sono rimasto molto male. Sì perché nel film
di Rodriguez/Miller, che continuo a ritenere autori notevoli,
non ho visto traccia di nessuna città, ma di un luogo
virtuale, un limbo in cui ci si può sentire solo inutili
ombre in assenza di luce. Certo, si potrebbe replicare ricordando
che si tratta di un esperimento cinematografico unico nel
suo genere, ma io arrivo a dubitare che si possa parlare di
cinema. Tuttavia un merito considerevole glielo si può
riconoscere, anche se non credo che gli autori ne andrebbero
fieri, perché coincide col suo difetto più imperdonabile:
Sin City rappresenta la dimostrazione inoppugnabile
del postulato già esposto in precedenza. Infatti, pur
raggiungendo un livello di aderenza all'originale praticamente
assoluto, non riesce a riproporne il significato, a farsi
portatore delle stesse suggestioni, a tradurlo, ma solo a
riprodurlo senza intelligenza, come un bambino che tentando
di riprodurre la sirena di una nave emettesse solamente un
suono indistinto.